2 Febbraio 2021

La Russia in piazza, prospettive o vicoli ciechi

Marta Dell'Asta

Né delusi né rassegnati, i russi si ostinano a scendere in piazza. Quale prospettiva reale hanno le adunate di massa di fronte ai problemi del paese? Cosa dice la cronaca dei fatti.

Nelle grandi dimostrazioni di piazza avvenute in Russia in questo gennaio 2021 si coglie una netta escalation, sia nel numero delle città e dei dimostranti coinvolti, sia nella risposta repressiva. Gli interventi duri delle forze dell’ordine e tutto il contesto in cui si sono svolti dicono che il Cremlino potrebbe trovarsi ad affrontare ben presto uno scenario di tipo bielorusso, che porterà con sé una radicalizzazione dello scontro.

In questa situazione si aprono diversi interrogativi seri: fino a quando i dimostranti riusciranno a restare fedeli a una non violenza già da sola esemplare? Qual è il rapporto tra rischi e vantaggi di queste azioni? E più in generale, a cosa sono servite fino ad ora le manifestazioni? È questa la strada per ottenere una svolta democratica?

Dopo anni di manifestazioni pacifiche, paragonate spesso per la loro atmosfera giocosa a «scampagnate popolari», siamo arrivati a un punto critico; una crisi politica così grave non si vedeva dal secolo scorso, dicono in molti.

Riandando al passato, vediamo che nella Russia putiniana i primi cortei di scontenti si verificarono nel 2011; poi ci fu l’uscita di massa del 2012 contro i brogli elettorali alle elezioni presidenziali; da quel momento si è continuato a manifestare per altri otto anni, tra alti e bassi, con periodi di stallo e occasioni politiche lasciate cadere, come la riforma costituzionale del 2020 che ha assicurato a Putin la presidenza a vita ma che non ha suscitato grossi movimenti di piazza. Sembrava quasi che la stagione dei cortei fosse finita, e invece ora che siamo entrati nel nono anno le proteste si sono rinforzate e allargate geograficamente. E proprio questa stasi apparente e le novità di questi giorni hanno aperto una riflessione più ampia, che ripercorre il senso di tutta la storia recente.

Innanzitutto qualcuno dell’opposizione ha osservato che, rispetto a quanto si sta vedendo in questi giorni, ci sono stati dei precedenti su scala ancora maggiore. Nel gennaio 1991 – giusto 30 anni fa – ci fu una manifestazione veramente oceanica in piazza del Maneggio, a Mosca, per chiedere un cambiamento e sostenere le rivendicazioni di indipendenza negli Stati baltici. Lo ricorda Gera Knjazev con questa foto:

Maneggio 1991

«Questa fotografia ha catturato uno dei momenti più significativi della storia russa recente.
E allo stesso tempo è un tragico manifesto della nostra realtà. Si vedono 600mila moscoviti che nel gennaio del 1991 scesero in piazza del Maneggio per protestare contro l’intervento armato negli Stati baltici. È la fotografia di una generazione che poteva protestare contro la violenza e l’ingiustizia commesse in qualche lontana repubblica.
Era gente consapevole, che nel 1991 aveva tra i 40 e i 60 anni, e aveva sperimentato in prima persona la fortuna di vivere in regime sovietico…
Era gente che ancora leggeva Dudincev, Trifonov, Rybakov, Ajtmatov, Pristavkin e Solženicyn.
E scese in piazza per dire “no” al sistema.  Di quella generazione non è rimasto quasi più nessuno. Ora avrebbero tra i 63 e gli 83 anni… Molti sono andati via. Altri sono rimasti delusi da tutto quello per cui avevano manifestato allora».

È giusto chiedersi come mai nel ‘91 la piazza sembrò aver contribuito in modo decisivo alla caduta del regime comunista mentre oggi, nonostante tutto, Putin resta saldamente sulla sua poltrona, mentre numerosi suoi oppositori, giornalisti scomodi, magnati sono andati chi in prigione, chi all’altro mondo.

