5 Gennaio 2017

La famiglia ortodossa oltre gli stereotipi

Giovanna Parravicini

Una rovente polemica riguardo alla paternità responsabile tra gli ortodossi ha scoperchiato l’enorme questione del disagio interno alla Chiesa, sospesa tra la forma di regole rigide e la sete di una fede liberante. Un sommovimento profondo e necessario.

Il tema della famiglia è improvvisamente apparso alla ribalta dei media ortodossi. In maniera molto ingenua, se si vuole, rispetto a quanto succede in Occidente. Niente temi scottanti (tipo gender, omosessualità, aborto), niente scandalismi (a parlarne sono stati alcuni sacerdoti molto noti e stimati), eppure è bastato chiedersi se la famiglia cristiana debba necessariamente avere molti figli, e se l’unione coniugale sia funzionale unicamente alla procreazione per sollevare parecchio rumore e creare addirittura un certo scandalo. In un certo senso la violenza del linguaggio e dei metodi ricorda, nel contesto informatico odierno, la censura di epoca sovietica. Con la differenza che tutto questo si svolge oggi in ambito puramente ecclesiastico; e che – rilevano vari osservatori – la turbolenza delle reazioni è paragonabile alla rottura della pesante coltre di ghiaccio stesa su molti aspetti della vita dei credenti. Paradossalmente, quindi, non un irrigidirsi della contrapposizione tra «progressisti» e «fondamentalisti», ma il delinearsi di un panorama nuovo. All’infrangersi del ghiaccio seguirà, come nella primavera russa, un’inarrestabile e salutare piena del fiume?
Il fatto: il 26 novembre sul sito miloserdie.ru (portale ortodosso legato al Dipartimento sinodale per la carità) è apparsa un’intervista a padre Pavel Velikanov intitolata «Del fare molti figli bisogna parlare onestamente» (il titolo proposto dall’autore suonava un po’ diversamente: «Fare molti figli è una grande vocazione, e non un “sigillo di ortodossia”)».

Padre Pavel Velikanov.

Padre Velikanov, docente dell’Accademia teologica di Mosca e direttore del portale di teologia bogoslov.ru, quarantacinque anni, vedovo con quattro figli, richiamava sostanzialmente a una paternità e maternità responsabile: «Sì, è giustissimo che in una famiglia ci siano tanti bambini. Ma dobbiamo anche ricordarci che avere tanti figli è una prova seria. E a questa prova le persone debbono essere pronte. Pronte – e non costrette. Devono capire a che cosa vanno incontro… Una virtù indotta per costrizione rischia di trasformarsi da virtù in vera e propria sciagura». Non ci sono ricette per la buona riuscita di un matrimonio cristiano, e men che meno una prole numerosa può essere risolutrice delle crisi coniugali. I figli sono un frutto – non necessario, e non necessariamente l’unico – della vocazione matrimoniale che è innanzitutto alla comunione tra i coniugi.
«Sono convinto – sottolineava padre Pavel, citando fonti scritturistiche e i principi della dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa – che non si possa guardare alla famiglia come a una macchina per la procreazione. Il significato delle relazioni coniugali nella famiglia è molto più grande e profondo, va al di là della procreazione. Non è né giusto né normale che in famiglia i coniugi non possano avere un proprio spazio di comunione, di approfondimento del mistero dell’anima dell’altro, di rispetto della libertà dell’altro, irriducibile a schemi precostituiti. Nessun numero di figli può giustificare questa mancata unione tra le anime dei due… Il senso principale, la missione affidata da Dio alla famiglia è nel suo essere lo spazio di massima concentrazione di amore nel mondo».
Tanto è bastato perché si scatenasse una valanga di proteste da parte di sedicenti «famiglie ortodosse numerose», e perché nel giro di poche ore il testo incriminato fosse ritirato con le scuse della direttrice del sito, Julija Danilova, «perché nelle sue conclusioni si discosta radicalmente dalle posizioni della redazione».
Come da copione, subito dopo sul sito è apparso un articolo di «rettifica» della linea ecclesiastica, a firma di un docente dell’università ortodossa San Tichon, padre Nikolaj Emel’janov, esperto in problemi della famiglia. Al di là di qualche gratuita piccineria (come il chiamare Velikanov un pastore «giovane e inesperto, non professionale», o il contrapporre ai suoi quattro figli i propri otto), Emel’janov fondamentalmente accusa il suo interlocutore di razionalismo e volontarismo, di non affidarsi alla volontà di Dio, e in ultima analisi di contrapporre come alternative inconciliabili una famiglia numerosa e una vita «dignitosa».

