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Il perdono azzera la memoria?

30 ottobre, il giorno della memoria in Russia. Quest’anno accompagnato da polemiche di carattere logistico ma anche di sostanza. Che sono state occasione per chiarire le posizioni, la gerarchia di valori, il senso delle parole memoria e perdono.

«Druganov Boris Fedorovič, 56 anni, collaboratore artistico nel museo di Istra. Fucilato il 13 luglio 1937». Sono in fila da più di tre ore in piazza Lubjanka, nel centro di Mosca, tra una folla di persone in attesa di leggere al microfono, come me, un foglietto con qualche scarna notizia su una delle decine di migliaia di fucilati a Mosca. Il 30 ottobre la Russia celebra la giornata della «Memoria delle vittime delle repressioni politiche in URSS» – una ricorrenza nata per iniziativa degli stessi detenuti politici nei lager di Perm’ e della Mordovia nel 1974 e ratificata nel 1991 dal governo russo, che ha introdotto questa giornata nel calendario statale.

Proprio per questo motivo, la data ha un duplice significato, di memoria di tutte le vittime ma anche di battaglia per la dignità umana e la libertà, e di vittoria sull’arbitrio e la violenza. Dal 2007, alla vigilia di questa giornata la Fondazione Memorial organizza nel centro di Mosca, di fronte al carcere della Lubjanka e accanto a un masso proveniente dal lager delle Solovki – luogo-simbolo delle repressioni – un’azione pubblica che prevede la lettura dei nomi di quanti sono stati fucilati a Mosca, per restituire loro la memoria che il totalitarismo ha tentato di cancellare.

Per tre ore Boris Druganov, un uomo di cui si ignora il volto, la storia, la mansione precisa nel museo (dagli elenchi dei fucilati risulta solo che aveva la tessera del partito, e che dopo la fucilazione venne cremato nell’ex-chiesa del monastero Donskoj; è stato riabilitato fin dall’epoca chruščeviana, il 27 ottobre 1956) mi ha accompagnato sotto il cielo plumbeo di questa gelida giornata di fine ottobre. Ognuno dei presenti si porta con sé uno o più nomi, perfetti sconosciuti oppure amici e addirittura parenti – genitori, nonni, bisnonni. Il lungo tempo dell’attesa è già di per sé un tempo di memoria, di incontro con nomi e storie che sembravano sepolti per sempre.

Sullo sfondo la mole del palazzo della Lubjanka, sede dell’NKVD – chissà, forse Boris Druganov ci finì dopo l’arresto, senza immaginarsi che cosa lo aspettava a breve: il grande terrore nel luglio del 1937 era ancora alle porte. La gente viene man mano incanalata verso il microfono in una lunga fila che si snoda intorno alla pietra delle Solovki, attorniata da lumini e fiori; tutt’intorno la recinzione del grande cantiere che ha rischiato nei giorni scorsi di far saltare la dodicesima edizione di questo gesto di memoria delle vittime del totalitarismo e oggi sbarra ai moscoviti lo spettacolo di un «altro paese» nel paese. Un «altro paese» nel senso di uomini e donne, anziani ma anche giovani e intere famiglie, che oggi si sono fermati per «ricordare», per affermare che la vita ha altre priorità e valori rispetto al convulso movimento della metropoli, al lavoro e al traffico che ci raggiunge con il suo rombo fin qui, oltre le recinzioni del cantiere.

Per molti, ormai, andare in piazza Lubjanka il 29 ottobre è diventato una consuetudine, un gesto morale che si rinnova di anno in anno. Guardandomi intorno scorgo nella folla amici e conoscenti – persone più o meno famose e importanti, o anche semplicemente il pubblico che mi capita di vedere sovente al nostro Centro culturale.
I volontari di Memorial offrono tè caldo e biscotti, hanno installato stufe a gas che regalano un po’ di tepore quando si passa vicino, e preparato una mostra sulla «topografia del terrore» a Mosca, per dare un’idea di come le case, le strade e le piazze da cui quotidianamente passiamo tranquillamente siano state teatro di un’«altra storia», fatta di violenze, eccidi e fosse comuni. La memoria comune delle vittime si trasforma in uno sguardo di simpatia e di solidarietà fra gli astanti: nessuno qui è uno sconosciuto, abbiamo un dolore in comune, e quindi una comune responsabilità e un’opera comune da compiere.

