19 Ottobre 2018

Ogni rifiuto di parlarsi è una bestemmia

Redazione

Dopo che il 15 ottobre il Sinodo della Chiesa ortodossa russa, riunito a Minsk, ha proclamato la rottura della comunione eucaristica con il Patriarcato di Costantinopoli, , che a sua volta aveva proclamato la propria diretta giurisdizione sulla Chiesa ucraina, lo sgomento si è impadronito di tutti, anche di quegli ucraini che da tempo desideravano uno strappo deciso nella situazione ecclesiale.
Certo affiorano da una parte e dall’altra sentimenti di rancore e di gioia maligna, di paura e di offesa, richieste risentite dell’autocefalia, difese vibrate del territorio canonico. Ma in tutto questo non c’è niente di nuovo.
Di nuovo c’è, invece, il dolore di chi ha scoperto improvvisamente quanto è importante l’appartenenza al Corpo di Cristo, e si è trovato di fronte alla dura realtà della rottura, alla penosa prospettiva di abbandonare amici, di spartire chiese e comunità. Molti commenti postati sui social stupiscono per il vivo dolore che esprimono.

Diana di Odessa: «Ogni separazione per me è una cosa brutta. La separazione nella Chiesa poi è particolare. Da una parte è una cosa abbastanza lontana… dove stanno queste chiese del Patriarcato di Costantinopoli? Dall’altra è troppo vicina, è addirittura nel cuore… Quel che ho letto di storia della Chiesa mi aiuta a non drammatizzare eccessivamente. …È chiaro che sia l’una che l’altra parte nutrono ambizioni condite in salsa canonica, e si coprono con le più nobili intenzioni. Ma tutto questo ha qualcosa a che vedere con Cristo, col Vangelo? Non so. So solo che è difficile lasciare quelli cui vuoi bene. È tutto abbastanza semplice: alcuni hanno preso delle decisioni opinabili, pur sapendo che gli altri avrebbero rotto i rapporti; gli altri hanno rotto rifiutandosi per principio di trovare un qualsiasi compromesso. Ed io mi dico: qui è mancata la carità. E questa è tutta un’altra storia: come mai tra di noi non c’è carità? Come mai la carità è completamente esclusa dal conto?».

E un’altra ragazza, Saša dalla Bielorussia: «Ogni giorno avvengono delle tragedie. Grandi, piccole, o enormi. Ma qualcosa mi suggerisce che questa è soltanto una cortina di fumo per distrarci… no, non dalla congiura mondiale ma da quello che veramente importa nella vita: la verità, la bellezza, la libertà che ci sono a questo mondo, in tutte le epoche. Non crediate che vi inviti a mettere gli occhiali rosa e a vivere di pie illusioni, al contrario. I santi sanno cos’è la letizia quando sembra che non resti nessun motivo di gioire, quando il mondo va a rotoli. Loro sanno fermamente che oltre la morte, la menzogna, la guerra, l’odio e la stupidità, dietro la cortina di fumo dell’idiozia c’è un’altra realtà, su cui poggiamo. C’è la verità, c’è l’amore, la comunione, la comprensione reciproca, c’è la fede in Dio e nell’uomo. Dobbiamo testimoniarlo, perché non tutti lo sanno».

In queste parole si intravede tutto lo spessore del dramma che si muove sotto le polemiche politiche. E si intravede anche una possibile risposta: non fermarsi alla «congiura mondiale» e al gioco dei potentati, ma scommettere sulla bellezza, la libertà, l’amore, e testimoniare innanzitutto questo agli uomini che non lo sanno.
Se non si possono negare gli interessi contrastanti e mondani che hanno fatto da levatrice all’attuale crisi ecclesiale, ossia quel piano politico, di Cesare, che esige il suo, non possiamo neanche nasconderci che il dramma oggi in atto viene da un peccato interiore, e che rappresenta un’occasione unica di ripensamento e conversione. Come aveva osservato nel 1996 padre Georgij Čistjakov di fronte a una crisi molto simile a quella attuale, fra Mosca e Costantinopoli, a causa della Chiesa estone: «Capisco che di questa crisi siamo responsabili tutti, perché il conflitto non nasce dove ci sono dei problemi (i problemi sono una cosa del tutto normale, non c’è vita senza problemi!), ma dove è carente l’amore. Non intendo dichiararmi sulla questione estone, ma non posso non dire che dall’inizio della quaresima, quando è stata interrotta la comunione eucaristica tra Mosca e Costantinopoli, ho capito sulla mia pelle quant’è tremenda e deleteria la divisione nella Chiesa. Non è solo dolorosa, è insostenibile. …Costantinopoli non ha sempre ragione, né abbiamo sempre ragione noi, ma non bisogna dimenticare che la nostra ingiustizia è sempre più piccola della Giustizia di Dio che si è manifestata in Cristo Gesù. …Tutto va nel senso che il processo di divisione, moltiplicato da clamori e offese, diventi irreversibile. Ma coloro che nella Chiesa proseguono il loro servizio apostolico hanno avuto coraggio e forza. Attraverso le loro mani Cristo stesso, nei giorni benedetti della sua Pasqua, ha impedito alla Chiesa di spaccarsi. …Nel XX secolo, grazie all’iniziativa di quanti amano l’unità, il Signore ha salvato la sua (e nostra!) Chiesa dallo scisma».