Gli stereotipi vanno in crisi

Dietro l’incidente e il relativo dibattito sta in realtà delineandosi una problematica ben più vasta. Una problematica che padre Pavel aveva già colto nell’intervista, facendo del tema della famiglia uno dei paradigmi di un certo modo di intendere la vita cristiana: «Molte cose le facciamo “con la testa”. Abbiamo sentito delle parole corrette, imparato degli schemi corretti da fonti credibili e approvate, e tentiamo di applicarli. Alla fine ne vien fuori una vita “formale”, che finisce per “fagocitare” chi la vive. Ma se prendiamo come unico punto di riferimento per la nostra umanità il Salvatore, non ci muoveremo così. Lui non si è mai atteggiato a ebreo osservante, non si è mai preoccupato delle reazioni di chi lo circondava, né di quanto risultassero efficaci le sue parole. Era profondamente naturale, sincero… La sua era l’immediatezza di un bambino e l’assenza di quella che oggi chiameremmo censura interiore, per restare “correttamente” entro il sistema di coordinate che ci siamo dati. Questa nostra “correttezza” a Cristo era del tutto estranea. Per questo poteva tranquillamente lasciare da parte le convenzioni, perfino le esigenze poste dalla legge, se ne vedeva la necessità».
Il problema è dunque la tentazione del fariseismo, sempre in agguato nella Chiesa di tutte le epoche e paesi, che in questo caso tenta di imprigionare la famiglia «in stereotipi e sistemi imposti dall’esterno», che per quanto «pii, altisonanti e corretti» la mettono gravemente in crisi. «E l’unico modo di uscire da questa crisi – sottolinea Velikanov – è far saltare gli stereotipi».
Quando la fede si trasforma in ideologia, quando alla forza trascinante, contagiosa della sua esperienza si sostituisce un imperativo morale o addirittura un giudizio di condanna, a venir meno è la libertà, e quindi la persona stessa. Così, la «stoltezza evangelica» racchiusa nell’esortazione di un vescovo ortodosso: «Avere tanti figli nel mondo d’oggi è una grossa fatica e prova. Il nostro mondo non è fatto a misura delle famiglie numerose. Ma se non si segue la volontà di Dio nel generare figli non si può vivere un matrimonio felice», può facilmente scadere nell’imposizione di convinzioni e regole, secondo cui solo le famiglie numerose possano ricevere un biglietto di ingresso nel Regno dei cieli, mentre chi non ha raggiunto certi traguardi numerici è un «fedele di serie B».

I confini si erodono

La prima sorpresa, in questa vicenda, sono le conclusioni che ne hanno tratto diversi osservatori.
Innanzitutto alcune osservazioni dello stesso padre Pavel, che ha puntualizzato gli elementi della polemica in una nota intitolata «La trappola nascosta, ovvero una discussione senza amore sull’amore». La sua prima considerazione, prima ancora di addentrarsi nell’argomento specifico, proprio constatando la violenza della polemica esplosa, è stata: «Finalmente si è cominciato a parlare: si sta gradualmente andando verso un dialogo» che entra nel merito di problemi vivamente sentiti, ma che fino a poco tempo fa erano considerati intoccabili.
La stessa posizione l’ha espressa sulla sua pagina facebook, quasi in contemporanea, padre Petr Meščerinov, autorevole padre spirituale, parlando di un «sommovimento tettonico» che segna l’inizio di una nuova svolta, di una nuova apertura nella vita della Chiesa: «È un processo che stiamo vivendo ora, e perciò non lo vediamo molto chiaramente… Questi processi si chiariscono solo a una distanza storica. A che cosa condurrà tutto questo, pure non è chiaro (ma non v’è dubbio che tutto concorre al bene). È evidente a tutti ormai, che il vaso è stracolmo e comincia a traboccare…». «Padre Pavel Velikanov nella sua intervista ha mostrato che si può parlare della famiglia e della vita familiare con libertà e onestà – ha commentato a sua volta Sergej Čapnin – a partire dalla propria esperienza di pastore, e non da posizioni ideologiche. L’enorme risonanza che il suo intervento ha suscitato mostra che molti stavano attendendo queste parole… L’episodio è indicativo di una nuova tendenza: il desiderio di farsi strada attraverso l’ideologia ortodossa in direzione di un discorso ad ampio raggio sui contenuti della fede. Non sempre ci si riesce, ma i tentativi diventano sempre più frequenti».
In questo, forse, la situazione che sta vivendo la Chiesa ortodossa russa si differenza positivamente dalle polemiche tra cristiani «liberali» e «fondamentalisti» che si osservano nel mondo cattolico occidentale e italiano in particolare. Dietro la dialettica dei «professionisti» dei media religiosi sembra di scorgere un vasto movimento magmatico, i primi sia pur maldestri tentativi di imparare a dialogare sciogliendosi dalle pastoie di luoghi comuni e schemi ideologici. Per molti credenti, educati secondo un «codice ortodosso» fatto di minuziose prescrizioni elaborate da padri spirituali sovente improvvisatisi tali, attraverso questi «scossoni» affiora la possibilità di aprire gli occhi su un cristianesimo in cui Cristo e le esigenze dell’umanità coincidono. E questa «rottura del ghiaccio» racchiude un potenziale enorme. I confini si erodono, non ci si può più fermare agli schemi a cui eravamo abituati.

