30 Dicembre 2018

Solženicyn mi ha cambiato la vita

Ioann Privalov

Un sacerdote ortodosso della lontana provincia russa testimonia la rivoluzione spirituale che provocò in lui la lettura di Solženicyn. Gli spalancò il mondo dell’anima, il mistero della vita. È il lettore, in fondo, il giudice ultimo dello scrittore.

Ho accettato con stupore e gratitudine la proposta di parlare di Solženicyn. Con stupore perché, non essendo uno studioso di letteratura né un teologo in senso stretto, non sono in grado di offrire una trattazione esauriente. L’unico titolo che ho per intervenire è quello di lettore, che è comunque importante, perché in fondo il lettore è l’amico ultimo cui l’autore si rivolge, senza sapere quale accoglienza troverà. In questo contesto dovrò parlare un po’ anche di me.
Sentii nominare Solženicyn per la prima volta nel 1988, a uno dei soliti corsi d’informazione politica in cui spiegarono che era un uomo di talento: ormai lo si poteva nominare perché erano tempi di glasnost’ e di perestrojka. Dicevano che era uno scrittore di fama ma che si sentiva offeso perché non era stato apprezzato abbastanza, per cui se n’era andato all’estero e lavorava lì. Ma chi fosse Solženicyn e cosa avesse scritto, ancora lo ignoravo.
In quello stesso periodo mi stavo convertendo. Venivo da una famiglia atea e sono cresciuto in una cittadina di provincia, poi in un capoluogo di provincia, ma attorno a me non c’erano persone di fede. In generale, che Dio esiste mi era evidente per tutta una serie di fattori. Ma come studente di storia mi agitava l’interrogativo se Cristo fosse esistito davvero o fosse un’immagine collettiva. Fino a che punto si poteva ammetterne l’esistenza storica? Fino a che punto si poteva accettare tutto alla lettera? Ai preti non lo potevo chiedere, perché per dovere d’ufficio mi avrebbero detto di sì. Neanche alle vecchiette della parrocchia mi sentivo di far domande, perché non mi infondevano grande fiducia.

Ed ecco che un giorno uscì sul Bollettino dall’estero, una pubblicazione che c’era allora, una lunga intervista a Solženicyn ripresa dalla rivista americana «Time», la prima, secondo me, apparsa nel nostro paese. Gli facevano le più svariate domande sulla storia, la società, la sua opera, e forse gli chiesero anche se era credente. Quello che mi colpì fu la qualità del testo, la sua musicalità, la sua consistenza. In vita mia non avevo mai letto nulla di così denso e così vero. Non erano le nuove informazioni che ci trovai, ma la musica di quelle parole che mi colpiva. Quanto alla domanda sulla fede, Solženicyn non disse niente di speciale e niente direttamente su Cristo, ma le sue erano le risposte di un cristiano. Ebbene, questo risolse per sempre tutti i miei interrogativi sull’esistenza di Cristo. Capii che, se esisteva un simile testimone, non c’era bisogno che parlasse esplicitamente di Cristo, bastava sentire la forza di quel suono, la qualità di quella parola per rispondere a tutte le domande.
Non saprei a cosa paragonare l’entrata di Solženicyn nella mia vita: forse a una valanga o a un torrente in piena, perché in pratica mi riformulò da capo a piedi. Poi, quando diventai sacerdote, per molti anni, sette o forse dieci, non riuscii più a leggere alcun libro di quelli che si pubblicavano in Unione Sovietica. Li tenni come in sospeso: non che non amassi più, ad esempio, Verne o Dumas, mi piacevano ancora ed ero loro grato. Li accantonai per un po’, perché da quel momento cercai solo l’essenziale nella vita, quello che mi permette di vivere ancor oggi.
Solženicyn in quell’intervista non disse nulla del ragazzo di provincia che ero allora, ma attraverso di lui entrai in contatto con il mistero della vita, ricevetti il nutrimento che bastava alla mente e al cuore. Quindi per circa dieci anni non riuscii a leggere nessun altro libro di letteratura russa, e questo fu un momento di purificazione da tutto quello che avevo imparato a scuola. Leggevo solo Solženicyn non perché me ne fossi infatuato, ma perché avevo una fiducia infinita in quelle parole.

