5 Aprile 2019

Una Festa poco patriottica

Angelo Bonaguro

Un regista russo ha rilanciato il samizdat, questa volta cinematografico, girando un film dissacrante con mezzi propri e lanciandolo su youtube invece che nei cinema. La cultura indipendente non demorde, mostrando che si possono creare degli spazi liberi. Con qualche sacrificio.

La blokada, l’assedio di Leningrado, durato dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 e terminato con la sconfitta delle truppe naziste, è una delle pagine più dolorose e tragiche della storia russo-sovietica del secolo scorso, che ha lasciato dietro di sé oltre un milione di morti, la maggior parte dei quali per fame e sfinimento. Divenuta parte integrante dell’attuale politica culturale, la blokada va presa a scatola chiusa, come da noi le lotte partigiane: guai a porsi delle domande o sollevare dubbi, l’ostracismo e la condanna sono automatici e senza appello.
Eppure ogni tanto c’è qualcuno che, libero da paraocchi ideologici, ci ricorda che la distinzione tra buoni e cattivi è, appunto, puramente ideologica, funzionale a un progetto politico.
Già Solženicyn scriveva in Reparto cancro sui due anni e mezzo del terribile assedio:

«“Quanta gente è morta durante il blocco! Maledetto Hitler!”.
“Che Hitler fosse un maledetto è già provato. Ma il blocco di Leningrado non lo metto in conto a lui, però… Lui faceva la guerra. Era il nemico. Ma la colpa del blocco è di qualcun altro (…), di quello o di quelli che erano pronti a fare la guerra anche se con Hitler si fossero alleate l’Inghilterra, la Francia e l’America. Quelli che da decine di anni prendevano uno stipendio, ma non avevano considerato la posizione chiave di Leningrado e non avevano predisposto la sua difesa. Quelli che avevano valutato l’entità dei bombardamenti che sarebbero venuti e non avevano pensato di organizzate depositi sotterranei di alimentari. Hanno ucciso mia madre, insieme a Hitler”.
Era semplice, tutto questo, ma troppo nuovo».

E «troppo nuovo» in questo senso è stato considerato anche il film «La festa» (Prazdnik), del regista Aleksej Krasovskij (1971), dedicato proprio alla blokada. Girato nel 2018 e uscito su youtube all’inizio di quest’anno, il film ha ricevuto critiche ancor prima di essere diffuso online, unica possibilità per aggirare pastoie e ostacoli burocratici, come spiegano regista e direttore della fotografia al termine del film: «Sognavamo di arrivare al pubblico per vie normali, di mostrarvi il film prima di tutto al cinema, ma si sono messi di mezzo i funzionari statali e la propaganda televisiva. Ci hanno accusati di nazismo, di falsificare la storia, si sono rivolti alla procura perché vietasse il film, ma noi abbiamo trovato il modo di farvelo arrivare. Non abbiamo chiesto fondi allo Stato e abbiamo realizzato il film pagando di tasca nostra».

Prazdnik è costato 3 milioni e mezzo di rubli (quasi 50mila euro), Krasovskij intendeva raccoglierne almeno la metà tramite crowdfunding, offrendo vari bonus agli sponsor: dal semplice link da cui scaricare il film, alla «colazione con Krasovskij» per un’offerta di almeno 30mila rubli, alla statuetta della «Nika» vinta per il film Il riscossore per un’offerta milionaria. A fine settembre 2018 erano stati raccolti solo 127.077 rubli, l’8% del previsto, perciò il resto ce l’ha messo lo stesso regista.
Krasovskij, che è anche sceneggiatore, ha definito Prazdnik una «commedia», una pièce che intende mettere a nudo l’ipocrisia di un’élite privilegiata al servizio del Partito mentre cerca di nascondere la propria ricchezza di fronte alla gente comune, che nella Leningrado assediata muore di fame. L’azione si svolge nella tarda serata del 31 dicembre 1941 nella casa della famiglia Voskresenskij, residenti in una località top secret nei pressi della città.
Il capofamiglia Georgij (Jan Capnik) è uno scienziato, piuttosto maldestro, che svolge studi segreti su nuove armi batteriologiche, e grazie al suo lavoro ha potuto finora garantire alla famiglia un tenore di vita superiore alla media, tenore che si cerca di mantenere anche nelle mutate condizioni e soprattutto che si vuol nascondere agli estranei.
Il film è percorso dal fil rouge della verità e della menzogna, tutti in un modo o nell’altro mentono, fino all’epilogo in cui i toni si fanno decisamente più drammatici anche se mescolati a situazioni «da commedia».

«Perché dovrebbero amare quelli come voi?»

