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Tempo di pellegrinaggi

Si avvicina il viaggio del cardinal Parolin a Mosca, dove nei giorni 21-23 agosto si incontrerà con Vladimir Putin e con il patriarca Kirill. Un segnale importante, in continuità con il dialogo costruttivo che la Santa Sede ha sempre mantenuto aperto con la Russia, individuando in essa un irrinunciabile interlocutore. È facile rendersi conto di questo processo, considerandone alcune tappe salienti nel produttivo messaggio di papa Francesco a Putin del 2013, in un momento particolarmente tragico della guerra in Siria, nelle visite del presidente russo in Vaticano e nell’incontro a Cuba tra i primati delle Chiesa cattolica e ortodossa russa il 12 febbraio del 2016.
È indubbio che in questi anni la presenza della Santa Sede sia stata preziosa per il Cremlino e abbia contribuito più volte a tracciare dei distinguo rispetto a indiscriminate barriere di ostilità alzate dalla Russia nei confronti dell’Occidente, sullo sfondo del conflitto ucraino e della situazione internazionale.

D’altro canto, un viaggio di Stato tanto delicato come quello a cui si accinge il Segretario di Stato della Santa Sede, gravato della responsabilità di mantenere una rotta ecclesiale che non ceda a contrapposizioni ideologiche o a compromessi, lo si può affrontare probabilmente solo ponendosi nella posizione del pellegrino – di chi cioè, percorrendo un cammino duro e accidentato, ha gli occhi fissi all’oltre, a Colui che lo sta chiamando a raggiungere la meta, che è Lui stesso. Per questo il pellegrino è un uomo libero, che gode di tutto ciò che incontra, ne vede il recondito valore e insieme si lascia alle spalle senza eccessivi rimpianti ogni bene incontrato, impaziente di conseguire il Bene ultimo.

Durante un recente viaggio in Georgia, pellegrini in una terra di antichissima tradizione cristiana, siamo stati accolti dal vescovo cattolico locale, monsignor Giuseppe Pasotto, che ci ha lasciato questa consegna all’inizio del nostro cammino: «Visitate e incontrate questo paese e la sua gente, guardando ogni cosa con occhi positivi, luminosi, per vedere il bello e il buono che c’è ovunque, così da poter, alla fine della settimana, cantare il Magnificat». E, realmente, così è stato.
Anche il cardinal Parolin, in una recente intervista a Il Regno, si è espresso in termini analoghi sull’incontro di agosto, parlando della necessità di comprendere e accogliere l’alterità: «Quando san Giovanni Paolo II immaginava un’Europa dall’Atlantico agli Urali non pensava a un “espansionismo occidentale”, ma a una compagine più unita di tutto il continente».
In questo senso, con il realismo di chi non si nasconde i problemi ma non vuole lasciare che ingombrino l’intero orizzonte, ha parlato della «sfida» rappresentata dai tentativi di «sottolineare le differenze tra vari paesi occidentali e la Russia, come se fossero due mondi differenti, ciascuno con i propri valori, i propri interessi, un orgoglio nazionale o transnazionale e persino una propria concezione del diritto internazionale da opporre agli altri». A questa sfida – ha aggiunto – si deve opporre il rifiuto di ogni polarizzazione, e il «sincero sforzo di capirsi a vicenda». Che «non significa accondiscendenza dell’uno alla posizione dell’altro, ma piuttosto un paziente, costruttivo, franco e, al tempo stesso, rispettoso dialogo».

L’umanità al centro di tutto. Una preoccupazione concreta per l’uomo con i suoi bisogni, che permette di rintracciare tra le pieghe del quotidiano le linee e i caratteri tracciati dalla mano di Dio. Sempre in Georgia, ad Akhaltsikhe bussiamo alla porta di un monastero benedettino nato solo pochi anni fa dal desiderio del vescovo e dalla disponibilità di tre monache italiane a rispondere a un’inequivocabile chiamata. Una chiesa e una piccola costruzione sulla sommità di una collina, tra vecchie tombe e qualche cane randagio. «La ricerca del luogo adatto non è stata facile – ci racconta la badessa, suor Maria Grazia – ma alla fine ciò che ci ha spinto a scegliere questo luogo è stato vedere, tra i ruderi dell’antica chiesa, una nicchia tutta annerita dal fumo, con mozziconi di candele accese di recente». La conclusione è presto tirata: «Se qui c’è gente che viene a pregare, significa che ha bisogno di Dio. E allora il nostro posto è qui».