Fu lui il mio punto di riferimento, perché un suo personaggio, padre Sever’jan nella Ruota rossa è una vera stella polare. Leggerò un passo su questo personaggio, un cappellano militare durante la prima guerra mondiale, il quale dopo la rivoluzione di febbraio si accorge che tutti si ritirano, e in un monologo interiore parla anche della gioia: «Padre Sever’jan dopo l’accademia fu ordinato sacerdote, e non andò a cercarsi un posto in un luogo di intensa vita spirituale, né presso qualche lavra, per non collocarsi in una posizione innaturalmente elevata: voleva infatti condividere la sorte di tutti per avere il diritto di giudicarla. …Egli amava questo luogo [dove si trovava la sua parrocchia] come quello più importante per lui in tutta la Russia e la terra intera: qui riusciva a pensare in modo chiaro e vasto come da nessun’altra parte. Fin dai suoi primi passi, padre Sever’jan si era avvicinato a coloro che, tra il clero russo, avrebbero voluto restituire alla Chiesa il ruolo di rigeneratrice della vita. Perché essa rispondesse al vicolo cieco in cui si trovava il mondo contemporaneo, da cui né la scienza, né la burocrazia, né la democrazia, né tanto meno il tronfio socialismo potevano trarre l’anima umana. Ma soprattutto perché restituisse ad ogni parrocchia la vita viva della Chiesa delle origini» (Marzo 1917, n. 578).

Cosa mi dice Solženicyn

Così ho passato anni in compagnia di Solženicyn, e oggi vorrei provare a tirare le somme, a comunicare il mio modo di leggerlo, di stargli di fronte.
Come vedo dunque Solženicyn? Come un genio, un genio nazionale, paragonabile a Lomonosov. Tutti ricordiamo il detto di Puškin: «Lomonosov fu un grande uomo… Fondò la nostra prima università. Anzi, fu lui stesso la nostra prima università». In un certo senso per me Solženicyn è lo stesso.
Nato nel dicembre 1918 da genitori di origini contadine della regione del Don, non conobbe mai suo padre, morto per un incidente di caccia pochi mesi prima. Crebbe assorbendo l’aria, l’atmosfera della sua famiglia, del suo ambiente. Il primo ricordo della sua vita risale a quando, forse con il nonno, entrò in una chiesa: improvvisamente, nel bel mezzo della liturgia, fecero irruzione i soldati rossi, entrarono nel santuario, interrompendo la celebrazione, e portarono via il sacerdote.
Poi, come ebbe a scrivere, «senza clamore, in silenzio si sfece / l’edificio della fede nel mio petto». Gradualmente, frequentando la scuola e l’associazione dei giovani comunisti, diede anche lui il suo tributo all’epoca sovietica. Quando ebbe inizio la guerra, annotò: «Se in questi giorni la causa di Lenin fallisse, perché dovrei continuare a vivere?».
Fece di tutto per essere chiamato al fronte, cosa non facile per vari motivi, ma alla fine ci riuscì. Pensava molto alla rivoluzione, l’idea di diventare scrittore e di scrivere la storia della rivoluzione russa gli era venuta già alla fine degli anni ’30, a diciotto anni, e questo fu un evento che annotò, che conservò nella memoria. Ma siccome era una persona abituata a pensare, ben presto capì che Stalin aveva stravolto gli ideali della rivoluzione. Alla fine, per aver pensato liberamente, Solženicyn finì in lager e quindi della rivoluzione in senso stretto riuscì a parlare solo più tardi.

È molto importante capire da dove viene Solženicyn, una personalità irriducibile ai suoi antecedenti: di famiglia contadina, senza padre, come ha fatto a diventare così? Egli stesso affermò che era stato un Artista geniale a mandarlo in lager, dove avvenne la sua maturazione, dove si accumularono le sue forze vitali e gli si chiarì la questione principale della vita. Scrisse Arcipelago GULag come un ripiego rispetto al suo impegno principale, che era quello di scrivere la storia della rivoluzione russa, La ruota rossa. Nel frattempo pubblicò alcuni racconti e romanzi, che cominciarono a essere stampati anche all’estero.

Perché dico che Solženicyn è un genio? Lo vediamo in primo luogo da come agì. Decise di trasformare le 257 testimonianze sui lager che aveva ricevuto in un’opera in tre volumi di grande forza artistica, e se c’è qualcosa per cui oggi quest’opera conserva tutto il suo fascino è proprio la forza artistica. Secondo molti contemporanei, non fu Solženicyn ad aprire gli occhi ai suoi cittadini su quanto era accaduto. Quando uscirono Una giornata di Ivan Denisovič o Arcipelago GULag, la gente sapeva già tutto. Forse non conosceva la portata delle repressioni, ma in un modo o nell’altro ne aveva fatto esperienza. Cosa diede di più, dunque, Solženicyn? Fece cambiare lo sguardo, riuscì a raccontare questi fatti in modo che tutti quelli che sapevano rabbrividissero, inorridissero, e capissero che vivere così non si poteva, che bisognava vivere diversamente. Si può dire che, quando uscì Una giornata di Ivan Denisovič, iniziò il movimento di liberazione.

