29 Marzo 2020

Russia e Covid, i cristiani si interrogano

Marta Dell'Asta

I pericoli di contagio e le restrizioni della quarantena hanno aperto molte domande tra i credenti. Innanzitutto come distinguere ciò che è essenziale dalle «care tradizioni». E come sentirsi corresponsabili con tutti gli altri. (Seconda parte).

Lo hanno detto in molti: questo virus ci sta facendo capire cose che in tempi normali si fatica a capire. È quello che sta succedendo anche tra i cristiani russi che sono stati strappati al normale corso della quaresima dalle minacce della pandemia.

In realtà le domande hanno incominciato a porsele ben prima che il resto della popolazione prendesse sul serio l’epidemia, rassicurata dalle cifre minimali del contagio in Russia: solo 10, 20 casi al 10 e 11 marzo. Il pericolo è stato a lungo non monitorato perché c’erano in quel momento altre priorità, come la nuova Costituzione e il voto del 22 aprile e si teneva sotto traccia la malattia. Agli inizi del mese la gente in Russia ancora parlava del virus con una certa ironia, solo i più ansiosi correvano a fare la spesa…

Per gli ortodossi, invece, la preoccupazione si era già affacciata vedendo ciò che succedeva in Italia con la sospensione delle messe dal 23 febbraio, nelle zone più colpite. Sia pure in via ancora ipotetica, si era incominciato a considerare il problema della vita liturgica in presenza del contagio. Poi col passare dei giorni l’ipotetica evenienza è diventata sempre meno ipotetica e la preoccupazione ha contagiato tutto l’ambiente ecclesiale. E sono sorte le prime domande: è accettabile interrompere la vita liturgica per ordine delle autorità civili, sia pure per rischio contagio? E poi, l’altra domanda che agita gli animi, se veramente il virus possa trasmettersi attraverso la stessa Eucarestia.

Una fede che coinvolge anche il corpo

La tradizione ortodossa da sempre è profondamente legata alle sue pratiche devozionali, e un certo modo di «discorrere» col sacro attraverso il contatto materiale è parte intima e uno dei pregi della coscienza ortodossa, perché mette in gioco la persona anche nella sua fisicità; come ha detto il teologo padre Kirill Hovorun:

«L’ortodossia è la religione dei molti contatti, contatti fisici, noi amiamo baciare le icone, la croce».

Purtroppo però molte di queste pratiche devozionali possono tralignare in una ritualità meccanica e tendenzialmente magica e, oltre tutto, risultano «poco igieniche» soprattutto in tempi di pandemia: il bacio delle icone, delle reliquie, del calice, della mano del sacerdote e della croce, sono sicuramente elementi di rischio, oltre al fatto che l’eucarestia viene distribuita con un cucchiaino che va in bocca a tutti, e che dopo la comunione il diacono pulisce le labbra di ciascuno con lo stesso telo; infine c’è l’uso della zapivka, una bevanda tiepida da assumere subito dopo la comunione e che di solito si prende da un’unica tazza comune.

zapivka covid i cristiani si interrogano

Per molti questo insieme di riti così familiari è parte essenziale della liturgia e perciò intangibile, al punto che, se anche presentasse rischi, sarebbe da preservare anche sacrificando la salute, come qualcuno è arrivato a scrivere su facebook:

«E se uno è pronto a morire del virus per amore di Cristo, possiamo forse proibirglielo?».

La risposta – data da molti – anche a una domanda così ingenua è un modo per chiarire la fede e liberare le coscienze da false idee di martirio, affermando invece un autentico senso di responsabilità cristiana per sé e per gli altri.

Comunque il rischio grave che si presenta oggi obbliga a chiedersi quali degli usi tradizionali facciano parte essenziale del sacramento e quali siano semplicemente delle abitudini storicamente databili, come la zapivka o il bacio del calice. Alcuni storici hanno fatto presente che la comunione tramite il cucchiaino risale al VII-VIII secolo, mentre prima il pane eucaristico veniva distribuito in mano. L’attaccamento assoluto a tutte le forme senza distinzione fa parte di una più generale resistenza a qualsiasi tentativo di cambiamento nella Chiesa. Oggi però vediamo che molti di questi usi vengono un po’ brutalmente rimessi in discussione proprio dal virus, là dove annose dispute teologiche e pastorali non avevano aiutato a trovare risposta.

