7 Gennaio 2020

Slovacchia: la Marcia per la vita e i neofascisti

Angelo Bonaguro

Alla Marcia per la vita svoltasi a Bratislava in autunno e organizzata dalla Chiesa cattolica, tra i 50.000 partecipanti c’erano gruppetti del Partito popolare Nostra Slovacchia, formazione di estrema destra. Da qui la polemica sull’opportunità di una presenza scomoda dentro iniziative apprezzabili.

Chiesa e politica: un tema molto sentito  in Slovacchia, paese tradizionalmente cattolico. Durante l’incontro di inizio anno con i rappresentanti delle Chiese, la presidente Zuzana Čaputová ha ringraziato i religiosi perché «aiutano le persone a fare esperienza di Dio e a conoscerlo», e ha sottolineato l’importanza della fede anche nell’ambito familiare – altro tema scottante.
Da parte sua, l’arcivescovo Zvolenský ha aggiunto che l’uomo è in primo luogo soggetto e co-creatore del mondo in cui vive. Intrecci tematici interessanti che riaffiorano spesso nel piccolo paese slavo, come è accaduto in occasione della terza Marcia per la vita svoltasi a Bratislava il 22 settembre scorso, che ha portato con sé alcuni strascichi polemici.

«Può essere giusta un’idea, se la appoggiano anche i fascisti?». È stato questo il titolo provocatorio con cui il giornalista Martin Šimečka ha aperto il suo articolo sulla Marcia, apparso sul quotidiano slovacco Dennik N. Šimečka (1957) è cresciuto a «pane e dissenso» essendo figlio di Milan Šimečka (1930-1990), docente di marxismo, espulso dal Partito dopo il ’68, che divenne una figura di spicco dell’«opposizione» al regime. Nel 1978 aveva scritto per il samizdat il saggio La società della paura (pubblicato anche in italiano da CSEO), in cui analizzava la paura come fattore decisivo della società totalitaria. Dopo l’89 fu anche tra i consiglieri del presidente Havel. Le sue «colpe» politiche sono ricadute sul figlio Martin che non ha potuto accedere agli studi superiori e fino all’89 ha svolto vari lavori: operaio, infermiere, commesso, fuochista, per poi dedicarsi al giornalismo.

Riferendosi alla Marcia per la vita, Martin ha ricordato di aver lavorato negli anni ‘80 «come infermiere in un reparto di ginecologia e ho visto da vicino centinaia di aborti. Mi si sono impresse per sempre nella memoria quelle manine e gambette che galleggiavano nel piattino del chirurgo. A 12 settimane il feto ha già le dimensioni e la forma di un pupazzetto di Lego. È inutile dire l’impressione orribile che se ne aveva».

La legge slovacca attuale, basata su quella dell’86, permette infatti l’interruzione di gravidanza fino alla dodicesima settimana, su richiesta della donna oppure per motivi medici (in questo caso è possibile praticarla anche oltre il termine stabilito), e dall’entrata in vigore ha permesso un milione e mezzo di aborti.

Il primo paese al mondo che legalizzò l’aborto entro le 12 settimane fu la Russia sovietica nel 1919. Nel 1957 la Cecoslovacchia era già tra gli Stati in cui lo si praticava. Una deputata di allora – ha scritto Martin Hanus su postoy.sk in risposta all’articolo di Šimečka – disse che si era lottato per ottenere una legge secondo il modello sovietico e che «la società socialista crea una nuova morale, socialista e superiore». Quando nell’86 il paese emendò la legge in modo più permissivo (in sostanza si lasciava libertà di decidere alla donna) ci fu una petizione informale che raccolse oltre seimila firme, appoggiata dal cardinal Tomášek. «La mancanza di rispetto verso una singola vita umana – scrissero i promotori – è un morbo pericoloso, che implica la mancanza di rispetto per la vita in quanto tale» e «l’interruzione volontaria di gravidanza è semplicemente e senza mezzi termini l’uccisione di un uomo». 1 L’accusa delle autorità comuniste nei confronti dei cattolici fu proprio quella di «clericofascismo».

La prima Marcia per la vita ha avuto luogo nel 2013 a Košice (Slovacchia orientale), e vi aderirono 80mila persone; fu seguita nel 2015 dalla seconda, svoltasi a Bratislava con una partecipazione altrettanto vasta (si tratta infatti delle maggiori manifestazioni pubbliche avvenute dopo l’89). Quest’anno si è ripetuta nella capitale con lo slogan «Per i più piccoli tra noi».
Il Manifesto della Marcia contiene vari punti programmatici con cui si chiede al governo l’abolizione della discriminazione verso i non nati, la salvaguardia e il rispetto per ogni uomo dal suo concepimento alla morte naturale, l’impegno a sostenere le madri in gravidanza, le famiglie numerose e in difficoltà, la tutela del matrimonio tra uomo e donna «come scaturigine della vita e cellula fondamentale della società», e infine il rispetto e la garanzia del diritto dei genitori a educare i figli.
Il programma di quest’anno ha coperto l’intero weekend, a cominciare dall’incontro di calcio Un gol per la vita fino a culminare con appuntamenti pubblici in centro e soprattutto in piazza della Libertà.
Qui sul palco sono intervenuti l’arcivescovo Zvolenský di Bratislava e rappresentanti di varie confessioni cristiane, mentre la preghiera finale è stata recitata dall’arcivescovo greco-cattolico Cyril Vasil’, segretario della Congregazione per le Chiese orientali, il quale ha espresso anche un pensiero di gratitudine per tutte le madri in quanto – ha confidato a TvLux – alla sua i medici avevano detto che «non era consigliabile» darlo alla luce.
Alla Marcia gli organizzatori hanno voluto dare una cornice di festa, con musiche e testimonianze, come quella di Sue Thayer, ex-manager di Planned Parenthood, l’organizzazione abortista americana.