La sua seconda opera fu La casa di Matriona, di cui Anna Achmatova pare abbia affermato: «Quando uscì Una giornata di Ivan Denisovič, dissi: “Questo romanzo deve essere letto da ciascuno dei duecento milioni di cittadini dell’Unione Sovietica“. Ma quando lessi La casa di Matriona scoppiai a piangere, e io piango raramente”». E sempre riguardo al secondo romanzo: «La casa di Matriona è un’opera stupefacente, è sorprendente come siano riusciti a pubblicarlo perché è più terribile di Ivan Denisovič: leggendo quest’ultimo si può ancora ridurre tutto al culto della personalità, ma lì… non è Matriona, è la campagna russa a finire schiacciata sotto la locomotiva. Dopo l’uscita di Matriona, ha avuto inizio la prosa contadina».
Solženicyn oltre ad essere scrittore è senz’altro anche un testimone dell’umano. Nikita Struve gli ha attribuito addirittura «otto vite»: l’infanzia, la militanza nella gioventù comunista, la guerra, il lager, il cancro, la gloria mondiale, i vent’anni dell’esilio e il ritorno. Tutte tappe vissute pienamente, trasmettendo ottimismo a chi lo incontrava.
Bisogna dire che al primo incontro ciò che stupiva di Solženicyn era la personalità. Il 30 ottobre 1962, ad esempio, Lidija Čukovskaja scrive: «Ieri ho trascorso tutta la sera da Anna Andreevna [Achmatova]. Era emozionata ed entusiasta. …“È un astro lu-mi-no-so!”, ha detto scandendo solennemente le parole. “Fresco, asciutto, giovane, felice. Ci eravamo perfino dimenticati che esistono persone simili. I suoi occhi sono come pietre preziose. È austero, ode quel che sta dicendo». E qualche giorno dopo: «Oh Lidija Korneevna, se vedesse quest’uomo! Non se lo può immaginare. Bisogna vederlo di persona, oltre a leggere Una giornata di Ivan Denisovič. …È una persona sorprendente, non solo uno scrittore».
Quando nel 1963 Solženicyn fu invitato a casa di Kornej Čukovskij, quest’ultimo descrisse così il loro incontro: «Oggi è stato da me Solženicyn. Ha salito la scala di corsa, con leggerezza, come un ragazzo. Portava un completo estivo leggero, aveva il viso roseo e occhi giovani, ridenti. …Lieve, pieno di gioia e di amore».
Padre Aleksandr Men’: «Dalle fotografie mi aspettavo di vedere un tetro “lupo magro e spelacchiato”, come nella favola di Fedro, e invece mi si è presentato un allegro capitano dall’aspetto norvegese, energico, collerico e molto intelligente. Un uomo che ride di cuore, mostrando i denti, che sprizza energia psichica e intelligenza».
Quando Solženicyn fu espulso dall’URSS, Nikita Struve scrisse a padre Aleksandr Šmeman: «L’impressione è … stupefacente. È come un fuoco, tutto pensiero, attenzione e tensione, insieme a una incredibile bontà, tenerezza e semplicità».

Ed ecco la prima impressione dello stesso padre Šmeman, giovedì 30 maggio 1974: «Chissà se nella mia vita ci saranno altri giorni come questo, un altro incontro come questo, nella più assoluta semplicità, così da non pensare neanche una volta a cosa bisogna dire. Accanto a lui non è possibile nessuna falsità, nessuna contraffazione, nessuna “civetteria”».
Lidija Čukovskaja: «… nella letteratura russa del periodo sovietico e fino a Solženicyn vi furono dei grandi poeti: l’Achmatova e Pasternak; poeti eccezionali: Mandel’štam e la Cvetaeva; prosatori eccezionali: Žitkov, Bulgakov e Tynjanov. Con l’arrivo di Solženicyn hanno incominciato tutti a risplendere di nuova luce. Lui ha dato loro una nuova qualità: l’energia. È come se a degli splendidi vagoni fosse stata agganciata una potente locomotiva. Da geni e talenti isolati che erano, sono diventati la grande letteratura russa, una comunità sui generis».