Per venire incontro ai dubbi diffusi, l’11 marzo il Santo Sinodo ortodosso ha pubblicato un documento ufficiale in cui ribadisce un punto fermo essenziale, e cioè che nei tempi di epidemia la Chiesa russa non è mai venuta meno al proprio ministero né mai ha negato a nessuno la partecipazione ai sacramenti, ma allo stesso tempo invita i credenti a non essere avventati e a mettere in pratica tutte le raccomandazioni igienico-sanitarie consigliate, senza cedere al panico. Il 23 marzo il Patriarca ha poi istituito un Gruppo di coordinamento che ha inviato una circolare a tutti i parroci e monasteri invitando ad usare le misure profilattiche. Il 13 marzo anche la Chiesa cattolica russa, per il tramite dell’arcivescovo Paolo Pezzi, ha inviato una lettera ai fedeli in cui, ricordando che il Coronavirus non è né una maledizione né una punizione divina, invita calorosamente tutti ad osservare le prescrizioni delle autorità civili e sanitarie. In seguito è stato deciso che dal 22 marzo saranno interrotte le messe pubbliche a Mosca e San Pietroburgo.

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Fedeli in coda nella cattedrale della Madonna di Kazan’ a S. Pietroburgo.

Difendersi o cambiare

Ma le argomentazioni misurate e ragionevoli delle autorità religiose hanno suscitato le reazioni infastidite dei fondamentalisti, sia ortodossi che cattolici. Da una parte ci sono ancora i negazionisti, che perseverano nel sostenere che il coronavirus è un fake o una psicosi collettiva. Dall’altra ci sono quelli che il metropolita Ilarion ha pubblicamente definito «ortodossi invasati», che rifiutano di applicare qualsivoglia misura profilattica: i monaci della Lavra di San Sergio, ad esempio, che il 18 marzo hanno deciso di respingere le «empie» misure suggerite dal Patriarcato. O il vescovo Dimitrij di Čita che ha ufficialmente dichiarato con grande enfasi: «Non riesco a immaginare cosa dovrebbe accadere perché io debba rinunciare a celebrare la liturgia. Peggio che ai tempi sovietici. Neanche se mi mettessero al muro…». E padre Dimitrij Smirnov, celebre predicatore televisivo, ha esortato gli ortodossi in Italia a non sottomettersi alle norme del governo e a celebrare di nascosto. Si è sfiorato l’incidente diplomatico e il video della predica è stato prontamente tolto dal sito della tivù. In compenso in quegli stessi giorni a Pietroburgo 70mila fedeli si sono assiepati nella cattedrale della Madonna di Kazan’ per baciare l’urna con le reliquie di san Giovanni Battista.

In risposta a queste prese di posizione si sentono numerosi pareri più pacati che invitano alla ragionevolezza,

«In ogni religione tradizionale c’è la fede e c’è la superstizione, e in questa crisi si manifestano entrambe»

ha commentato padre Hovorun e ha proseguito, in perfetta sintonia con le dichiarazioni del metropolita Ilarion, dicendo che «per quanto riguarda i sacerdoti che dicono alla gente di andare tranquillamente a fare la comunione e di baciare le icone perché vale più il timor di Dio che la paura del virus, li considero degli irresponsabili – di più, dei criminali, perché mettono a repentaglio non solo la propria vita, ma quella di tanta gente. C’è chi parla di martirio, ma questo non è martirio: è terrorismo, perché il martire mette a rischio la propria vita, il terrorista la vita degli altri».

E il metropolita Ilarion, nel suo discorso televisivo ha anche aggiunto: «Parlo per chi ascolta, perché gli “ortodossi invasati” non vogliono sentire ragioni…». L’ortodosso invasato, hanno ripreso altri, è chi pretende il miracolo semplicemente perché crede in Dio mentre, scrive il teologo Sergej Chudiev:

«La misericordia di Dio ci raggiunge di solito nell’ordine naturale delle cose così come è stato stabilito. La Provvidenza divina può agire tramite i medici che danno indicazioni ragionevoli per la nostra salute… Non può essere che Dio ti stia mostrando il Suo amore proprio attraverso le indicazioni di persone sensate, che bisogna ascoltare?».