Papa Francesco parla sovente del «pastore con l’odore delle pecore». Anche la diplomazia può trasformarsi nella ricerca della pecora smarrita, come ha testimoniato il cardinal Parolin parlando di zone conflittuali quali la Bielorussia e l’Ucraina, che ha visitato nel 2015 e 2016. Infatti, quando non si hanno «interessi di potere: né politico, né economico, né ideologico, si può rappresentare con maggiore libertà agli uni le ragioni degli altri e denunciare a ciascuno i rischi che una visione autoreferenziale può comportare per tutti». Lo strumento usato nel «Donbass, pieno di profughi – ha sottolineato Parolin – è stata la solidarietà con le vittime della violenza, senza chiedere la loro identità geografica o politica… Se si difende la dignità umana di tutti e di ciascuno, e non contro qualcuno, allora un’altra strada è possibile». In sintesi, lo spazio di un’opera autenticamente cristiana è il «tentativo umanamente difficile ma evangelicamente imprescindibile, affinché mondi vicini tornino a dialogare e cessino di farsi dilaniare dall’odio prima ancora che dalle bombe».

A questo appello ha risposto, nelle settimane scorse, anche la visita del cardinal Sandri in Ucraina, e in particolare nelle regioni centro-orientali, maggiormente interessate dal conflitto, dove anche la Chiesa greco-cattolica partecipa attivamente all’assistenza agli sfollati. Il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha esortato tra l’altro a non «accettare il silenzio calato sul conflitto in Ucraina, sulle sofferenze che ha arrecato a decine di migliaia di persone». E ha aggiunto: «Non possiamo far finta di non vedere le vedove e gli orfani, i bambini che hanno difficile accesso alla prosecuzione degli studi e sono cresciuti udendo il tempo intervallato dai colpi di mortaio più che dai rintocchi delle campane, gli anziani che sopravvivono a stento, i giovani che sono chiamati alle armi: sul campo poi non muoiono i potenti di turno, ma coloro che sono la promessa e il futuro di una nazione». Di qui l’invito conclusivo: «Vogliamo la pace e vogliamo essere trovati pronti a percorrere il cammino della riconciliazione, che in quanto tale va percorso insieme e non da soli». In definitiva, un’esortazione a non arrendersi «dinanzi a ogni difficoltà o potere umano che vuole togliere» agli ucraini «la speranza di una patria rispettata nella sua integrità e riconciliata al suo interno nelle sue diverse anime e componenti».

Si è concluso in questi giorni anche il pellegrinaggio delle reliquie di san Nicola in Russia, venerate a Mosca e Pietroburgo da circa 2 milioni e mezzo di fedeli. Un segno importante di fede, ma anche di amicizia da parte della Chiesa cattolica, che ha condiviso con la «sorella» ortodossa russa questo suo tesoro sacro.
Ma mi azzardo a dire che un gesto altrettanto importante è stato il pellegrinaggio in Russia della Diocesi di Bergamo che «Russia Cristiana» ha avuto il dono di accompagnare nel mese di luglio. Abbiamo scoperto giorno per giorno che grande dono sia un pellegrinaggio di quasi cinquecento persone che giungono in una terra così lontana e diversa per camminare incontro a Cristo, accorgendosi parimenti – sembrerebbe banale ma non lo è affatto – che questa terra è abitata da persone che desiderano, cercano e amano lo stesso Cristo Signore, la stessa Madre di Dio, che venerano insieme santi e martiri di ieri e di oggi. Abbiamo sentito il respiro della Chiesa indivisa nell’abbraccio tra monsignor Beschi e un sacerdote ortodosso, abbiamo percepito lo struggimento di Cristo nel Padre nostro recitato insieme con ardore da persone fino a ieri sconosciute e indifferenti, e che ora si ritrovano unite da un vincolo più grande della carne e del sangue. E abbiamo capito che il pellegrinaggio continua ininterrotto, in una quotidianità carica della nuova coscienza del popolo di Dio che siamo, all’Est come all’Ovest, insieme Est e Ovest.



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