(foto E. Feld’man - www.meduza.io)

Ha vinto la coscienza civica
Quest’anno, poi, a rimettere la gente davanti a tutta la portata di questo gesto è stato l’improvviso veto delle autorità comunali di Mosca – giunto a dieci giorni dalla manifestazione – a motivo dei lavori pubblici che da mesi si stanno svolgendo in piazza Lubjanka. Nel giro di poche ore, tuttavia, la situazione si è risolta positivamente. È chiaro, molti possono essere stati i fattori che hanno giocato in questa vicenda, ma è certa la vittoria di una coscienza civica che non si arrende ad abdicare alla propria umanità. Nel comunicato diffuso nelle drammatiche ore in cui era giunto il veto, Memorial ha posto l’accento su due aspetti che al momento potevano sembrare quasi secondari rispetto alla gravità del fatto: in primo luogo, l’esigere dai funzionari del Comune delle scuse nei confronti della società civile. Chi si preoccupa oggi di chiedere o esigere delle scuse? Tanto più in ambito pubblico, sociale e politico? Si vogliono, pragmaticamente, dei risultati, il rapporto con l’interlocutore non interessa a nessuno.
La richiesta di Memorial ci riporta a quella stessa «cultura del samizdat», alla coscienza civica del dissenso che non si rassegna a non trattare e a farsi trattare da persona umana, a cui si debbono scuse, a cui si deve rendere ragione, e che è pronta ad entrare in dialogo, in dibattito con chiunque, certa che queste motivazioni – che sono inscritte nella natura umana – possano essere ascoltate e tenute in conto anche da chi ha il potere.

Le scuse – sottolineava ancora il comunicato stampa – erano dovute «non solo e non tanto agli organizzatori, quanto alle migliaia di persone che sostengono questa azione e vi partecipano», perché «la pietra delle Solovki è il più antico monumento del paese alle vittime del regime totalitario, eretto il 30 ottobre 1999 con il concorso della società civile, di associazioni pubbliche e delle autorità comunali e statali». Da questa coscienza che protagonista è la società civile, a cui Memorial offre semplicemente degli strumenti per esprimersi, è nata anche l’intransigenza sul fatto che la manifestazione dovesse svolgersi proprio alla «pietra delle Solovki»: «Sarebbe altrettanto impensabile – si leggeva nel comunicato – che sostituire la cerimonia della deposizione dei fiori sulla tomba del Milite ignoto nei Giardini di Alessandro con un altro rituale». Solo chi conosce il pathos del sacrificio e della vittoria nella seconda guerra mondiale vissuto oggi in Russia può capire tutta la portata di questo paragone.

Il «nodo» del perdono
Il dialogo – non sempre facile – con la società civile continua anche oggi in piazza Lubjanka. La posizione di Memorial è chiara: non permettiamo di strumentalizzare questo gesto di memoria, non lasciamo spazio a provocazioni. «Leggiamo solo il nome, la professione e la data di morte», ripete al microfono Elena Žemkova, direttore di Memorial, mentre accoglie il Corpo diplomatico venuto a deporre fiori alla pietra delle Solovki. Molte persone al microfono in realtà concludono la loro lettura con parole di ringraziamento a Memorial, di condanna delle attuali repressioni (echeggiano più volte i nomi di Nemcov, il politico ucciso nel 2015; del ricercatore di Memorial Jurij Dmitriev; del regista ucraino Oleg Sencov), e dello stesso governo; a chi va «fuori tema» viene spento il microfono, così si passa rapidamente al successivo.