Se non fosse per l’arrivo inaspettato di Maša (Asja Čistjakova), una ragazzina indigente conosciuta dal figlio Denis (Pavel Tabakov) in un rifugio antiaereo, i Voskresenskij festeggerebbero il capodanno come se nulla fosse, con «lardo, cioccolata, conserve, pane e ciambelle», brindando all’anno nuovo, mentre fuori i loro concittadini muoiono di stenti. La presenza di Maša li mette invece con le spalle al muro: «Devi preparare Maša – raccomanda a Denis la madre, interpretata da una bravissima Alena Babenko, – spiegale che tutto questo è solo perché è festa, che di solito, negli altri giorni, viviamo come tutti gli altri». Ma la commedia a un certo punto non regge più. È la stessa Rita, la padrona di casa, a giustificare la loro situazione di fronte alla ragazzina:

«Sì, Maša. Mio marito ha tre cappotti, e io quattro, col collo di visone. Sì, viviamo bene. E ci sono famiglie che vivono anche meglio. Ci sono paesi dove non c’è la guerra, ma la gente vive peggio, non possiamo farci nulla… Georgij Aleksandrovič svolge un compito di estrema importanza per lo Stato, ha delle razioni speciali, non ce le siamo date noi, ce le hanno assegnate secondo le disposizioni. Secondo te avremmo dovuto rifiutare? Morire di fame come tutti?».
«Potete dividere con gli altri quello che avanza».
«E in che modo? Cosa dovremmo dare e cosa invece tenerci? Ecco, mi metto a distribuirlo ai bambini, e domani me li ritrovo qui con i genitori. E dopodomani si presenta tutta la città».
«I Tjapovskij una volta al mese danno mezza razione all’orfanotrofio…».
«Oh, una volta al mese sfamano i bambini sfortunati… Ma quale generosità!… Per un giorno i bambini possono sfamarsi…».
«Volete dare una mano, Maša? Allora lottate contro ciò che ha provocato tutto questo. Non l’abbiamo cominciata noi questa guerra, ma non ce ne stiamo in disparte, anche noi combattiamo! Non in prima linea, ma ci siamo! Mio marito… Sì, non è al fronte e non torna a casa insanguinato… Ma anche lui corre rischi enormi! Sai perché abbiamo tutta questa abbondanza? Perché lo Stato ci apprezza. E si prende cura di noi. Perché dovrebbe amare quelli come voi? Cosa avete dato a questo mondo? Quello che sapete prendere, lo abbiamo visto [Maša aveva con sé un sacco in cui infilava oggetti rubati]. E cosa date in cambio?
…E mi dispiace anche per tutte le persone sfortunate sul pianeta. Ma il pane non basta per tutti».
«Basta, se si divide equamente».
«Allora non basterà qualcos’altro. Lo zucchero, i pantaloni, o i soldi».

Rita Voskresenkaja, come altri privilegiati, si illude di essere al sicuro perché «lo Stato li apprezza». Eppure basta un piccolo incidente – le chiavi del laboratorio lasciate incautamente in mano all’ex-fidanzato della figlia Liza (Anfisa Černych) – per rischiare di essere tacciati di spionaggio, e di passare dalla categoria dei ligi servitori del potere a quella dei nemici dello Stato.

Se non tutti furono «eroi», nemmeno tutti furono cinici come la Voskresenkaja. Nel suo intervento al Bundestag nel 2014, lo scrittore novantenne Daniil Granin – che ha vissuto l’assedio in prima persona da soldato e vi ha dedicato dei testi – ha raccontato: «Spesso dovevo recarmi in città, al comando, e questo mi ha permesso di capire chi erano gli eroi dell’assedio: quel “qualcuno”, quell’ignoto passante che aveva salvato una persona che era crollata in terra sfinita o che stava congelando. La compassione della gente non era scomparsa, era rinata. L’unica cosa che poté contrapporsi alla fame, alla disumanità del fascismo, fu la resistenza spirituale degli abitanti dell’unica città che nella Seconda guerra mondiale non si è arresa. Naturalmente anche i soccorritori morivano, ma mi ha sorpreso come la loro anima li aiutasse a rimanere uomini».

Oltre ad aver ricevuto critiche sui media, il film è stato definito sacrilego dal deputato Sergej Bojarskij, seguito a ruota da altri politici filogovernativi. Il regista si è difeso dicendo di essersi ben documentato, di aver interpellato anche gli storici del Museo dell’Assedio da cui ha ricevuto conferma che anche durante la blokada c’era qualcuno «più uguale degli altri». La blokada però rientra nella sfera della sacralità patriottica, persino Granin è stato accusato dal ministro della cultura Medinskij di aver scritto delle menzogne.
Il sospetto di alcuni commentatori è che la famiglia Voskresenskij rispecchi fin troppo le élite russe attuali, e questo ha dato molto fastidio.

