20 Gennaio 2020

La riforma costituzionale: ma quanta fretta ha il Cremlino?

Anna Kondratova

In Russia tutti sono rimasti sorpresi dall’annuncio delle riforme da parte del presidente, e dalle fulminee dimissioni del governo. Forse si può capire la ragione di tanta precipitazione.

Nel pomeriggio del 15 gennaio, dopo che, nel suo annuale discorso alle Camere riunite, Putin ha proposto un’ampia riforma costituzionale, gli avvenimenti hanno preso una piega frenetica. Nel giro di pochi minuti, il governo Medvedev si è dimesso per consentire al presidente di «lanciare la riforma, che – ha sottolineato il primo ministro uscente – porterà cambiamenti significativi nell’equilibrio tra i poteri». E la mattina dopo ha preso possesso del suo ufficio il nuovo premier, l’ex capo dell’Agenzia federale delle imposte Michail Mišustin.

Il nuovo premier Michail Mišustin

Il nuovo premier Michail Mišustin. Nato nel 1966, ingegnere, sposato, dal 2010 era direttore dell’Agenzia federale delle imposte.

Probabilmente Medvedev insieme ai suoi collaboratori ha passato la notte a sgombrare scrivanie e armadi da incartamenti ed effetti personali, per consentire una così fulminea successione, imitato dagli altri ministri. Come si spiega una simile fretta, all’interno di un sistema di governo dove le cose sembrano non cambiare mai?
Il fine ultimo delle riforme costituzionali annunciate è chiaro a tutti: bisogna risolvere il «problema 2024», cioè di come conservare il potere a Vladimir Putin, che alla scadenza del mandato presidenziale non avrà più possibilità di essere rieletto. A questo obbiettivo la macchina statale sta lavorando da un pezzo. Quella annunciata il 15 gennaio è molto probabilmente la «soluzione B», a cui il Cremlino fino all’ultimo non pensava di dover arrivare. La «soluzione A» era la creazione di un nuovo Stato integrato, costituito da Russia e Bielorussia, che avrebbe rafforzato il «mondo russo» sempre più in crisi e soprattutto avrebbe consentito di ricominciare i giochi da zero. Il pressing del Cremlino nei confronti della Bielorussia, fino ai primi dell’anno, è stato notevole, ha fatto uso di svariate armi, da proposte più o meno allettanti di unione fino ai ricatti sul gas e sul petrolio.

Ma Putin ha fatto i conti senza Lukašenko: il «padre» della nazione bielorussa si è impuntato e ha difeso accanitamente l’indipendenza del paese, dicendo chiaro e tondo che dopo l’Ucraina la Russia vuol mettere le mani sulla Bielorussia, ma che il suo paese è disposto a stipulare accordi e alleanze solo a patto che non siano un’«annessione» e che ciascuno resti a casa sua. A meno che – ha proposto il 24 dicembre – la Russia non decida di entrare a far parte della Bielorussia. In altri termini, sia proposte che minacce di ritorsioni sono state ugualmente ignorate. Dio non voglia che, risolta la questione della continuità del potere, tra qualche tempo Putin decida di vendicarsi della scarsa collaboratività di Lukašenko ricreando anche in Bielorussia qualcuno degli scenari ucraini…

E dunque, piano B. Da attuarsi in tutta fretta, perché alle riforme costituzionali bisogna mettere il punto finale entro il 5 settembre di quest’anno: nel settembre 2021, infatti, sono previste le elezioni parlamentari, e per legge non è possibile mettere mano alla Costituzione nell’arco dei dodici mesi precedenti. Di conseguenza, Putin e i suoi uomini hanno questa deadline, e il nuovo governo dovrà tenere in caldo la situazione politica interna ed estera.

L’espressione usata da Medvedev sull’«equilibrio tra i poteri» è centrale. Le riforme costituzionali annunciate vertono infatti sul rafforzamento del Consiglio di Stato, un organo ora abbastanza marginale (ha solo un ruolo consultivo rispetto al capo dello Stato) ma che, nella nuova configurazione, assumerebbe un ruolo nevralgico, si trasformerebbe cioè nel Grande burattinaio; viceversa il presidente, nel nuovo scenario, si vedrebbe vistosamente ridurre i poteri, diverrebbe una figura rappresentativa, e le due camere si limiterebbero a svolgere una funzione eminentemente tecnica. Siamo del resto di fronte a una soluzione già applicata in paesi come la Cina e il Kazachstan, e che ricorda anche la struttura di potere esistente nella vecchia URSS.

Queste non sono che ipotesi, ma il ritmo a cui procedono i lavori al Cremlino fa pensare che ben presto avremo modo di verificarle. Ed è chiaro che, nel caso in cui la direzione in cui si sta andando sia quella descritta, Putin lascerà presto la carica presidenziale ormai svuotata del suo peso. Del resto, già dal 16 gennaio in un’intervista si è detto sfavorevole al mantenimento ad oltranza del posto di presidente: «Dopo più mandati bisogna cambiare».

intervento del presidente Putin alle Camere riunite

L’intervento del presidente Putin alle Camere riunite (foto kremlin.ru).

Un ultimo notabene. Alla luce degli ultimi avvenimenti, forse si capisce un po’ meglio il turbolento processo di epurazione dei candidati alle elezioni municipali dello scorso settembre (in particolare a Mosca), che ha provocato le manifestazioni e i relativi arresti nel corso dell’estate, e i processi in autunno, che a loro volta hanno visto una certa sollevazione dell’opinione pubblica. La violenza degli interventi delle forze dell’ordine e delle autorità giudiziarie in quest’occasione ha stupito gli stessi russi, che pure hanno una certa abitudine alla «mano pesante» dello Stato.

Probabilmente gli ordini giunti dall’alto, in questo caso, erano di non lesinare alcuno sforzo affinché i nuovi organi locali fossero fedeli e assolutamente affidabili, in vista delle manovre previste nei mesi successivi. Nonostante tutti gli sforzi fatti, nelle elezioni il partito di Putin a Mosca ha perso un terzo dei seggi, anche se complessivamente nel paese ha confermato le proprie posizioni. Le riforme costituzionali – ha dichiarato Putin il 15 gennaio – verranno sanzionate da un referendum popolare: la palla passerà dunque alla nazione. Chissà se ci aspettano altre sorprese, dopo i ripetuti e inattesi episodi di risveglio della coscienza civica che ci ha regalato il 2019…

 

Anna Kondratova

Moscovita, laureata in sociologia. Ha seguito da vicino lo sviluppo del movimento d’opposizione in Russia. Giornalista e saggista.

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