Knjazev parla di una differenza generazionale, ed è vero, ma c’è una differenza più sostanziale, è stato osservato, e cioè che allora l’interlocutore che stava davanti alla folla era un regime moribondo, diviso in se stesso, talmente svuotato di contenuto che non aveva più nemmeno la certezza delle proprie ragioni nel difendersi. Oggi, viceversa, dice Lev Šlosberg del partito d’opposizione Jabloko, abbiamo un governo agguerrito che sembra avere ancora un certo spazio di manovra per mistificare il vero stato delle cose e ricattare i cittadini (ad esempio con lo spettro del caos degli anni ’90, o con quello del ’17). In più, per sopravvivere ha puntato tutto sullo Stato di polizia e quindi sulla forza, perché non vuole e neppure è in grado di concepire un dialogo con la società. Non è in grado di rispondere politicamente alla crisi politica; la reazione repressiva alle proteste, secondo questa analisi, rappresenta una diagnosi, significa che il potere ha paura. E per questo si fa pericoloso.

E qui troviamo un’altra differenza con la manifestazione del ’91: una simile massa di gente oggi non potrebbe più radunarsi, perché in seguito all’escalation repressiva in questi nove anni le tecniche di polizia si sono molto affinate proprio per evitare che la folla si concentri nei punti sensibili; oggi ci sono gli arresti preventivi, lo sbarramento delle strade e degli accessi alle piazze, la deviazione dei mezzi pubblici, la chiusura delle stazioni del metro, il blocco dei cellulari, gli idranti, il gas, il taser…

Durante le prime «passeggiate dell’opposizione», nel 2012, la polizia si limitava a guardare, oggi invece chi esce sa già dalle dirette dei media indipendenti che la «passeggiata» può finire con le botte e l’incriminazione, e che la polizia è presente in numero soverchiante e riempie con metodo i furgoni cellulari parcheggiati in fila con i dimostranti presi a caso e picchiati preventivamente. Il confronto rende evidente l’andamento politico.

La Russia in piazza, prospettive o vicoli ciechi

Kazan’, 31 gennaio (@teamnavalny).

Dal punto di vista della società, le dimostrazioni del 23 e 31 gennaio hanno dimostrato che le minacce sono servite a dissuadere alcuni (pare che il 31 ci fossero meno manifestanti del 23), e tuttavia non sono riuscite a spaventare tutti. Molti apolitici sono stati scioccati dall’imponenza della repressione e hanno deciso di esporsi; diversi intervistati per strada hanno detto di essere in manifestazione per la prima volta. La testimonianza di Anastasija Kopylova, un’utente di facebook, può illustrare uno stato d’animo comune:

«Ho sempre cercato di tenermi fuori dalla politica. Non amo Putin, ma non sono una fan di Naval’nyj. Però sono per la libertà e la giustizia. Per questo ieri ho deciso di unirmi alla manifestazione… Sono passata davanti ai furgoni cellulari dove ficcavano la gente, davanti alle auto della polizia che bloccavano il passaggio, davanti agli autobus da cui scendevano file di agenti vestiti da cosmonauti, davanti alle auto che suonavano il clacson in segno di solidarietà coi dimostranti… Passavo e non potevo credere ai miei occhi. Sembrava che tutte le antiutopie del mondo si fossero incarnate proprio lì. Guardavo e sono scoppiata in lacrime. Perché, per quanto sia estranea alla politica, qui si tratta della mia vita… Questo è il mio paese, io ci vivo, ma vivere qui mi fa paura».

Ma ancora più interessante è la conclusione del post:

«Non sono convinta che queste passeggiate di massa serviranno a cambiare qualcosa, ma partecipo per esprimere la mia posizione, e sostenere quelli che hanno una visione più globale e più ottimistica. E invece di indignarmi e inveire dal divano di casa, faccio qualcosa sia pure di piccolo. Perché un giorno non debba dire a me stessa: ho guardato la nave che andava a fondo senza muovere un dito»…

Questa osservazione ci porta alla questione della prospettiva politica delle manifestazioni: molti paesi negli ultimi anni hanno vissuto simili stagioni di protesta dal basso, che ora scoppiano, ora covano sotto la cenere ma non si estinguono. Eppure, finora non sono mai approdate a dei cambiamenti politici, alla libertà. E la Bielorussia è solo l’esempio più recente. Gera Knjazev conclude il commento alla foto del ’91 dicendo che i dimostranti «per forza saranno sempre di più», ma la sua più che una previsione è una speranza.

Finora abbiamo visto ondate di protesta che si alzano e poi scemano, e dei regimi che assorbono il colpo e vanno avanti. La forza bruta, il ricatto della vita tranquilla, la legittima preoccupazione di evitare disordini e nuove rivoluzioni hanno la loro efficacia, che dura a lungo.