Il Signore ha sempre salvato la Chiesa, noi semplicemente (anche chi non è direttamente coinvolto nella mischia) abbiamo il compito di non ostacolarlo. E lo vediamo anche oggi; oggi, in un clima surriscaldato, pieno di sospetto e sfiducia, succede che le diverse denominazioni cristiane presenti in Ucraina hanno immediatamente organizzato a Kiev una conferenza per la riconciliazione (Riconciliare l’Europa), senza la pretesa di comandare a nessuno, ma configurandosi come quelle pagliuzze che si oppongono al mainstream della storia.
C’è una straordinaria vicinanza con la testimonianza del dissenso, ricordata proprio nei giorni scorsi al Convegno di Seriate; di quel dissenso che credeva fermamente nel ruolo della libertà umana, della persona singola. Una battaglia impari, ma l’unica costruttiva, in prospettiva, come diceva padre Scalfi: «Il primo contributo al cambiamento della società non è la politica, non è la burocrazia ma è la mia persona. Il mondo cambia se cambio io, questo mi ha insegnato la Russia. …Quando non c’era nessuna speranza di cambiare le cose in URSS, alcuni hanno detto: dobbiamo cambiare noi. Era la cultura del samizdat, che metteva la persona al di sopra di tutto, la persona legata a Dio, una persona responsabile, una persona che non poteva mai usare la violenza… Non ci sono condizioni in cui non si possa incominciare questa rivoluzione che cambia noi e, cambiando noi, cambia la società. Basta partire dal basso, dalla mia consapevolezza, dalla mia unità con Cristo, dalla mia unità con la Chiesa, che è il Corpo di Cristo, e tutto è possibile!».

In tutto questo, potremmo chiederci se serve ancora l’ecumenismo, o se sarebbe un’indebita intrusione negli affari delle altre Chiese.
Sempre Scalfi scriveva nel 1992, in una situazione ecclesiale che vedeva una forte tensione tra Roma e Mosca a causa della rinascita delle Chiese greco-cattoliche: «Come la missione ha la sua prima radice nella coscienza di appartenere totalmente a Cristo, l’ecumenismo ha come sua prima esigenza il fare unità in nome di Cristo perché il miracolo dell’unità sia trasparenza della sua Presenza nella storia… Convertirci insieme a un Cristo vivo, presente nella storia; tutto il resto è secondario, o meglio, tutto diventa valido e importante quando procede da questa unica passione. È il cuore dell’uomo il “territorio canonico” di Cristo. Estendere il termine ad aree geografiche significa introdurre ambigui concetti politici nell’ambito del mistero. Le divisioni più profonde sono all’interno delle stesse Chiese. È soprattutto qui il male da curare. …All’Est come all’Ovest più che tendere a recuperare posizioni perdute vale creare ambiti di autentica comunione ecclesiale dove la fede sia criterio per rispondere ad ogni istanza umana. …Questa vita nuova in Cristo non si inalbera per veri o presunti proselitismi, perché gode che Cristo sia annunciato e vissuto».

L’assemblea del 17 ottobre a Kiev.

Nell’assemblea del 17 ottobre a Kiev, il nunzio apostolico monsignor Gugerotti si è fatto interprete di questo spirito autenticamente ecumenico lanciando un appello severo e radicale alle Chiese radunate insieme, senza paura di salire in cattedra, ma nella certezza umile e ardita che il richiamo all’essenziale fa bene a tutti, specialmente nelle situazioni critiche: «La Chiesa cattolica desidera il bene di ogni nazione e di ogni comunità religiosa in ogni parte del mondo, ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile questo cammino. Per questo simili incontri sono uno strumento prezioso per trovare una soluzione a quello che cerchiamo. Naturalmente la condizione affinché questi incontri abbiano effetto è che i nostri cuori siano aperti e quindi non approcciamoci all’incontro come a un’occasione accademica. Siamo pieni di maestri, di ermeneuti e di esperti, ma non è attraverso di loro che faremo dei passi verso la misericordia. Forse chi può esserci di aiuto in questa situazione sono le persone semplici che vedono in Cristo il senso della loro vita e non si fanno altri problemi.
…Allora cito papa Francesco che ad Assisi ha detto: “Desideriamo che uomini e donne di religioni diverse ovunque si riuniscano e creino concordia. Specie dove ci sono conflitti. Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo dobbiamo liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza e dell’odio. I credenti siano artigiani di pace, e noi, come capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace”.

Mi sembra che non ci sia bisogno di commenti: noi cristiani siamo costretti alla pace. Siamo condannati alla pace, perché se non promuoviamo la pace non diciamo coi fatti che siamo cristiani. Vi ricordate il Vangelo: se quando presenti la tua offerta all’altare sai che il fratello ha qualcosa contro di te, lascia i tuoi doni e vai a riconciliarti col fratello, e poi torna all’altare. Come resterebbero vuote le nostre chiese… Il Vangelo è chiaro, ma anche la tradizione della Chiesa lo è: pensiamo che i luoghi più solenni dove i vescovi si sono incontrati per discernere i punti più importanti della fede in Occidente si chiamano concili, che etimologicamente significa “chiamati insieme”. È la stessa etimologia della parola Chiesa. Nella tradizione orientale si chiamano sinodi, cioè camminare insieme: non c’è niente da fare, l’individualismo non ha posto, bisogna stare insieme. Ogni rifiuto del dialogo è un rifiuto di Dio; il rifiuto di parlarsi è una bestemmia, perché il nome di Dio è l’amore.
Preghiamo perché questo avvenga anche in Ucraina».

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