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Aperto a Butovo il Giardino della memoria

Le fosse di Butovo, fuori Mosca, custodiscono i resti di 20.762 persone fucilate sotto Stalin. A ottobre vi è stato inaugurato il «Giardino della memoria», un luogo per ricordare e perdonare. Così Mosca ospita due memoriali del terrore.

Sono state scoperte nei primi anni ‘90 le fosse comuni nel poligono dell’NKVD a Butovo, alla periferia sud di Mosca, che custodiscono i corpi di oltre 20.000 vittime innocenti del terrore staliniano; gente di ogni estrazione, fra cui numerosi martiri. Prima di allora, per lunghi decenni amici e familiari dei fucilati avevano atteso invano notizie veritiere sulla loro sorte. Il terreno del poligono, donato dallo Stato alla Chiesa ortodossa nel 1995, è diventato un luogo della memoria sempre più visitato. Oggi la costruzione di un grande monumento ha restituito a questi morti il nome e la dignità di cui il regime li aveva privati. Per la società russa è un invito a guardare senza censure al proprio passato, condizione indispensabile per riconciliarsi e affrontare serenamente il presente e il futuro.

Valentina Alekseevna, un’anziana signora con la voce rotta dal pianto, accarezza e legge un nome inciso sul granito: «Konovalov Aleksej». È arrivata molto prima dell’inizio ufficiale della cerimonia di inaugurazione perché non riusciva più ad aspettare: «Per settantasei anni l’ho cercato e non sapevo... Cercavo mio padre, solo adesso l’ho trovato».
Nel primo pomeriggio del 27 settembre, quando la Chiesa ortodossa russa festeggia l’Esaltazione della Croce, al poligono di Butovo è stato inaugurato il Giardino della memoria, il più grande monumento di tutta la Russia alle vittime del terrore staliniano.

I lavori di costruzione, iniziati con la benedizione del patriarca Kirill, sono stati promossi dalla comunità parrocchiale della chiesa dei Nuovi Martiri e Confessori russi costruita presso il poligono nel 2007. L’iniziativa è partita dal parroco, padre Kirill Kaleda, nipote del sacerdote Vladimir Ambarcumov, morto martire proprio qui, e dal direttore del Centro di ricerca del museo memoriale, Igor’ Garkavyj. L’opera è stata costruita, su progetto dell’architetto A. Žernakov, senza finanziamenti statali, ma con le offerte di molti, soprattutto parenti delle vittime, e con il cospicuo contributo di Sergej Vasil’ev, direttore di Video International, la più grande agenzia di pubblicità televisiva in Russia. Lo stesso Vasil’ev è nipote di uno dei fucilati di Butovo, Vasilij Petrov. Al ritrovamento degli elenchi delle vittime hanno dato un aiuto decisivo l’Archivio di Stato russo, i Servizi di sicurezza (FSB) delle regioni di Mosca, Kaluga e Rjazan’, e il Centro di informazione del Ministero degli interni della regione di Mosca.

L’idea di fondo del monumento è quella di «riaprire» simbolicamente una delle fosse in cui riposano i fucilati; scendendovi i visitatori si trovano alla stessa profondità delle sepolture situate a poca distanza. Sulle lastre di granito che ricoprono le pareti della lunga trincea sono stati scolpiti i nomi delle 20.762 persone uccise qui dall’8 agosto 1937 al 19 ottobre 1938. Il più giovane, arrestato per aver rubato due pagnotte, aveva tredici anni, quando le leggi sovietiche del tempo prevedevano la fucilazione per i delinquenti dai quindici anni in su. I dati delle vittime provengono dai verbali dagli atti di esecuzione delle condanne a morte scoperti nell’archivio centrale del KGB all’inizio degli anni ‘90. I nomi sono raggruppati in base alla data di fucilazione e, all’interno di ogni elenco, in ordine alfabetico per cognome. Di ogni vittima sono indicati il nome e l’anno di nascita. Molte hanno in comune anche la data di morte. Il giorno più tragico fu il 28 febbraio 1938, che vide la fucilazione di 562 persone. Dietro a ognuno di questi nomi c’è quasi sempre il dramma di innocenti prelevati nel cuore della notte, caricati su furgoni a 20 o a 30 per volta e portati al poligono dell’NKVD. Qui i carnefici li confrontavano con le foto del loro dossier, pronunciavano la condanna, li conducevano alla fossa comune e li fucilavano. Di queste enormi fosse ne sono state identificate tredici, per una lunghezza totale di oltre un chilometro. A differenza delle fosse comuni della vicina «Kommunarka», dove venne giustiziata l’élite staliniana del Partito caduta in disgrazia, qui, salvo rare eccezioni, trovarono la morte operai, contadini, come pure professionisti, sacerdoti e religiosi, rappresentanti di ben 70 diverse etnie.

