31 Dicembre 2019

Io spero nella rivoluzione interiore

Ol'ga Sedakova

Ol’ga Sedakova compie 70 anni. Grande poetessa e finissima traduttrice, Sedakova è uno dei maggiori pensatori presenti oggi in Russia, punto di riferimento per molti. In questa recente intervista rilasciata al sito tayga.info ha condiviso alcune riflessioni e le sue speranze.

Sappiamo che tra i suoi maestri ci sono stati Lotman, Averincev, Bibichin, persino, per un certo tempo, Venedikt Erofeev. Come sceglieva i suoi maestri? Cosa ha ricevuto da ciascuno di loro?
Io chiamerei maestri delle persone con cui ho avuto veramente un rapporto diretto. Perché, in fondo, si può imparare anche da Goethe o altri, ma definirsi discepoli di Goethe non si può. Io chiamo maestri quelli con cui c’è stato un rapporto, un dialogo diretto, che mi hanno detto qualcosa ma coi quali anche io, come allieva, ho passato un esame (non necessariamente in senso scolastico).
Penso che l’incontro con dei maestri sia un aspetto insolito della mia vita. Più vivo e più capisco la fortuna che ho avuto. È successo che, a partire dalle elementari, ho sempre avuto degli insegnanti meravigliosi, persino nelle materie per le quali non potevo suscitare in loro nessun interesse. Ad esempio in matematica o musica.

Per primo citerei il mio maestro di pianoforte, Michail Grigor’evič Erochin. Allora era giovanissimo; la sorte ci ha fatti incontrare per caso, perché lui dava lezioni private per sbarcare il lunario. In seguito è diventato concertista e le lezioni hanno avuto fine. Lui mi ha fatto scoprire non solo la musica ma l’universo dei significati culturali. Perché lui stesso si era diplomato alla Scuola centrale di musica con Heinrich Neuhaus, e a quel tempo evidentemente studiavano molto bene e in modo poliedrico. Mi recitava poesie che io non conoscevo. Da lui ho sentito parlare per la prima volta di Rilke; a lezione mi leggeva in tedesco i suoi versi da Il libro delle Ore (allora non si trovavano traduzioni russe) e li traduceva a impronta. Ed io, sentendo quelle strofe, capivo che era successo qualcosa che cambiava tutta la mia vita. Il professore mi mandava a vedere cose nei musei di Mosca: per suonare una certa musica mi consigliava di guardare, ad esempio, un determinato paesaggio.

Vorrei osservare che io non ho mai cercato dei maestri, sono loro che in qualche modo venivano a me. In ogni caso, perché questo avvenga ci vuole una certa reciprocità.

Era una specie di lingua per iniziati, per chi capisce le questioni più raffinate?
Se era una lingua, era una lingua che non si insegna da nessuna parte. Non ha regole precise. Solo che, guardando El Greco io riuscivo a capire come dovevo suonare una certa musica, il suo ritmo, la dinamica. Michail Erochin aveva una cultura molto diversa da quella delle persone che mi attorniavano, e interessi vastissimi: in pratica, tutto il meglio che offriva la cultura mondiale quanto a letteratura, pittura, architettura… E condivideva con me tutto questo. Io avevo 10 o 12 anni quando ho cominciato a seguire le sue lezioni, e ho continuato finché ho frequentato la scuola. E per tutto quel tempo discorrevamo di varie cose, gli mostravo le mie poesie, che non avevano ancora niente di interessante. Ricordo che, dopo averne letta una mi disse: «Questa poesia non ha niente di speciale, se ne stampano tante sulle nostre riviste, ma se io fossi tua mamma mi spaventerei, perché si vede già che una strada è stata scelta, ed è una strada che non promette una vita facile, né il successo». Sembrava che in quelle parole risuonassero i versi di Rilke sulla strada che chi è partito continua a percorrere, ma forse è già morto da tempo nel percorrerla.


Come mai succede che a qualcuno sono necessari dei maestri e ad altri no?
In effetti, è una cosa interessante. Anche se Marina Cvetaeva pensava che non succeda a tutti.

«C’è una certa ora – come un peso buttato via:
quando in noi l’arroganza è domata.
Un’ora di apprendistato, in ogni esistenza
Trionfalmente ineluttabile».