La tragica quotidianità dell’assedio

Prima di Krasovskij è stato soprattutto lo storico Nikita Lomagin, autore di numerosi saggi sul tema dell’assedio, ad aver sollevato il sipario su questioni evidentemente «troppo nuove».
Intervistato da Novaja Gazeta nel 2014, Lomagin ha raccontato ad esempio dello storico negozio degli «Alimentari Eliseev» al numero 56 della Prospettiva Nevskij, che durante l’assedio ufficialmente risultava chiuso, ma in realtà dal cortile era accessibile per gli autorizzati che vi potevano entrare all’ora prestabilita – per non creare code o dare nell’occhio di fronte ai semplici cittadini che non ne sapevano nulla. La distribuzione speciale di viveri all’«Eliseev» rimase attiva dall’autunno del ’41 fino alla fine della guerra. In città – proseguiva Lomagin – erano aperti i cosiddetti «negozi alimentari riservati» per la nomenklatura, di cui facevano parte non solo i politici ma anche scienziati, artisti e relativi familiari, in totale alcune centinaia di persone.
Lomagin non condanna in toto l’amministrazione di Leningrado: sia Aleksej Kuznecov, vicesegretario del partito, che si era prodigato per la difesa della città, sia altri funzionari erano «persone consapevoli», che in qualche modo cercavano di fare il possibile, del resto «se anche loro fossero morti di fame, la città sarebbe stata senza governo e sarebbe stato il caos».

Il caos però in città già c’era. È lo stesso storico, nel libro Nella morsa della fame1 a documentarlo sulla base delle informative dei servizi segreti nazisti, dello spionaggio militare sovietico e dell’NKVD. Se Krasovskij si fosse ispirato a questi documenti, da Prazdnik sarebbe uscito un film horror molto più dissacrante dal punto di vista della vulgata patriottica.
Focalizzando l’attenzione sui documenti stilati tra il dicembre e il gennaio del ’41, periodo durante il quale si svolge l’azione in casa Voskresenskij, veniamo a sapere che la situazione degli approvvigionamenti è sensibilmente peggiorata, che si diffondono malattie e disturbi gastro-intestinali, che gli operai sono talmente debilitati che pèrdono coscienza sul posto di lavoro, che vi sono numerosi casi di morte per inedia. Nelle tabelle accluse si nota come la voce carne sia sparita già da settembre, mentre le razioni destinate a operai, ai loro congiunti e ai bambini si riducono da oltre la metà fino ad un terzo: se a settembre a un operaio spettavano quotidianamente 600 g di pane, due mesi dopo erano scesi a 250 g, lo zucchero da 300 g a fine novembre venne ridotto a metà, ecc. All’inizio del film vediamo invece i Voskresenskij discutere di polli e anatre:

«Oggi ho visto la Tjapkovskaja, a loro hanno dato un’anatra, e a noi un pollo. E suo marito è solo nel comitato cittadino del partito. Se non c’è stato nessun problema, perché ce l’hanno dato? Noi abbiamo uno status!».

Analoga valutazione emerge dai rapporti dei servizi segreti nazisti del dicembre 1941: «A fine mese il sistema di distribuzione degli approvvigionamenti si trova di nuovo in una situazione caotica». Al mercato nero dominano i prodotti alimentari, con prezzi alle stelle: «A fine dicembre 100 g di pane costavano 60-70 rubli, un gatto fino a 250 rubli, i cani che ormai sono scomparsi costano non meno di 300 rubli… Per un giaccone invernale o un abito buono si può ottenere 1 kg di pane, per un berretto, un paio di stivali o un orologio 200 g di pane. Inoltre il pane viene scambiato con alcool o vodka, candele e petrolio», perché ormai i soldi «si prendono malvolentieri». Dal 1° gennaio 1942 – continua il rapporto, – viene interrotta l’erogazione dell’energia elettrica, i tram sono fermi, semiparalizzati gli impianti idrici, perciò la gente per avere dell’acqua fa sciogliere la neve o la attinge dalla Neva. Non si trova più il carbone e per riscaldarsi si usa il legno degli edifici distrutti. «Nelle case c’era sempre buio – ricorda Granin, – le finestre erano sbarrate per impedire che uscisse il calore. Come fonte di illuminazione si metteva dell’olio per le macchine nei barattoli di conserva, con uno stoppino, e quella fiammella fuligginosa era tutto ciò che c’era per far luce».
In casa Voskresenskij invece l’elettricità funziona – persino l’albero di Natale è illuminato!, – la stufa idem, nonostante la carenza di combustibile, e dispongono persino di due bagni, come veniamo a sapere dal dialogo tra Maša e Denis:

«Grazie per avermi concesso di lavarmi, saranno almeno sei mesi che non mi faccio il bagno».
«Non ti preoccupare, non c’era bisogno di fare in fretta. Al secondo piano c’è un altro bagno. Nessuno ti avrebbe disturbata».
«Avete due bagni? E il secondo è grande come questo?».