Parecchi concludono la lettura rivolgendosi direttamente alle vittime: «Riposino in pace», «Memoria perenne»... e non sono pochi coloro che aggiungono frasi del tipo: «Non dimentichiamo e non perdoniamo»; «Non c’è perdono per i carnefici»; o addirittura «Pena di morte per i boia». Solo un ragazzo ha concluso la lettura del suo foglietto con le parole: «Perdonateci». Mi viene da pensare: che diritto abbiamo noi di metterci dalla parte delle vittime e di negare in loro nome il perdono ai carnefici? Certamente, fra quanti ripetono queste frasi ci sono persone che hanno sofferto per le repressioni subite dai loro familiari, ma questo basta a farsi esentare dal mea culpa che dopo sedici anni di lager si sentiva in dovere di pronunciare Evgenija Ginzburg? Dal senso di responsabilità del singolo, di ciascuno di noi, «per tutto e per tutti», di cui parlava Solženicyn in Vivere senza menzogna, il testo che rese pubblico all’atto del suo arresto? E la stragrande maggioranza della gente, che ha alle spalle un tranquillo passato sovietico e postsovietico, tutti noi oggi, siamo proprio così certi di poterci arrogare il diritto di tracciare una linea di demarcazione tra buoni e cattivi, tra bene e male, come se fossero realtà esterne a noi?

«Perdonateci». Non siamo noi a poter perdonare, siamo noi invece ad aver bisogno del perdono. Oltre che più umano, suona anche molto più realistico. Eppure, a molti – anche ex-dissidenti –oggi sembra che memoria e perdono siano in qualche modo in contraddizione, che alla memoria debba far seguito una «resa dei conti» non scevra da livore e sete di vendetta. Da questo punto di vista è emblematica la polemica sorta due giorni fa, in seguito all’inaugurazione del «Muro del dolore» sulle fosse comuni di Kommunarka, alla periferia di Mosca, che il regime usò per liquidare, secondo le proprie logiche, oltre alle vittime ignare e innocenti del Terrore, anche numerosi funzionari dell’apparato. Per questo motivo, sul muro che raccoglie i nomi di tutti i fucilati e sepolti a Kommunarka figurano anche quelli di carnefici, tra cui – per fare solo qualche nome – Leonid Zakovskij, responsabile del massacro di oltre 1000 prigionieri a Sandarmoch, oppure Genrich Jagoda, uno degli uomini ai vertici degli organi repressivi. Alcuni gruppi di ex-dissidenti hanno accusato Memorial di «erigere monumenti ai boia» e di mescolare oltraggiosamente i loro nomi con quelli delle vittime; allo stesso modo, del resto, si erano pronunciati contro il monumento eretto un anno fa alle vittime delle repressioni politiche dagli attuali governanti.

La risposta di Memorial ribadisce la necessità di fissare tutti i nomi dei fucilati, senza alcuna finalità apologetica o giustificatoria («Non vuol essere un monumento o un memoriale, non si tratta di riabilitarli o canonizzarli»), ma proprio nella prospettiva di cominciare a fare i conti con la complessità del passato da cui viene la Russia di oggi. C’è chi non è stato riabilitato perché colpevole, ma vi sono anche persone non riabilitate perché negli archivi manca la loro documentazione, oppure perché in alcuni casi erano ricorse alla lotta armata contro il regime comunista... «Sarebbe più comodo e gradevole se le persone simpatiche e i mascalzoni fossero sepolti separatamente – leggiamo nel comunicato di Memorial. – Ma la macchina del sistema del terrore sovietico funzionava appunto in modo tale che chiunque poteva essere arrestato e fucilato, buono o cattivo che fosse, e tutti venivano seppelliti nella stessa terra; anche se questo non toglie certo la responsabilità personale di ciascuno per quanto ha commesso durante la vita. Probabilmente, anche per questo la memoria del terrore sovietico è così complessa e ambigua e la sua presa di coscienza procede così lentamente».

In questa complessità non ci si può districare se non percorrendo la strada del ragazzo di ieri in piazza Lubjanka: «Perdonateci». Da questo passo di consapevolezza può nascere un nuovo, lucido e costruttivo, giudizio storico.


GALLERY (© foto di Ol'ga Chrul)

key-words: memorial, Solovki, gulag, società civile, Kommunarka



Parravicini

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