Io penso che l’incontro con un maestro sia un dono. Ma i doni vengono dati in risposta a una domanda. Uno neanche lo sa o non se ne rende conto, ma in lui qualcosa esige, qualcosa vuole esattamente che qualcuno gli insegni. Nel nostro paese, purtroppo, s’incontra di rado un vero bisogno di maestri. Essere discepoli è molto vincolante. Si deve essere pronti ad accettare la volontà altrui. Il maestro è una persona che ci correggerà, e più si fida dell’allievo più decisamente lo correggerà. Avendo io stessa insegnato all’università, ho osservato quanto poco la gente sia disponibile a cambiare e ad ascoltare un altro. In genere ascoltano con interesse, e se ne vanno tali e quali erano venuti. Facendo un paragone con l’esperienza di insegnamento in Inghilterra, posso dire che lì gli studenti, che sono molto più liberi in questo senso, vogliono cambiare, e cambiano. Mentre da noi in genere predomina un amor proprio morboso, che si risveglia troppo presto, quando ancora uno non dovrebbe «stare in piedi da solo» a tutti i costi, ma dovrebbe ascoltare veramente un altro.

Uno si sceglie un mentore, un’autorità morale, e questo lo cambia in un senso o nell’altro. Ma come si fa a capire se la scelta è stata giusta?
Non lo so. Qui direi, con Pasternak:

«Ma non sei tu che devi sceverare
Dalla vittoria tutte le sconfitte».

Se ti fidi… e questo vale soprattutto nell’ambito dei rapporti spirituali in senso stretto… Io ho avuto un padre spirituale, un sacerdote che ho conosciuto da giovane, e mai mi è venuto in mente di vagliare i suoi consigli, se fosse giusto dargli retta o no. Infatti, se ti fidi, non ti resta che seguire.
Da noi invece si trova spesso un altro desiderio: non di trovare un maestro ma un’autorità. Una fonte di soluzioni già pronte e universali. Ancor peggio: il desiderio di avere un idolo. Ma l’idolo non è un maestro. Il rapporto fra maestro e allievo è complesso, reciproco, e non richiede di divinizzare il maestro o di farne un idolo. Per di più, com’è noto, gli idoli quando non esaudiscono i desideri vengono abbattuti. Mentre di un maestro si conserva per sempre un ricordo riconoscente.

Una volta lei ha detto che una cerchia di amici è imprevedibile esattamente come la nascita di un grande capolavoro. Anche l’apparizione dei suoi maestri è stata imprevedibile? E per lei esisteva un confine tra l’essere discepola ed essere amica?
Sì, credo che sia un processo imprevedibile, almeno per me. Se guardo indietro, non riesco a capire come e perché sia stato così. E i miei maestri, se non sono scomparsi dalla mia vita per vari motivi, poi sono diventati miei amici più anziani. Ad un certo punto ho avuto più amici anziani che coetanei. Mi piaceva di più stare coi più grandi, mentre adesso mi interessa stare coi giovani!

Nel suo articolo La mediocrità come rischio sociale lei cita l’imperativo di Goethe «muori e diventa»: «E finché non lo avrai / c’è questo: Muori e diventa! / Sei solo un triste ospite / Sulla terra spenta». Scrive anche che «è appunto questo che la mediocrità teme». Cosa significa? Per l’uomo che vive la vita «ordinaria» questo è un concetto incomprensibile.
Stirb und werde!, muori e diventa: era ciò che Goethe si attendeva da se stesso e da ciascuno, non solo dall’artista, se l’uomo vuole essere un degno abitante della terra. È un’autentica crescita, ben più drammatica di quella che uno si può immaginare: all’uomo sembra di diventare sempre più intelligente, più perfetto… E invece vola come una farfalla sul fuoco. L’uomo della formula goethiana – stirb und werde! – deve immaginare che molto di ciò che vi è in lui può semplicemente scomparire, che può forse perdere ciò che ha di più caro per trovare il nuovo. Nella poesia di Goethe si parla di una falena che si avvicina al fuoco.

«Voglio cantare ciò che vive
Che sospira la morte nel fuoco».

Cosa significa questo per la mediocrità?
La mediocrità non è assolutamente disposta a rinunciare a nulla di sé, essa cerca fino all’ultimo di aggrapparsi a se stessa come al dato di fatto. Nel dramma Assassinio nella cattedrale di Eliot, il protagonista san Tommaso Becket torna dall’estero nel luogo del suo ministero e si prepara a predicare, nonostante sia in conflitto con il re; conflitto che non promette nulla se non la morte. Nel dramma c’è il coro delle parrocchiane. L’opera di Eliot è costruita sul modello delle antiche tragedie greche: il protagonista e il coro. All’inizio, mentre lo aspettano, il coro recita: come ci manchi Thomas, come stavamo bene con te! E poi, quando lui arriva – e tutti capiscono come andrà a finire – il coro inizia un altro canto: vattene subito, non ci serve tutto questo, abbiamo sofferto la fame e il freddo però abbiamo continuato a vivere. Il ritornello è proprio questo: «Però noi abbiamo continuato a vivere!».
Insomma, sia come sia, noi continuavamo a vivere! La mediocrità teme più di ogni altra cosa di perdere la realtà di fatto. Il conflitto si svolge tra l’eroe, il quale sa a cosa va incontro, e il coro che nel complesso è molto amichevole verso di lui, perché non si tratta di eretici o miscredenti. Eppure chiedono di non essere coinvolti, «noi continuavamo a vivere»…