La Russia in piazza, prospettive o vicoli ciechi

Novosibirsk, 31 gennaio (tayga.info).

Le speranze dei politici di professione, come Lev Šlosberg, Aleksej Naval’nyj e altri come loro, poggiano sul fatto che la violenza non fa che accrescere l’indignazione della gente e abbassare la soglia della paura, e farà quindi maturare l’opinione pubblica fino ad arrivare a un qualche punto di rottura. E per quanti mezzi e uomini metta lo Stato nella repressione, non potrà alzare il livello all’infinito. Šlosberg rispolvera addirittura la vecchia formula marxiana della quantità che, aumentando, produce un salto di qualità. Ma nessuno crede più che le rivoluzioni avvengano perché ad un certo punto la quantità si trasforma in qualità; questo non è mai avvenuto e a insegnarcelo è soprattutto la storia della rivoluzione russa. Come insistono alcuni, se il punto di rottura è lo scoppio della violenza, questo non significa affatto che sia il trionfo della libertà; Knjazev parla dei molti delusi dopo il ’91, e in Russia molti temono sopra ogni cosa l’ombra della rivoluzione.

Sembra un vicolo cieco, in cui la generosa baldanza dei dimostranti è destinata a schiantarsi contro il muro di un potere ferreo. Eppure, nelle scene cui stiamo assistendo c’è qualcosa di più del semplice entusiasmo di chi vuol prendere la Bastiglia.

Quel che salva dalla disperazione è una prospettiva diversa, non strettamente politica, della situazione: stiamo vedendo in questi giorni che anche nei calcoli più rigorosi del processo storico, sia da parte del potere che dell’opposizione, si introduce sempre un’incognita di carattere personale.

Il famoso sassolino nell’ingranaggio. Ad esempio Naval’nyj che non muore subito perché un pilota d’aereo decide di fare un atterraggio d’emergenza, e questo imprevisto offre al paese l’occasione di risollevarsi guardando la figura di un oppositore coraggioso. O ancora, lo sconosciuto che, visto il pianto di una ragazza che sta per essere fermata, dice al poliziotto di arrestare lui al suo posto. Difficile pensare cosa potesse guadagnarci; eppure lo ha fatto.

Oggi forse capiamo meglio lo stato d’animo e la prospettiva dei dissidenti degli anni ’70, che in cucina brindavano «alla nostra impresa disperata». Non pensavano minimamente di arrivare a prendere il potere, non crebbero di numero fino a ribaltare la situazione, perché restarono sempre una minoranza, ma fecero una cosa ancor più decisiva: la loro impresa fu il cambiamento personale, che non era necessità storica ma libera decisione. Le loro trascurabili proteste minoritarie innestarono un processo su larga scala, che portò al cambiamento di mentalità in molti. Riuscirono mirabilmente a mostrare a tutti quanto il re fosse nudo, e il regime un cadavere ambulante, ma soprattutto mostrarono pacificamente la possibilità di una vita diversa.

Lo stesso capita oggi con le persone, giovani o meno giovani, che scendono in piazza sapendo quel che rischiano, davanti a forze soverchianti.
Mostrano l’impotenza del potere, rendono grottesca la narrazione ufficiale del grande paese opulento. Ma soprattutto, con un gesto etico e non politico spalancano la storia al regno della possibilità, a una rivoluzione nuova, di velluto o altro, che dalle piazze proseguirà per altre vie ancora insondabili.
Credono al cambiamento e, rifiutando la violenza, non stanno con le mani in mano. Possono far paura al potere, a ogni potere, ma soprattutto indicano un cammino a chi vuol essere libero, dappertutto, anche da noi.

Domenica sera, alla Filarmonica di Mosca, un tecnico delle luci ha proiettato sulla parete della sala centrale una scritta: «I biglietti si possono acquistare alle casse del teatro o sul sito www.meloman.ru.
Libertà ai detenuti politici».

scritta foyer filarmonica vicolo

Commenta la filosofa Anna Šmaina Velikanova: «Penso che sia un avvenimento storico. La Russia ha imparato quello che hanno inventato quest’estate in Bielorussia, a difendere la libertà in modo pacifico, con allegria e coraggio».
Prendiamolo come un inizio, allora.

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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