Conformemente a questo spirito di prudenza, c’è una parte della Chiesa, sacerdoti e vescovi (come il metropolita Ionafan di Tul’čin, in Ucraina) che ha subito raccolto creativamente la sfida della pandemia, e si ingegna ad escogitare le più svariate soluzioni sanitarie, con l’adozione di cucchiaini e bicchieri monouso, eliminando il bacio del calice, sanificando le icone, eccetera.

E nel far questo si ritrovano in sintonia con gli ortodossi d’America e di altri paesi che a queste piccole innovazioni avevano già messo mano da tempo. Alcuni però già dicono che tutte queste non sono che mezze misure che non eliminano il pericolo, e che l’unica vera soluzione sarebbe quella di chiudere le chiese al pubblico.

Le limitazioni della libertà di movimento colpiscono dolorosamente tutti, ha affermato padre Vladimir Šmalij, «in questa situazione impressionano i gemiti di quanti si sentono tarpati nei loro diritti. Il popolo (compreso quello della Chiesa) con testardaggine e, ahimè, egoismo non vuole capire che oltre a “me/noi” con i nostri diritti ed esigenze personali e di gruppo esistono anche “gli altri”, quelli che in caso di epidemia vedono messo in forse il loro diritto a vivere da “io/noi” che ignoriamo la quarantena. In tutte le dichiarazioni di chi decide di ignorare le norme c’è molta poca carità e cura del prossimo, e ancor meno buon senso, solidarietà e responsabilità civica».

fedeli ortodossi in preghiera covid i cristiani si interrogano

Di fronte alla richiesta di chiusura delle autorità civili, le Chiese ortodosse hanno risposto ciascuna a modo suo poiché, come ha osservato padre Hovorun «nell’ortodossia non c’è l’autorità unica come il papa per i cattolici, il quale tra l’altro ha già espresso le sue raccomandazioni. Per noi ogni Chiesa autocefala prende le proprie decisioni. Ma nel complesso il comun denominatore è stato una ragionevole prudenza, con l’invito a mantenere le distanze di sicurezza; alcuni, come il Patriarcato ecumenico, hanno persino chiuso le chiese. Altri hanno introdotto la liturgia online, fatta in chiesa alla presenza del minimo delle persone indispensabile. Un’altra variante ancora è celebrare nelle case private, alla presenza della famiglia».

A Mosca la richiesta di sospendere le liturgie è arrivata il 26 marzo, quando il sindaco Sobjanin ha invitato i credenti ad «astenersi dal frequentare le chiese»; la Chiesa cattolica, come si è detto, aveva già sospeso di sua iniziativa le messe. La Chiesa ortodossa ha risposto con spirito di collaborazione ma restando ferma nella sua posizione di principio: in nessun caso si possono sospendere le liturgie. «Il servizio pastorale sarà svolto regolarmente per quei fedeli che riterranno necessario venire in chiesa», e contemporaneamente sarà assicurata la trasmissione online delle celebrazioni per chi ritenesse di restare a casa.

Non tutti però hanno condiviso questa scelta, ad esempio padre Georgij Kočetkov, responsabile di una confraternita ortodossa, ha esortato i fedeli ad evitare la comunione in chiesa e a chiedere, in caso di bisogno, che il sacerdote vada a casa di chi lo richiede.

Non è comunque escluso che nel prossimo futuro la richiesta dell’autorità civile si faccia più decisa, e allora la Chiesa dovrà scegliere se scendere a un compromesso o passare alla disobbedienza civile.

comunione ortodossa covid

Il punto dell’Eucarestia

C’è poi la questione più delicata, che tocca tutti e riguarda l’Eucarestia: può il Corpo e Sangue di Cristo essere veicolo del virus? Anche a questo proposito non c’è una posizione univoca; pressate dall’insistenza dei fedeli, quasi tutte le Chiesa ortodosse si sono espresse in merito: per i Sinodi delle Chiese ellenica, georgiana, bulgara l’Eucarestia non può essere veicolo di infezioni. La posizione del Sinodo russo è più sfumata, il metropolita Ilarion se ne è fatto portavoce: «Qualcuno ritiene eccessive le precauzioni che si stanno adottando per la comunione al Corpo di Cristo, dato che lì è presente Dio stesso. Noi non dubitiamo che nell’Eucarestia sia presente Dio stesso, ma l’Eucarestia viene distribuita ai fedeli in calici che non sono esenti da possibili infezioni Per questo vengono sanificati i vasi sacri e si adottano speciali precauzioni».