Cosa deve accadere perché ci sia una rivoluzione interiore, com’è stato negli anni ’90? È possibile oggi una simile rivoluzione interiore, e quale ne sarebbe la chiave?
Io penso che quello che lei chiama rivoluzione, o conversione, insomma un cambiamento profondo sia sempre possibile. Naturalmente ci sono periodi più favorevoli per questo, e ce ne sono di meno favorevoli: vivi come tutti, e amen. Ma questo, alla fine, non determina quel che succede alla singola persona. Penso che oggi sia il momento giusto per il lavoro interiore. Negli anni ’90 succedeva di meno perché i cambiamenti erano più esteriori, si era spalancato un mondo più affascinante di nuovi incontri e nuovi viaggi, di cose nuove, nuove informazioni; e tutto questo era così eccitante che a fare un lavoro interiore pensavano in pochi.

Adesso è venuta l’epoca della reazione crescente. Un’epoca del genere spinge sempre l’uomo a volgersi verso se stesso, a entrare in contatto col proprio mondo interiore. E a questo punto possono verificarsi molte novità, magari non radicali come lo stirb und werde! (muori e diventa), però una persona che sia nata qui, di qualsiasi generazione anche giovane, dovrebbe cambiare molte cose nel suo modo di pensare. Non per diventare un eroe, ma solo per diventare un uomo a pieno titolo, direi.
Infatti la degenerazione dell’uomo verificatasi nel periodo sovietico è immensa. Cambiare in che direzione? Nella direzione di una maggiore responsabilità e indipendenza. Proprio negli anni ’90 a questo non si pensava un granché. Recuperare la semplice capacità dell’uomo indipendente di rispondere di sé e non dire «così ci hanno insegnato». Essere pronti a pagare per le proprie idee: se la pensi così, agisci così. Formare una personalità integrale invece che dissipata: qui sono in un modo, e qui in un altro. Fare in modo che tutto sia collegato ad un unico centro.

Una volta, al banco libri di una chiesa ortodossa ho chiesto se avevano i libri di Men’, di Antonij di Surož, di Averincev oppure di Paverl Adel’gejm. Mi hanno consigliato di lasciar perdere quel genere di libri perché sono pericolosi. Secondo lei da dove viene una simile mentalità fra gli ortodossi? Ha senso parlare di due ortodossie, quella di Stato e quella viva?
Ahimè, nello spazio ecclesiale esistono delle persone super conservatrici. Che considerano il loro partito preso come la «giusta» ortodossia. Una cosa simile è diventata possibile nel momento in cui la Chiesa non è stata più perseguitata, e si è riempita di gente molto diversa. Per qualche motivo la Chiesa attirava le persone con un’educazione tipicamente comunista. Sembra che abbiano semplicemente sostituito una dottrina con un’altra. Questa gente non si assume la responsabilità della propria vita: prima non credevamo e adesso sì; adesso sappiamo cos’è giusto! Al posto della Chiesa loro cercano un’istanza ideologica; al posto dell’insegnamento cristiano una dottrina che è incompatibile con gli autentici maestri della fede, come il vescovo Antonij di Surož, padre Aleksandr Men’ o padre Aleksandr Šmeman. Prima li odiavano come «antisovietici», ora li odiano come «eretici».

Quanto alle «due ortodossie», quella di Stato e quella viva, io non farei queste generalizzazioni. L’ambiente ecclesiale oggigiorno è molto vario, c’è di tutto, e non è ancora stato analizzato a dovere. Ci si trovano splendidi parroci con le loro comunità parrocchiali che non sono per forza seguaci di Šmeman. All’interno dell’ortodossia ci sono molte strade.

