25 Novembre 2019

Dall’altra parte del Muro di Berlino: la dignità umana?

Konstantin Sigov

Berlino e Černobyl’, un muro reale e uno virtuale, entrambi fondati sulla menzogna. Ma all’Est come all’Ovest ancora non è finita la lotta contro le sopravvivenze sovietiche. Uno sguardo dall’Ucraina.

Qual era la logica, per noi memorabile, dell’URSS prima del 1989? Che più ci si allontanava dal muro di Berlino in direzione Est, più possibilità c’erano di calpestare e umiliare la persona. I punti di resistenza al trend dell’homo sovieticus ci hanno dato però un’esperienza speciale: se una persona possiede una certa «dignità», questa non gli potrà essere tolta, soltanto lei stessa potrà cederla, oppure dire di no. Per amore di cosa la gente scappava – a rischio della vita – nella parte occidentale al di là del muro? Alla ricerca di uno spazio per la dignità umana. Si potevano addurre tanti motivi diversi, ma alla fine dei conti la gente cercava una libertà e una vita degni dell’uomo.

Di per sé, il muro era stato costruito, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, proprio a causa di queste fughe dalla «zona senza dignità». Grandiosa struttura militare costituita da due muri alti 3,6 metri, lunghi 155 chilometri che racchiudevano la terra di nessuno, era sorvegliato da 14mila soldati con le mitragliatrici.

Il muro era stato costruito contro l’Occidente da chi usava chiamare «fascista» qualsiasi nemico del sistema sovietico e chiamava se stesso «antifascista», senza falsi pudori. Il muro non si limitava a dividere Berlino in due parti isolate una dall’altra, il muro era il monumento incarnato al «doppio pensiero» orwelliano: da parte occidentale nessuno lo attaccava e lui, munitissimo per fermare i «nemici», in realtà non difendeva nessuno. Il muro, piuttosto, sbarrava il passo ai «suoi», a coloro che non ce la facevano più ad ascoltare né a tollerare la menzogna dei dirigenti sovietici; esso impediva di abbandonare il campo assediato dalla sua menzogna.

Tre anni prima che cadesse il muro di Berlino era crollato un altro muro di menzogna, col quale il regime sovietico aveva cercato di avviluppare il disastro di Černobyl’. L’esplosione all’impianto nucleare del 26 aprile 1986 produsse le più gravi radiazioni nella storia dell’energia nucleare. Per cinque giorni le stazioni radio occidentali avevano cercato di farlo sapere, ma in URSS le silenziavano e mentendo spudoratamente mandarono la gente alle dimostrazioni del 1° maggio a Kiev e in altre città. Ma il 2 maggio, quando la gente venne a sapere che la nomenklatura sovietica stava evacuando le proprie famiglie, il panico si diffuse in Ucraina e in Bielorussia. Milioni di persone, per volontà del Cremlino, vennero private del diritto alla vita e alla verità sul pericolo mortale per i loro cari. Una moltitudine di persone è stata privata del futuro, della dignità, com’era vecchia abitudine in URSS. La novità fu la consapevolezza pubblica dell’inganno subìto da parte di milioni di persone, e non solo di qualche centinaio di dissidenti. Così crebbe l’onda della glasnost’ che, alla fine, spazzò via sia il muro che l’URSS.

Ma il meccanismo prettamente sovietico di attribuire allo Stato il monopolio della menzogna è sopravvissuto a tutte le metamorfosi degli anni ’90 e a tutte le illusioni occidentali sulla fine della «guerra fredda» e dello scontro Est-Ovest.

Lo storico russo Aleksandr Kojre ha descritto la menzogna totalitaria degli stalinisti come la logica dei cospiratori che hanno conquistato il potere. Nella ristretta cerchia dei «compagni» si decidono gli scenari delle «operazioni speciali» e l’assortimento di maschere da mostrare agli spettatori esterni, per ingannarli con gesti di lealtà. La logica degli agenti dei servizi, supportata dagli ultimi ritrovati della tecnica, nel periodo post-sovietico ha sopravanzato le dimensioni della vecchia propaganda.

In Occidente non vogliono capire che per gli eredi dei bolscevichi le idee, qualsiasi idea, sono uno strumento da usare per disorientare il nemico e non per esprimere delle convinzioni. Ad esempio, il Cremlino guarda a certe costruzioni come i «valori tradizionali» esattamente come, per 28 anni, aveva guardato il muro di Berlino. Quale retorica sui valori ha impedito l’uccisione di Boris Nemcov letteralmente sotto le mura del Cremlino, e di eliminare anno dopo anno i fiori che la gente portava sul luogo della sua morte?

Ma la memoria della dignità dell’uomo non trova spazio nei territori neosovietici della memoria e della cultura. Questo ormai non scandalizza i simpatizzanti di Boris Nemcov o i compatrioti di Oleg Sencov.

È stato invece uno shock il rifiuto del Consiglio d’Europa, il 24 giugno, di mettere a tema le indagini sull’abbattimento del Boeing MH-17. Tema scomodo, che per i deputati è diventato un tabù. Tema, tuttavia, che riguarda la morte di 4 tedeschi, 4 belgi, 10 britannici, 192 olandesi e molti altri… Che pensano questi deputati dei diritti dell’uomo e della loro origine, la dignità umana? Cosa li ha indotti ad accettare che degli europei siano stati privati del diritto di vivere?

Che atteggiamento hanno queste persone (e i loro elettori) non verso la retorica dell’anniversario 1989-2019, ma verso il concreto fatto storico dell’abbattimento del muro di Berlino e il sistema cinico che lo aveva costruito e mantenuto per quasi 30 anni?

Nei tre decenni trascorsi l’Europa ancora non ha preso piena coscienza del profondo significato del terremoto del 1989. In sostanza noi oggi siamo chiamati a riconoscerne realmente il senso. «Esso ha spinto gli abitanti dell’Europa occidentale ad assumere un nuovo ruolo, addossando loro la responsabilità per le condizioni di tutto il continente» (Luuk van Middelaar). Ma riconoscere questa responsabilità oggi è per molti insopportabile.

Sarebbe un grande errore non voler vedere le conseguenze della catastrofe antropologica sovietica. Questo ci ha già portati alla revanche neostalinista, alla guerra a due ore di volo da Berlino, all’annessione della Crimea e allo strappo pubblico col diritto internazionale e col paradigma dei diritti dell’uomo. La nuova ambizione dell’homo sovieticus è corrompere non solo il suo popolo, ma anche i cittadini dei paesi confinanti.

La presa di coscienza del difficile percorso che porta dall’homo sovieticus all’homo dignus e delle brusche svolte che avvengono in questo campo storico è solo agli inizi. Come ha osservato Anne-Marie Pelletier, «l’homo dignus è inattingibile allo sguardo deformante che percepisce il mondo come fondato sull’ostilità verso l’altro, sull’illimitata affermazione di sé, sulla violenza della menzogna».

L’impulso principale che può dare al nostro pensiero il trentennale del crollo del muro di Berlino è quello di farci volgere lo sguardo sull’ethos della dignità umana come filo rosso del nostro tempo (nonostante la cacofonia circostante, per quanto paradossale questo possa sembrare).

Konstantin Sigov

Docente di storia delle idee teologiche e filosofiche all’Università statale Accademia Moghiliana di Kiev, dirige il Centro di ricerche umanistiche europee. Nel 1992 ha fondato l’Associazione culturale ed editoriale «Duch i litera», di cui è direttore.

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