3 Ottobre 2016

Le avventure dei testi scritti in clandestinità

Angelo Bonaguro

La mostra «Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa», allestita presso l’Università degli Studi di Milano, è stata un’occasione per conoscere una delle modalità di espressione della grande stagione del dissenso.

«Improvvisamente nacque il samizdat. Nessuno sa come sia incominciato, nessuno sa come funzioni, eppure c’è, esiste e risponde alla reali esigenze del lettore. Alla fine c’è sempre qualcuno che ritorna in sé e si scuote di dosso la maledizione del letargo». Le parole di Nadežda Mandel’štam dal Secondo libro di memorie aiutano a cogliere l’idea di fondo dell’editoria clandestina d’epoca sovietica, presentata nella mostra organizzata da Memorial Italia e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione russa ed esposta a fine settembre presso l’Università degli Studi di Milano.
I pannelli ripercorrono la storia e le tematiche di questo fenomeno letterario, civile e umano unico nel suo genere, al quale non è nemmeno facile dare una definizione, sia concettuale che storica: «L’epoca del samizdat – si legge nella mostra – di fatto iniziò nella seconda metà degli anni ’50 e si concluse nella seconda metà degli anni ’80, quando la morsa della censura si allentò e il paese venne sommerso da un’ondata di pubblicazioni fino ad allora proibite. La società, liberatasi dalla paura dopo la morte di Stalin e il XX Congresso del 1956, cercò un’alternativa al monopolio dello Stato sulla cultura». Tuttavia la letteratura clandestina – com’è stato osservato durante la presentazione della mostra – esisteva in Russia già nell’800 (Radiščev, Griboedov…), e come non definire samizdat l’antologia Dal profondo, che raccolse il meglio del pensiero filosofico russo dell’epoca (Berdjaev, Bulgakov, Ivanov, Frank) e che fu completata nel bel mezzo del terrore bolscevico e stampata clandestinamente per iniziativa di alcuni tipografi?
Se accettiamo la periodizzazione «classica», va detto che il primo ad usare il termine samizdat è stato il poeta Nikolaj Glazkov negli anni ‘40, quando per le sue poesie usò la scritta «samsebjaizdat», «pubblicato da me», un’etichetta che faceva il verso ai nomi delle varie editrici statali come «Gosizdat», «Politizdat».

Con il radicamento dello Stato totalitario sovietico – scrivono i curatori – la censura, che presentava tratti in comune con quella prerivoluzionaria, «diventò sempre più capillare e pervasiva: lo Stato non si limitava solo a un controllo di tipo ideologico, ma sorvegliava tutti gli aspetti della vita dei cittadini senza eccezioni, compreso il tempo libero e i gusti estetici».
Tuttavia sarebbe riduttivo spiegare il samizdat solo come reazione o fuga estetica a una situazione oppressiva: «Questi testi mettevano in luce uno dei conflitti fondamentali del dissenso: l’opposizione tra lo Stato autoritario e il sostegno all’individuo, che mette la coscienza alla base del suo comportamento di cittadino». Ci pare che l’importanza del fenomeno stia proprio qui: il dissenso che si esprimeva nelle pubblicazioni del samizdat intendeva documentare il valore assoluto della persona, la sua irriducibilità ad ogni ideologia (l’Occidente rispetto all’URSS era «libero», eppure negli stessi anni era in balia di visioni del mondo nichiliste o ugualmente utopiche), la possibilità per ciascuno di «non vivere nella menzogna», alla ricerca della verità e del significato delle cose.
La «rinascita spirituale» che stava avvenendo nella mancanza di libertà era preoccupata dell’uomo, lo voleva difendere dagli abusi del potere, lo invitava a partecipare consapevolmente al rinnovamento della società, a superare la paura, l’indifferenza e la menzogna; pensava però che per ottenere questo non si dovesse puntare principalmente sul cambiamento delle strutture economiche, sociali o politiche, ma su una nuova coscienza e su nuovi rapporti umani: «La si può chiamare lotta per la liberazione dello spirito, per la dignità della persona», scriveva un «dissidente» nel 1973. Fu una lezione anche per il «libero» Occidente: «Il nostro secolo è il secolo della libertà; nello stesso tempo gli uomini scoprono con amara esperienza che la libertà, quando viene presa come principio assoluto, diventa distruzione e non-essere. La libertà da sola non garantisce la libertà, perché ha bisogno di un fondamento», si legge in un samizdat dei giovani che organizzavano seminari filosofico-religiosi.

Taccuino con versi di Anna Achmatova (1960).

Nel samizdat circolava tutto ciò che, per ragioni ideologiche, non poteva essere pubblicamente stampato e diffuso: appelli, denunce, letteratura, saggi storici, musica, pittura, pensiero filosofico e religioso. «Il samizdat letterario – si legge ancora nella mostra – precedette l’emergere del samizdat politico, filosofico e del movimento di difesa dei diritti dell’uomo. Le opere non erano obbligatoriamente delle testimonianze di dissenso ideologico. Tuttavia, lo Stato aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti del samizdat, come nei confronti di qualunque iniziativa indipendente, percepita come un fenomeno che minava la coesione del sistema (…). Accanto ai libri russi apparvero le traduzioni di autori stranieri, in primo luogo quelle dei romanzi dell’anti-utopia di Orwell».
Dopo la morte di Stalin nel 1953 la letteratura cercò di liberarsi dallo schematismo ufficiale, era l’epoca del cosiddetto «disgelo», dal titolo dell’omonimo romanzo di Il’ja Erenburg: uscirono testi «autorizzati» ma che esprimevano il nuovo impegno a scrivere la verità sull’uomo e sul recente passato. «Il samizdat della prima generazione del disgelo fu alimentato da un boom poetico senza precedenti. Una buona parte dei testi era costituita da copie dattilografate di poesie di autori proibiti o semi-proibiti come Cvetaeva, Gumilev, Mandel’štam, Pasternak, Achmatova». Poi dal 1963 Chruščev chiuse di nuovo ogni prospettiva di rinnovamento. Nel frattempo però la letteratura aveva preso una boccata d’ossigeno e si era creato un tipo di lettore nuovo, interessato «sia ai testi non censurati dell’Età d’argento della letteratura russa, della letteratura contemporanea e delle opere in traduzione, sia all’informazione sulla violazione dei diritti umani». Si legge in uno di quei testi: «L’uomo può perdere tutti i diritti, tutte le libertà, ma per rimanere uomo deve conservare per sé il diritto di amare il prossimo. Non ci resta che una cosa: mostrare che siamo ancora uomini».