Come fare ad essere ortodossi in Russia, oggi? Come si può frequentare una Chiesa sottomessa allo Stato? Lei oggi ha un padre spirituale?
Il mio padre spirituale è morto 12 anni fa. E naturalmente non ho trovato nessuno che lo potesse sostituire, neanche l’ho cercato. Infatti penso che di padre spirituale ce ne possa essere uno solo nella vita. E allora che fare? Per me è un interrogativo pesante. Infatti, pur con tutto quel che si dice contro l’idea della colpa collettiva (ognuno risponde per sé), se si è membri della Chiesa si risponde di quello che la Chiesa fa. Per questo quando vi si fanno asserzioni anticristiane (capita anche questo), cosa fare?

Nel cattolicesimo la situazione è diversa, perché non ha la nostra eredità sovietica e post-sovietica; i cattolici vivono ormai da tempo nella modernità autentica e non nei «fondamenti del medioevo». I pastori sono attenti alla persona, a ciò che è vivo e personale. Giovanni Paolo II diceva che la fede appresa in famiglia non appartiene più alla nostra epoca; oggi è il tempo delle persone che trovano Cristo da sole. Per molti secoli all’uomo europeo (e a quello russo) non costava poi tanto essere cristiano, perché come tale veniva educato in famiglia, educato dalla scuola. Adesso questa trasmissione della fede tradizionale non funziona più tanto. In ogni caso, il tipo del cristiano europeo di oggi non è l’uomo cresciuto in una famiglia credente, ma l’uomo che ha fatto una scelta personale. Non esistono più Stati cristiani, la fede è una questione privata, ed è la fede di una minoranza, in tutti i paesi.

In un’intervista lei ha detto che molti da tempo scrivono versi senza un lavoro spirituale. Dato che il poeta è un «uomo rappresentativo» vorremmo capire in cosa consiste il lavoro spirituale del poeta.
Sì, secondo me molte cose vengono scritte senza necessità. Quando le leggo non percepisco la necessità che quella data poesia venisse scritta: se ne potrebbero scrivere altre cento o non scriverle affatto e nulla cambierebbe. Ma non era così una volta. Tutti conoscono i versi di Mandel’štam: «Viviamo senza sentire sotto di noi il paese», e la storia che ci sta dietro. Quando questa poesia accadde, come ha descritto Vladimir Bibichin, fu come un colpo di fulmine. Avvenne l’incontro della voce umana con la storia. E questo è costato la vita all’autore. Qui si tratta di un caso estremo. Non tutte le poesie, anche quelle grandissime, sono tali. Eppure tutte compiono qualcosa nell’uomo, nella storia, nel cosmo insomma.

Cosa sarebbe il lavoro spirituale per una persona che non ha il dono poetico?
Lavoro spirituale vuol dire come minimo non chiudere il discorso con la realtà; non dire: «A questo non ci voglio pensare, non mi riguarda». Vuol dire staccarsi almeno un po’ dall’istinto di autoconservazione. Perché se c’è una cosa che si oppone alla vita spirituale è questa autoconservazione, la rinuncia allo stirb und werde!, al muori e diventa di cui dicevamo. Questa cosa viene inculcata molto presto. «Di questo non si parla!», te lo dice anche un ragazzino delle medie. Insomma, vuol dire non aver paura di ciò che ti fa male, sfidare la paura. Non aver paura di riconoscere che la paura c’è.

È interessante che la mediocrità si regge su se stessa e non vuole cambiare, anche se in tal modo non avviene l’incontro col suo vero io.
Sì, credono di reggersi da se stessi ma in realtà si reggono sul dato di fatto, come il coro di Eliot: «Però noi abbiamo continuato a vivere!»; sul fatto che c’è qualcosa che perdiamo, in cambio della quale non avremo nient’altro.

In cosa si può sperare nella Russia d’oggi?
In Russia si può sperare in qualcosa che la Russia stessa apprezza ben poco in sé. E per la quale invece è amata nel mondo. Durante i miei viaggi ho incontrato persone diversissime: inglesi, francesi e italiani che vedevano la possibilità insita in noi; degli estranei lo sentivano più fortemente di noi. Non gonfiarsi d’orgoglio per le vittorie – questo non interessa assolutamente a nessuno, a chi può interessare questa immagine militarista arcaica? È interessante una cosa su cui si può contare e che non è stata completamente distrutta in tutti questi anni feroci: è la naturale tendenza alla misericordia che resta comunque nell’uomo di qui. La capacità di compassione.

(intervista di Dmitrij Severov, tayga.info)

Ol'ga Sedakova

Poetessa, scrittrice e traduttrice moscovita, è docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Statale Lomonosov. Erede della tradizione della grande cultura russa, la sua opera è tradotta in numerose lingue e ha ottenuto riconoscimenti, quali il premio Solov’ëv e il premio Solženicyn.

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