Nikita Struve scrive a Šmeman: «Una persona del genere nella letteratura russa non c’è mai stata: non è Puškin (non ha e non può avere la sua armonia ultraterrena); non è Dostoevskij (non ha quella profondità filosofica e cosmica che scende nell’abisso dell’uomo per poi salire verso Cristo): è Solženicyn, qualcosa di nuovo e di immenso, chiamato a produrre una catarsi universale, una purificazione della storia e della coscienza umana da tutti i possibili miasmi. Vede, anch’io come lei ne vado matto, e continueremo a stravedere per lui… PS. Ha un’intelligenza straordinaria: capisce tutto in anticipo, anche quello che non gli hanno ancora detto. In un certo senso è un visionario…».
Lidija Korneevna parla nei suoi diari di quando Solženicyn fu loro ospite, in un periodo molto difficile per lui, e ripete i versi di Blok: «Egli è tutto figlio del bene e della luce. Egli è tutto trionfo della libertà».

Poi c’è stato l’esilio. Una volta espulso dall’URSS, Solženicyn esortò gli emigrati russi a scrivere le proprie memorie e a mandargliele. A partire dai manoscritti e dai libri che gli erano stati mandati, Solženicyn diede inizio alla collana «Biblioteca memoriale russa» e al lavoro di ricerca su alcune problematiche della storia russa. Infine, tornato in Russia, fece confluire tutti questi manoscritti nel primo nucleo della biblioteca della Casa dell’emigrazione russa a Mosca. Prima di tornare in patria, scrisse per noi, suoi concittadini, il saggio Come ricostruire la nostra Russia.
Ricordo che nel 2005 durante un’intervista chiesero a Solženicyn cosa pensasse del fatto che in Russia stavano togliendo la democrazia. Rispose: «Ci possono togliere solo quello che abbiamo. La democrazia non ce la possono togliere, perché non l’abbiamo avuta neanche per un istante». E in effetti, quando dissero che era stato El’cin a restituirci la libertà di parola e di movimento, lo scrittore ribatté: «Non è vero, la libertà di parola e la libertà di movimento ce le ha restituite Gorbačev». In questo senso faceva delle osservazioni molto precise. Ricordo che nel luglio del 1998 uscì una sua opera intitolata La Russia a pezzi, che suscitò forti critiche sulla stampa: «Cosa sono queste fantasie? Di quale Russia a pezzi sta parlando?», ma di lì a poco cominciò la crisi del ’98.
Com’era la Russia che lui incontrò al suo ritorno negli anni ’90?
I suoi amici più cari, ad esempio Lidija Čukovskaja o Nikita Struve, dicevano che in quel periodo lo scrittore era triste: non che fosse scoraggiato, tuttavia questa era una cosa insolita per lui, che aveva sempre trasmesso ottimismo e vedeva la luce in qualunque situazione.
A questo proposito vorrei leggere il suo ultimo scritto letterario, la Preghiera per la Russia del 1998:
«Padre nostro pieno di misericordia, non abbandonare la tua Russia sofferente, in questo momento di sconcerto, così vulnerabile, miserevole e turbata nello spirito.
Signore onnipotente, non permettere, ti prego, che venga annientata, che smetta di esistere.
Quanti cuori retti e quanti talenti hai posto fra i russi.
Non permettere che scompaiano, che sprofondino nelle tenebre senza aver servito il Tuo nome.
Libera dalle sciagure il Tuo popolo così goffo».

Cosa ci dà, insomma, Solženicyn?
Secondo me è un autore che non è stato letto. In compenso, si continua a discutere su di lui. Si discute con l’immagine che di lui avevano creato fin dall’inizio i funzionari del Partito e il KGB, col fantoccio che ne avevano fatto; e poi ci sono state molte persone invidiose e malevole che con questo fantoccio, con l’immagine che si erano fatte di Solženicyn, hanno continuato a litigare, a discutere, a indignarsi.
Eppure, il più delle volte mi sono convinto che perfino coloro che lo elogiano, comunque non lo hanno letto a fondo. Perché Solženicyn non basta solo leggerlo, bisogna leggerlo per stringere un rapporto con lui, sapersi fidare della sua parola e permetterle di cambiare la nostra vita. Frutto di sofferenze e generata in tempi difficili, questa parola, per quanto possa sembrare strano, porta una luce immensa. Di Solženicyn vorrei dire che ha lottato sino alla fine e che ha vinto sino alla fine, anche se a prima vista tutti i suoi personaggi combattono fino in fondo contro il male, ma vengono sconfitti. Come Stolypin, come, in un certo senso, lo stesso Solženicyn. Ma è la sconfitta di Cristo, attraverso cui si fa strada la luce della Resurrezione.

Ioann Privalov

Sacerdote ortodosso dal 1993, di formazione storico, svolge la sua missione pastorale nella regione di Archangel’sk.

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