24 Gennaio 2023

Lo stupido spreco della guerra, e la forza della preghiera

Redazione

Nel 1944, scrivendo al figlio al fronte, Tolkien non si limitava a denunciare la miseria della guerra: la fede gli suggeriva che anche la tragedia può essere un momento di grazia.

È l’ora in cui il male sembra stravincere: «Ricordiamo il Kursk, le esplosioni delle case a Mosca, il Nord-Ost, l’incendio nel cinema di Kemerovo, dove sono bruciati vivi i bambini, …ogni volta abbiamo provato un lungo, intollerabile orrore. Gli psicologi parlerebbero di evento traumatico. Ed ora è lo stesso, da 11 mesi. Una catastrofe, un attentato terroristico lungo 11 mesi. Senza fine, smisurato».

Così scrive l’esule russa Ksenija Lučenko, richiamando alla memoria una serie di tragedie che hanno segnato l’imporsi dell’attuale sistema putiniano di potere, il suo progressivo distacco dalle attese della società civile e poi il suo allontanamento da ogni possibile evoluzione democratica. Ci vengono infatti ricordati, prima, l’abbandono dei marinai del sommergibile Kursk nell’agosto del 2000, e il cinismo col quale si cercò di ridurne l’impatto («Cos’è successo?», venne chiesto a Putin, e lui rispose con un arrogante: «È affondato»); siamo quindi posti di fronte al successivo affacciarsi di un quadro inquietante, in particolare con gli attentati moscoviti del settembre 1999, che portarono alla seconda guerra cecena (e a dubbi mai fugati circa le responsabilità dei servizi segreti russi nella loro organizzazione), e poi con la tragedia del teatro Dubrovka (dove nell’ottobre 2002 si stava tenendo lo spettacolo Nord-Ost) nel quale l’intervento per lo meno dissennato delle forze di sicurezza portò alla morte non solo di una trentina di terroristi, ma anche di oltre un centinaio di innocenti.

E poi, come sappiamo, la situazione è andata peggiorando di giorno in giorno e la desolazione si è insinuata persino dentro la Chiesa ortodossa, dilaniata come mai prima dal conflitto di questi mesi, che ha inizialmente giustificato e poi ha continuato ufficialmente a «benedire». Come dice uno spiritual: «Oh my Lord what a morning, when the stars begin to fall», davvero tutte le stelle hanno iniziato a cadere.

C’è grande disorientamento tra i credenti coinvolti nella guerra, di fronte a un episcopato e a un clero che in molti casi non hanno la lucidità né la forza morale di condannare ad alta voce l’aggressione. Anzi, alle parrocchie, in Russia, vengono inviate dal Patriarcato preghiere liturgiche di questo tenore: «Con la Tua grazia istruisci nel bene le nostre autorità e arricchiscile di sapienza! Conferma nei tuoi precetti, concedi fortezza di spirito, difendi da morte, ferite e prigionia i combattenti e tutti i difensori della patria nostra!».

Il giornalista ortodosso russo Viktor Sudarikov si fa portavoce di un atteggiamento ben diverso e commenta con amarezza: «Ipocrisia e menzogna in ogni singola frase. Invocare Dio non per la pace ma per vincere la guerra d’aggressione. Chiamare difensore chi aggredisce… Si usano parole sacre per giustificare il massacro… Presumo che qualche sacerdote sarà disgustato da questa lettura, ma l’obbedienza ai superiori viene prima dell’obbedienza a Dio». E il disagio, se non lo scandalo, ovviamente, resta.

Tutto questo fa sì che per molti ortodossi che vivono in Ucraina, ma che per appartenenza canonica sono ancora legati al patriarca di Mosca (la cosiddetta UPC, Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca) quest’ultimo non sia più un’autorità credibile e indiscussa (dall’inizio della guerra i sacerdoti ucraini, e diversi russi, non lo commemorano più durante la liturgia), con la conseguenza che molte strutture diocesane e diverse comunità parrocchiali cambiano appartenenza e finiscono spesso col disgregarsi.

Mentre si era creduto che dopo la fine dell’ateismo di Stato la Chiesa russa fosse finalmente al sicuro dagli urti della storia, il firmamento religioso è sconvolto e non sempre si sa utilizzare la libertà riconquistata.