La storia dell’editoria clandestina non sfociò in una forma di evasione culturale, ma accompagnò la rinascita civile nell’URSS e nel Blocco orientale. «Gli attivisti per i diritti umani in Unione Sovietica consideravano il loro un movimento etico e non politico. (…) Con l’intensificarsi delle repressioni nacque il movimento per la difesa dei diritti dell’uomo. (…) Si andava configurando uno schema che si sarebbe consolidato anche in futuro: a un’azione illegale da parte delle autorità seguivano una serie di lettere aperte e la diffusione di materiali e informazioni sulle repressioni e le forme di protesta. Gli attivisti per i diritti umani di Mosca avevano raccolto una grande mole di materiali sulle persecuzioni politiche, sui prigionieri di coscienza e sulla lotta per i diritti civili, nazionali e religiosi. Nacque cosi l’idea di pubblicare dei periodici samizdat per i diritti umani».
Parallelamente si diffuse il samizdat religioso, che «colmava il vuoto della mancanza di letteratura religiosa» dovuto alle violente persecuzioni antireligiose. «I testi del samizdat ortodosso come, per esempio, le opere del padre Aleksandr Men’, cominciarono a trattare argomenti essenzialmente teologici e spirituali, supplendo così alla mancanza di letteratura religiosa», mentre i rappresentanti delle minoranze religiose in URSS – cattolici, protestanti – pubblicavano i propri bollettini: «Nessun movimento della società civile era riuscito a organizzare un sistema così capillare di pubblicazione e diffusione del samizdat come il movimento dei cristiani evangelici e battisti». A queste si aggiunsero le pubblicazioni dei gruppi etnici repressi o deportati in epoca staliniana: «Il samizdat dei primi movimenti nazionali fu alimentato dall’immensa mole di lettere e petizioni inviate alle istanze politiche e firmate da un elevato numero di cittadini».

Nonostante le contraddizioni, l’epoca gorbačeviana portò un’attenuazione della censura: «Durante il periodo della perestrojka l’atteggiamento dello Stato nei confronti del samizdat cambiò. All’inizio del 1987 i condannati per pubblicazione e diffusione clandestina di samizdat furono rimessi in libertà, insieme ad altri prigionieri politici. La stampa non autorizzata cessò di essere un crimine (…). Con il risveglio dell’attività civile, il desiderio di libertà si diffuse più velocemente di quanto il processo di democratizzazione avesse supposto. Le pubblicazioni periodiche, fondate dai dissidenti, diventarono l’anello di transizione tra il samizdat tradizionale e la nuova stampa libera.
Il bisogno di verità divenne un fenomeno di massa».
Per avere l’abolizione della censura l’URSS dovette attendere fino alla metà del 1990, quando fu approvata la nuova legge sulla stampa che «per il suo impatto storico-sociale è paragonabile al manifesto sull’abolizione della servitù della gleba».

Purtroppo l’allestimento della mostra non ha previsto teche con esemplari autentici che permettessero di far «toccare con mano» riviste e attrezzature: l’apparente fragilità della carta velina, le pagine fitte battute a macchina con nastro nero o violaceo, i fogli ingialliti che lasciano ancora tracce di inchiostro sulle dita, i quaderni illustrati e rilegati a mano con correzioni a penna qua e là… Vladimir Bukovskij ha riassunto l’intero processo così: «Sono io a comporlo, rivederlo, censurarlo, pubblicarlo, diffonderlo, e sono io ad andare anche in galera per questo».
Il meccanismo era semplice: l’autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi lo distribuiva agli amici; se questi lo ritenevano interessante, lo ricopiavano a loro volta distribuendolo ad altri, e così via con una catena infinita che raggiungeva gli angoli più remoti del paese. Il samizdat era prodotto con varie tecnologie (esistevano differenze nella produzione tra i vari paesi socialisti): dalla macchina da scrivere con la carta carbone (correggere un errore su più fogli diventava in questo caso un’impresa disperata), al ciclostile, al più moderno offset. Queste pubblicazioni avevano «la tendenza all’autoriproduzione», come disse uno dei loro autori, «e la tiratura si rivela proporzionale al valore sociale dell’opera».
Le «avventure dei testi scritti in clandestinità» proseguono oggi grazie al lavoro di storici e studiosi in Russia, negli ex paesi socialisti e in Occidente. I documenti del samizdat si conservano ancor oggi a decine di migliaia, raccolti come memoria storica di una forma di risposta civile al totalitarismo in alcuni archivi russi ed europei; in Italia si conserva un archivio del samizdat presso la Fondazione Russia Cristiana di Seriate. Questi materiali, ha concluso il suo intervento Sergio Rapetti, «testimoniano il contributo del dissenso e del samizdat alla storia migliore di un grande paese. (…) È un patrimonio comune da conservare e far crescere nella nostra memoria e consapevolezza».

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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