Agli organi di controllo e sicurezza interessano anche gli umori della popolazione, visto che cresce il malcontento, si diffondono panico e depressione: «Morire per le bombe e le pallottole non è la cosa più tragica, è la fame che patiamo ad essere decisamente più terribile». «L’NKVD conduce in città una politica di rigoroso terrore. La sorveglianza della popolazione è stata ulteriormente rafforzata, le carceri sono sovraffollate. …Tuttavia, nonostante la popolazione sia esasperata dalla guerra, non si possono ipotizzare azioni antisovietiche. Ovunque si nota l’indifferenza passiva della popolazione».

In una serie di documenti confiscati dalla censura militare le autorità vengono informate che la popolazione mangia anche la carne di gatti, cani e carcasse di cavalli: «La gente cade lungo le strade. Mangiano gatti e cani». «Per la fame arrivano al punto da disseppellire le carogne dei cavalli e ricavarne della carne, per averne si arriva alla rissa». «Ho visto con i miei occhi questa scena: per la strada passava un carrettiere e quando il suo cavallo è crollato a terra sfinito, la gente è accorsa con asce e coltelli, hanno iniziato a fare a pezzi l’animale e a portarseli a casa».
Nella comunicazione top secret del 25 dicembre 1941 si nota come sia decuplicata la mortalità della popolazione: se nel periodo prebellico a Leningrado morivano circa 3.500 persone al mese, «nei primi 25 giorni di dicembre si contano 39.073 decessi», e 656 morti lungo le strade. La percentuale di mortalità colpisce specialmente i più piccoli e gli anziani.
Infine, sia i rapporti tedeschi sia quelli sovietici documentano episodi di cannibalismo, e qui si toccano le punte più terribili della blokada, come il caso in cui la moglie di un militare soffoca la figlioletta di 6 mesi e la fa cuocere per sé e per gli altri tre figli. O il caso dell’idraulico che uccide la moglie, ne smembra il cadavere e ne mangia lui, il figlio e le nipoti, raccontando loro che era carne di cane. Particolare ancor più raccapricciante, alcuni si recano negli obitori e nei cimiteri, e prelevano cadaveri o parti di essi.
Il giovane Denis del film non ha bisogno di fare come il meccanico diciassettenne della fabbrica numero 287, che il 21 dicembre 1941 dopo aver invitato a casa una coetanea la uccide per poi smembrarne il cadavere e mangiarlo.

La blokada non si tocca

La «commedia» di Krasovskij non indugia su questi episodi macabri, si limita a lanciare un sasso nello stagno, eppure questo è bastato per scatenare proteste e persino un raid «patriottico» il 20 febbraio scorso, quando presso la sede di Memorial a Mosca era prevista una serata di presentazione di Prazdnik, alla presenza del regista. L’evento è stato interrotto e disturbato da alcuni membri del movimento «SERB», che hanno minacciato i presenti e accusato gli organizzatori di tradire la patria.
Il gruppo – che nonostante si presenti come formazione nazionalista usa paradossalmente un acronimo inglese, «South East Radical Block» – non è nuovo a gravi episodi di teppismo, risolti con l’intervento delle forze dell’ordine a scoppio ritardato. Nell’aprile del 2016 se la presero contro un’altra iniziativa di Memorial, la premiazione del concorso scolastico dedicato alla storia russa del XX secolo, e in quell’occasione ci andò di mezzo fisicamente la scrittrice Ljudmila Ulickaja.

Dopo Prazdnik Krasovskij ha in mente un nuovo progetto, che andrà a toccare un altro tema d’attualità politico-culturale: la libertà della rete. Dopo la manifestazione per la libertà di internet, a cui ha partecipato di persona, il regista ha lanciato l’idea di un serial web intitolato «La rivoluzione» (Revoljucija): Sarà una storia sulla Russia moderna – ha anticipato durante la manifestazione – in cui tutte le informazioni sulla nostra vita – le chiamate, i messaggi, le foto, i video, tutto ciò che è stato attentamente raccolto dai nostri organi di controllo, è diventato improvvisamente accessibile a tutti, e scoppia l’anarchia. Anche questo, come Prazdnik, sarà un «progetto multimediale collettivo» che si appoggerà al sostegno del pubblico e che ci pare di capire non otterrà il plauso della cultura ufficiale.

Prazdnik
(Sottotitoli italiani a cura di Francesca Loche, per attivarli selezionare la lingua dalla barra di youtube)

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Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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