Tutto questo succede, infatti, in Ucraina, dove due Chiese ortodosse si contrappongono duramente; ma non meno difficile è la situazione in Russia, dove ad un tratto vengono dolorosamente allo scoperto un clima interno di ipocrisia e paura, e dove appare una «sottomissione» all’autorità religiosa che non è più virtù ma sopraffazione, come dimostrano le punizioni inflitte ai sacerdoti che hanno osato alzare la voce contro la guerra. A questo proposito il biblista ortodosso Andrej Desnickij ha scritto che «di fatto il diritto canonico, che già da tempo non era più un diritto (ossia un sistema organico e funzionante) ma solo un archivio di citazioni da cui scegliere in base al gusto e alla necessità, ha smesso definitivamente di funzionare sotto i nostri occhi».

(Arxidiakon, orthphoto.net)

La sofferenza della Chiesa si inserisce così, pienamente, nella sofferenza della società che abbiamo descritto all’inizio; e entrambe sono enormi. Se cerchiamo un parallelo nella storia, non è esagerato pensare alla seconda guerra mondiale e alla sua immane tragedia. È illuminante, in questo senso, l’insistenza con la quale papa Francesco ripete da tempo che stiamo vivendo, sia pure a pezzi, la terza guerra mondiale, una guerra che pur con questo carattere apparentemente minore ha un effetto non meno devastante di quelle che l’hanno preceduta. E tra le memorie della seconda guerra mondiale troviamo delle riflessioni che possono essere a loro volta illuminanti. Si tratta di una lettera che John Ronald Tolkien scriveva nel 1944 al figlio mentre questi si trovava al fronte:

«A volte mi spavento al pensiero della quantità di miseria umana che esiste in tutto il mondo in questo momento: milioni di persone divise, angosciate, che sprecano giornate inutilmente senza contare la tortura, il dolore, la morte, le perdite, l’ingiustizia. Se l’angoscia si potesse vedere, quasi tutto questo mondo ottenebrato sarebbe avvolto in una nuvola densa di vapore scuro, nascosto agli occhi stupiti del cielo!» (Lettera del 30 aprile 1944).

Nessuno, allora come oggi, può illudersi che questa «miseria» e questa «angoscia» verranno superate in modo semplice: «E i risultati di tutto questo saranno per lo più malefici, considerandoli da un punto di vista storico», osservava Tolkien.

Ma la sua analisi non finiva qui, per fortuna, la fede gli suggeriva che c’è sempre qualcosa di più, e che la tragedia è anzi, anche un momento di grazia: «Ma il punto di vista storico, naturalmente, non è l’unico. …Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente succedendo al momento attuale sub specie aeternitatis.

Tutto quello che sappiamo, e anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce con grande potenza e successi continui ma inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno perché il bene, inaspettatamente, germogli.

Così accade in generale, e così accade nelle nostre vite».

Tolkien parlava «per diretta esperienza», e questo ci incoraggia a cercare di leggere anche noi i fatti attuali sub specie aeternitatis, con uno sguardo meno politico, che colga il germogliare (anche timido) del bene. Nella prima metà di dicembre, ad esempio, è stato diffuso online un video messaggio di alcuni sacerdoti e laici della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca (l’UPC di cui ricordavamo alcuni aspetti problematici): un’iniziativa della base che indica coraggio, dignità, senso di responsabilità e amore alla Chiesa. Soprattutto, non si tratta di una sfida provocatoria ai vertici ma di un chiedere ragione e documentazione delle posizioni assunte ufficialmente da questa Chiesa, e dalla sua gerarchia presente in Ucraina, a proposito dei suoi rapporti appunto col Patriarcato di Mosca.

Per capirne la portata, ricordiamo che il Sinodo dell’UPC il 27 maggio scorso ha dichiarato la propria totale autonomia da Mosca, ma non si è spinto a formalizzare la scelta con un atto ufficiale, forse per non essere costretto ad uscire dalla comunione con Mosca e finire nel limbo delle Chiese scismatiche. Comunque sia, questa posizione sospesa genera ansia e confusione nella Chiesa, da qui la richiesta: 10 domande puntuali che chiedono una risposta puntuale, tesa a evitare che questa situazione continui ad alimentare le incertezze e le divisioni descritte più sopra, soprattutto in merito alla propria appartenenza.

Ma c’è anche un’altra testimonianza nello stesso spirito profetico di Tolkien, da parte di un sacerdote dell’UPC, Andryj Pinčuk, che ha scritto un testo paradossale e coraggioso, nel quale la questione dell’appartenenza va ben oltre una semplice appartenenza politica e nazionale (con il rischio di una deviazione riduttivamente nazionalista): «Le prove non finiranno, ma le perdite saranno inferiori ai guadagni».

«Innanzitutto lo Stato ha cominciato a rescindere i contratti di locazione con l’UPC. Non uso volutamente l’espressione “toglierci le chiese”, perché sono di proprietà statale, così è la legge… Io vedo la cosa come positiva. Sì, perderemo come minimo un altro migliaio di parrocchie, sarà inevitabile. Le nostre comunità dovranno spostarsi dal centro delle città verso la periferia. Ma questo farà sì che, come sta già accadendo, i nostri vescovi si ricordino di essere pastori buoni e non crudeli feudatari, e cominceranno a curarsi dei sacerdoti e del gregge. Le parrocchie restanti si stringeranno attorno a Cristo e all’Eucarestia. Col tempo diventeranno dei veri modelli di vita cristiana, dove tutti si conoscono, pregano insieme, e la comunità non esisterà solo per la domenica, ma per le opere buone compiute sempre.

…Perché mi rallegro di quel che sta accadendo? Perché si capiva che la nostra Chiesa non poteva combattere da sola le proprie infermità, e se il Signore ci avesse lasciato andare avanti così, non so che mostro saremmo diventati.

Non si tratta di persecuzione come dicono alcuni, ma del progetto buono di Dio e della sua cura paterna verso la nostra Chiesa. Con il suo bisturi divino il Signore taglia via tutto ciò che non viene dal vangelo, che abbiamo accumulato negli ultimi vent’anni. E questo mi fa molto felice. L’UPC sta passando attraverso il crogiolo, e diventerà molto migliore.

…Dobbiamo pure renderci conto che spariremo dalla scuola, dalle università, dagli asili, dall’esercito, dalle pagine dei giornali. Spariremo dalla vita pubblica, ma c’è da sperare che questo faciliterà la rinascita interiore. …E porterà a un cambiamento titanico nelle relazioni all’interno della Chiesa. Se prima della guerra nella vita ecclesiale il metropolita o il vescovo erano tutto, e potevano permettersi di umiliare i sacerdoti e di violare il diritto canonico, d’ora in poi la cosa più importante nelle parrocchie saranno i laici. …E sarà sui laici che si reggerà la vita spirituale, mentre i vescovi e i preti si sentiranno servitori della Chiesa. Finalmente i sacerdoti si occuperanno di ciò cui li chiama il Signore, ossia non temere il vescovo ma servire il popolo di Dio».

In queste parole, pur con qualche ingenuità (come l’eccessiva fiducia nel ruolo, un po’ automatica, dei laici) si ritrova qualcosa di più essenziale e più vitale di ogni appartenenza terrena, quello stringersi «attorno a Cristo e all’Eucarestia» che sono il segno del vero coraggio della fede e di un pieno uso della ragione, che non rinuncia a vedere, pensare, analizzare, giudicare sulla base dell’esperienza, ma lo fa riaffermando il senso dell’antico inno natalizio che canta Cristo come «luce della ragione».

E infine, se Cristo è luce della ragione, non è soltanto per il bene spirituale futuro che possiamo sperare; ci incombe anche sperare e pregare perché pure la situazione storica si risolva, come diceva ancora Tolkien:

«Ma c’è ancora qualche speranza che le cose per noi possano migliorare, anche sul piano temporale, per grazia di Dio. E anche se abbiamo bisogno di tutto il nostro umano coraggio e di tutte le nostre risorse naturali (l’enorme capacita del coraggio umano e dell’umana sopportazione è stupenda, non è vero?) e di tutta la nostra fede religiosa per affrontare il male che ci può capitare (come capita ad altri, secondo la volontà di Dio), tuttavia possiamo pregare e sperare. Io lo faccio».


(foto d’apertura: Vit4570,orthphoto.net)

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