La domanda di Šimečka con cui abbiamo aperto si riferisce al fatto che alla Marcia, organizzata dalla conferenza episcopale e dall’associazione cattolica Kanet, salutata dal papa e appoggiata dai partiti di centro-destra, hanno partecipato alcune decine di simpatizzanti del Partito popolare Nostra Slovacchia (ĽSNS) di Márian Kotleba, formazione di estrema destra paragonabile a Forza Nuova. Kotleba sui social ha invitato i suoi a mobilitarsi nel momento in cui «la famiglia tradizionale è sotto pressione da parte di un’ideologia sbagliata e della moderna pseudocultura».

Gli organizzatori hanno ripetuto di non volersi coinvolgere direttamente con le forze politiche, e hanno chiesto esplicitamente ai partecipanti di non esporre striscioni o bandiere, proprio perché lo scopo era quello di «difendere i diritti alla vita di ogni persona, non di proporre partiti o movimenti». Ciononostante molti sostenitori di Kotleba si sono presentati con la tipica t-shirt verde scuro e le bandiere con il simbolo del partito.
Secondo Šimečka la loro presenza non è stata casuale, e se gli organizzatori «considerano nemico chi si oppone all’interruzione di gravidanza, allora i fascisti sono loro amici».

In primo piano Milan Mazurek, politico dell’L’SNS, condannato dalla Corte suprema per diffamazione a sfondo razziale ai danni di cittadini di etnia rom.

Patrik Daniška, portavoce della Marcia, intervistato dal quotidiano sme.sk ha dichiarato che non è la prima volta che i kotlebovci si uniscono alla Marcia, per loro libera scelta («non li abbiamo cercati noi»), ma che la loro presenza viene segnalata alle forze dell’ordine. Se su questi temi siamo in sintonia – ha aggiunto – vengano pure, ma ciò non significa che li appoggiamo dal punto di vista politico.
La posizione di Daniška è sicuramente più libera e meno ideologica rispetto a quella – presente anche da noi – di chi è disposto a gettare via il bambino assieme all’acqua sporca – tanto per restare in tema – ossia, nel caso in questione, che preferirebbe dissociarsi dalla Marcia, come se il problema fosse quello di evitare la presenza scomoda di Kotleba e non quello di difendere la vita. In Slovacchia sono riusciti sia a fare la Marcia, sia a includere i kotlebovci in modo da contenerne gli eccessi e poter garantire la sicurezza dei partecipanti.

Del resto, tra i quattro emendamenti alla legge sull’aborto per renderla più restrittiva presentati il 25 settembre da formazioni conservatrici, e respinti dal parlamento slovacco (a maggioranza socialdemocratico), c’era anche quello del Partito popolare Nostra Slovacchia che intendeva portare a 8 settimane il termine massimo entro il quale la donna può chiedere l’interruzione di gravidanza.

Opportunismo? Sicuramente c’è anche questo, Kotleba negli anni è passato dal folclore pseudofascista alla politica vera e propria.
Il maggior successo dell’opposizione – osserva Hanus – è stata la legge sulla tutela delle zone boschive. In quel caso il governo «è andato sotto» grazie ai voti dell’ĽSNS che aveva promesso ai suoi elettori di proteggere l’ambiente. Dunque, seguendo il ragionamento di Šimečka, chi ha a cuore l’ambiente dovrebbe porsi un problema di coscienza e chiedersi se le proprie idee sono ancora giuste, visto che la legge è passata grazie ai «fascisti»?

Molti lettori sono rimasti dispiaciuti e sorpresi dall’articolo di Šimečka e dalla sua posizione ideologica, dove la realtà viene sostituita dalla fobia ossessiva che vede spuntare ovunque omini con le t-shirt verdi, e il dibattito si restringe al conflitto tra «liberali progressisti» e «fascisti reazionari». In fondo, il punto non è più la vita da tutelare – lo ammette lo stesso giornalista all’inizio del suo articolo: «È inutile stare a ragionare sul problema dell’aborto (…) perché non è di questo che si tratta, anche se la maggior parte dei partecipanti lo pensa». L’intenzione è tutt’altra, c’è un avversario politico da attaccare, e intanto, secondo le statistiche ufficiali nel 2018, in Slovacchia si sono registrati 7.350 aborti.

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI