30 Maggio 2024

«Se non vi capiscono, non dilungatevi»

Giovanna Parravicini

La tempesta della vita di Marina Cvetaeva vista attraverso il prisma della sua poesia. Alcuni preziosi testi pubblicati dall’editrice Voland ci accompagnano nella scoperta della grande poetessa russa.

Con la pubblicazione dei Taccuini 1922-1939, che fa seguito ai Taccuini 1919-1921 (Voland, 2014), il lettore italiano ha a disposizione nella sua integralità un prezioso strumento per penetrare nel laboratorio artistico e nel dramma umano di uno dei più grandi poeti russi del XX secolo. Da segnalare, inoltre, tra i testi di Marina Cvetaeva tradotti e pubblicati da questa coraggiosa e raffinata editrice, Le notti fiorentine (2011), e Ultimi versi. 1938-1941 (2021).

«Curva, finché non mi raddrizzerò
in tutta la mia statura
che alle stelle arriva.  –
Come l’arcobaleno curva».

«Se non vi capiscono, non dilungatevi»

M. Cvetaeva negli anni ’20. (wikipedia)

Così scrive la Cvetaeva nel luglio 1933. E precisa, conscia della densità, unicità della sua poesia, del mistero che vi è racchiuso:

«Spiegate le poesie in prosa, ma mai con altri versi. Se non vi capiscono – non dilungatevi. È immoralmente disonesto tanto quanto farlo per soldi».

Se il tessuto narrativo del primo volume dei Taccuini ci portava a Mosca, nel contesto della rivoluzione e della guerra civile, nel vivo del dramma personale della separazione dal marito Sergej Efron, arruolatosi nell’esercito dei «Bianchi», in una condizione di estrema povertà culminata nella morte per denutrizione della figlia minore Irina, il secondo volume registra la lunga parentesi dell’emigrazione.

Venuta a sapere che Sergej è vivo e si trova all’estero, Marina lascia la Russia e nel maggio 1922 giunge a Berlino. Negli anni successivi la sua odissea la porterà dapprima in Boemia, dove vivrà forse gli anni più fecondi e la nascita dell’amatissimo figlio Georgij (Mur), nel 1925; e quindi a Parigi, dove al contrario saranno dominanti solitudine e addirittura ostilità degli ambienti dell’emigrazione. Finché nell’estate del 1939, in seguito all’oscuro coinvolgimento del marito nei servizi segreti sovietici, pressata dal desiderio dei figli di far ritorno in Russia, speranzosa lei stessa di ritrovare finalmente una cerchia di amici e un pubblico, si lascerà convincere a rientrare in Unione Sovietica. E sarà l’inizio della fine.

«Se non vi capiscono, non dilungatevi»I Taccuini si interrompono alla fine del viaggio di rientro, sul treno che, dopo la nave, la porta da Leningrado a Mosca; in autunno la figlia Ariadna e Sergej vengono arrestati (la figlia trascorrerà 17 anni in lager, il marito sarà fucilato nel 1941). E di nuovo povertà, affanni per trovare una stanza per se stessa e il figlio. Allo scoppiare della guerra, quando in seguito alla mobilitazione Mur viene arruolato per disinnescare gli ordigni inesplosi, Marina terrorizzata cerca di metterlo in salvo unendosi a un gruppo di scrittori evacuati nella Repubblica sovietica tatara. Qui, ad Elabuga il 31 agosto, dieci giorni dopo l’arrivo, si impiccherà. Sarà sepolta in una fossa comune. Mur sarà arruolato e morirà al fronte il 7 luglio 1943.

«Se non vi capiscono, non dilungatevi»Il tessuto dei Taccuini è trasparente di un vissuto quotidiano in cui si intrecciano slanci e passioni (Sergej Efron parlerà degli «uragani» dell’animo di Marina, dei suoi impeti per idoli che poi, inesorabilmente, svelano la propria falsità), l’evolversi del rapporto epistolare con il poeta Boris Pasternak, e insieme più prosaici appunti di vita quotidiana, liste della spesa, tentativi di far quadrare il magro bilancio familiare, appunti, annotazioni di pugno del marito e dei figli.

Un posto a sé occupano le riflessioni sul destino della Russia lontana (la nostalgia di una terra scomparsa per sempre:

«A quattordici anni ero convinta che fossero i miei occhi ad accendere a Mosca i lampioni»).

E, dopo l’invasione nazista della Cecoslovacchia, la sofferenza per questa terra che l’aveva accolta e aveva visto nascere suo figlio:

«Per me la Cecoslovacchia è tutta un unico immenso cuore umano, che batte per le stesse cose per cui batte il mio» (24 settembre 1938).

Ma sopra ogni altra cosa emerge, di quando in quando, come una pietra preziosa, il dono prodigioso della poesia:

«Io sono quella canzone da cui non si può eliminare una parola, quel filato da cui non si può estrarre un filo. Non piaccio – non cantatela […], non abbigliatevene.
Solo non cercate di correggerla, è un’impresa non umana, ma Divina: verrà il momento in cui io stessa (ossia, per altrui dettame!) slegherò, spargerò, scioglierò: renderò la canzone ai venti, il mio filato – ai nidi. Sarà l’ora della mia morte, della mia nascita nell’altra vita.
Ma fin quando tutto è unito, intessuto, intrecciato – non avvicinatevi, significa solo che sono ancora viva».

 

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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