Una posizione diversa è stata invece espressa da padre Kirill Hovorun: «Visto che continuano a chiedermelo, rispondo. Sì, il virus può trasmettersi attraverso il calice. Pensare diversamente significa cadere nel docetismo… Ingannare se stessi e gli altri tirando in ballo la fede e promettendo che non succederà nulla è teologicamente falso e anche irresponsabile, se non criminale… Il coronavirus, assieme a tutti gli altri virus, ai batteri eccetera fa parte dell’ecosistema creato da Dio, sono parte del creato… Il docetismo ritiene che il Corpo di Cristo, anche quello eucaristico, non sottostà alle leggi della natura… Questa è una visione dualistica del mondo».

Su questo punto, evidentemente, le posizioni divergono e si dovrà riflettere a fondo.

Tra le altre cose, questo dibattito, secondo Sergej Čapnin, ha messo in luce che «non è vero che nella nostra Chiesa è tutto uniforme e monolitico. C’è un ampio spettro di usi diversi, spesso introdotti dalle singole parrocchie.

La società cambierà dopo l’epidemia di Coronavirus, cambierà anche la Chiesa, magari più lentamente»;

sempre Sergej Čapnin ha scritto: «L’epidemia non è solo una minaccia in sé, è anche un ottimo stimolo per rivalutare criticamente le pratiche in uso…». Molti fanno notare a questo proposito come la discussione in corso non riguardi soltanto problemi contingenti che spariranno con il coronavirus; quali riti tralasciare e quali no, se sia ammissibile o meno celebrare senza il popolo sono forse problemi legati all’emergenza, ma la questione delle caratteristiche del Corpo e Sangue eucaristico e dell’effettiva e irrinunciabile potenza salvifica dell’Eucarestia, dice padre Pëtr Meščerinov, rimette in gioco l’essenza della fede, toccando un tema teologico serissimo che pertiene al cuore stesso della pietà ortodossa tradizionale.

Dello stesso parere è anche padre Kirill Hovorun:

«La crisi attuale è un’ottima occasione per capire più a fondo non solo la liturgia ma l’ecclesiologia».

fedeli ortodossi icone covid

Nelle ultime settimane, per colpa del coronavirus, si è dunque avviato un dibattito che, partito da una questione pratica come quella delle norme igieniche, si sta rivelando un’occasione provvidenziale per rimettere in discussione una concezione statica della tradizione e una devozione che sono diventate «gradualmente una religione a sé» e che impediscono alla Chiesa di uscire realmente nel mondo. Per questo aprire il discorso sui cambiamenti di qualsiasi genere diventa un’occasione importante, non per rinunciare a qualcosa di essenziale, ma per ritrovare una più grande capacità di testimonianza dell’essenziale.

È un dibattito che nessuno aveva programmato ma che ormai si svolge creativamente tra laici e sacerdoti. Le attuali restrizioni alla vita eucaristica, oltre ad essere una dolorosa privazione, ci fanno capire una cosa importante, aggiunge padre Hovorun: «Fino a poco tempo fa i primati litigavano sui territori canonici e interrompevano facilmente la comunione eucaristica, come se ve ne fosse in sovrabbondanza. Ora questa sovrabbondanza non c’è più.

È tempo che noi tutti impariamo a stimare come cosa preziosa l’Eucarestia e a non usarla come un’arma tra noi, come abbiamo fatto anche di recente. Così il coronavirus ci riporta pian piano all’ethos dei primi cristiani…».

In fondo è una sfida comune a tutti i cristiani e che richiederà a tutti i cristiani, in Oriente come in Occidente, una rinnovata responsabilità, come ci ricordavano le parole di papa Francesco nella meditazione del 27 marzo: «Ora non è il tempo del Suo giudizio ma del nostro: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa».

(2 – Fine → Prima parte)

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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