Complessivamente il monumento è lungo trecento metri e alto due. Una sottile striscia di cielo fa come da coperchio alla simbolica tomba. Alla fine del percorso c’è una grande campana senza alcun segno religioso, che chiunque può suonare. Il monumento si trova a Est rispetto alle sepolture, su un terreno dove non ci sono fosse e dove negli anni ’70 i collaboratori del KGB, ai quali erano state assegnate delle dace nei dintorni, hanno piantato dei meli. Gli alberi non sono stati abbattuti, ma rientrano nel progetto generale del monumento, personificando la memoria vivente di tutti coloro che hanno sofferto qui e in molti altri luoghi dell’URSS.

La benedizione solenne e la funzione di suffragio sono state presiedute dal metropolita Juvenalij, presidente del Consiglio patriarcale per la perpetuazione della memoria dei nuovi martiri e confessori della Chiesa russa. Nel suo discorso prima dell’inizio della cerimonia il metropolita ha detto: «Osiamo pregare per tutte le persone che hanno sofferto, alle quali è stata tolta la vita ingiustamente, in modo illecito e criminale. Definirei il monumento che oggi stiamo per benedire, un viale del dolore, un viale della preghiera e della memoria».



L’inaugurazione del «Giardino della memoria» a Butovo (foto pravmir.ru)


Natal’ja Solženicyna, presidente della Fondazione Aleksandr Solženicyn e vedova del grande scrittore, nel suo intervento all’inaugurazione ha affermato che gli anni del terrore hanno posto le basi per la divisione della società russa, che rimarrà lacerata finché non si comincerà a scrivere la storia onestamente, e che senza unità e risanamento spirituale non sarà possibile neppure la rinascita economica: «A dare il giudizio più preciso sull’epoca delle repressioni è stato Aleksandr Tvardovskij, che nel suo poema Diritto alla memoria ha affermato: “Chi nasconde gelosamente il passato, difficilmente avrà un buon rapporto con il futuro”. Per me la costruzione di questo monumento è un passo avanti per guardare serenamente al futuro. Purtroppo oggi la nostra società è lacerata, non è stato dato un giudizio sugli eventi dell’epoca staliniana, su queste fucilazioni senza processo. La divisione interna non porterà niente di buono. Noi invece abbiamo bisogno di essere uniti, ma non ci si può riconciliare dimenticando qualcosa. La memoria è un passo necessario sulla via della riconciliazione. L’inaugurazione di questo monumento è uno dei passi importanti e indispensabili fatti proprio dalla gente».

Pochi giorni prima dell’apertura ufficiale del Giardino della memoria a Mosca si è svolta, con la partecipazione del ministro della cultura Medinskij, un’altra inaugurazione: quella del «Viale dei capi di Stato», con i busti di tutti coloro che hanno governato la Russia dal medioevo ad oggi, compreso Stalin. A chi le ha chiesto un parere su questo stridente dualismo della memoria, la Solženicyna ha risposto: «Questa è la realtà in cui viviamo».

Della necessità di rispondere onestamente alle domande dei giovani sulle pagine tragiche della recente storia russa ha parlato anche il senatore Vladimir Lukin: «Se offriamo un quadro idilliaco della nostra storia in cui si evidenziano solo le vittorie, ciò renderà le giovani generazioni disarmate di fronte all’orrendo fanatismo senza pietà per la persona e la sua dignità che ha portato a questa terribile tragedia. Rispondere in modo corretto, onesto e coraggioso alle loro domande è appunto il modo per ripristinare l’unità infranta negli anni terribili del terrore totalitario».

Igor’ Gar’kavyj ha dichiarato che il Giardino della memoria è il primo passo di un lavoro ben più ampio: «È indispensabile aprire un museo. Infatti il complesso del memoriale è composto da numerosi elementi. (…) Per noi è importante non solo conoscere i nomi delle vittime, ma anche capire quale Russia abbiamo perduto con la loro uccisione. Erano infatti gli eredi di un grande paese: sacerdoti, aristocratici, militari. Qui si trovano le spoglie di dodici generali dell’esercito zarista che hanno combattuto durante la Prima guerra mondiale, di più di duecento ufficiali, molti dei quali decorati al valor militare con l’ordine di San Giorgio. In questo stesso luogo riposano studiosi, musicisti, medici».

Alla cerimonia hanno partecipato alcune centinaia di persone, per la maggior parte parenti delle vittime, che hanno sostato davanti alle lapidi, portando fiori e ceri. Erano presenti alcune autorità della regione di Mosca, le delegazioni delle ambasciate dei paesi dell’Unione europea e i parrocchiani della chiesa dei Nuovi martiri e confessori a Butovo. Mancavano gli alti funzionari statali e gli esponenti dei servizi di sicurezza federali che pure, negli anni ’90, avevano dato un contributo decisivo a ricostruire la memoria di questo luogo di dolore, mettendo a disposizione dei ricercatori un’enorme mole di documenti.
Il 30 ottobre 2007, giorno della memoria di tutte le vittime del regime sovietico e al tempo stesso 70° anniversario dell’inizio del grande terrore, il presidente Putin aveva visitato il poligono di Butovo. Allora aveva commemorato quei tragici eventi con un discorso molto onesto e forte, con ammissioni sorprendenti. Da quel giorno sono passati dieci anni e molte cose sono cambiate, in Russia e nel mondo.


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