Il monastero di Optina.

Ad esempio, può capitare che in una comunità monastica ortodossa uno dei confratelli faccia professione di «ecumenismo», com’è avvenuto al celebre eremo di Optina il 13 novembre, quando il diacono Lazar’ (Demin) ha pronunciato una predica in cui «esortava a pregare e a celebrare funzioni religiose insieme ai papisti…», come ha denunciato con orrore un sito internet. Il giudizio formulato dai suoi autori è chiaro: «Il diacono ha sciorinato una vera e propria apologia dell’ecumenismo militante, insistendo in modo inequivocabile sul fatto che i cattolici sono cristiani esattamente come gli ortodossi, e che la divisione è frutto della debolezza umana e degli errori della politica ecclesiastica.
Il testo della sua omelia non era stato concordato con nessuno dei superiori del monastero. Il fatto è stato recepito con estrema contrarietà dalla stragrande maggioranza della comunità e dei pellegrini, perché sul corpo della Chiesa non si sono ancora rimarginate le ferite provocate dall’arbitrario incontro del patriarca Kirill e del leader degli eretici latini, papa Francesco – un incontro preparato segretamente e saltando la comunione ecclesiale e il sinodo dei vescovi». Il diacono «modernista» – rassicurano infine gli autori della pubblicazione – è stato immediatamente ridotto a malpartito («privato del diritto di portare l’abito monastico, sospeso e sottoposto a penitenza»); tuttavia, che episodi simili accadano e se ne parli – sia pure in questi termini – è significativo.

Altrettanto singolare il fatto che un sito tradizionalmente «conservatore» come «Radonež» abbia pubblicato il 30 novembre un materiale, a firma di Sergej Komarov, nel quale, a partire da un’antica espressione («Nel fuoco, nell’acqua, tra squilli di trombe di bronzo»), si constata: «La Chiesa russa è vulnerabile soprattutto a quest’ultima tentazione. Il fuoco delle persecuzioni e l’acqua della povertà li abbiamo già attraversati, e siamo pronti a subirli di nuovo, se sarà necessario. Ma la prova delle trombe di bronzo – cioè della ricchezza e delle lusinghe del potere – è mille volte più pericolosa, e di regola segue a quelle del fuoco e dell’acqua». «Se io fossi il diavolo – fa dire Komarov a un suo interlocutore – aiuterei la nostra ortodossia a vincere su tuttti i fronti. In modo che tutto intorno a noi diventasse ortodosso, dalla legislazione all’esercito, a istituti, scuole, ospedali, club sportivi… Allora, in maniera quasi inavvertita, la Chiesa comincerebbe a trasformarsi in un’istituzione mondana, e si comincerebbe a guardare al cristianesimo come a suo tempo si faceva con l’ideologia del partito: magari senza metterla in questione, ma senza amore… E a un bel momento ci si accorgerebbe che la Chiesa russa non esiste più. Esistono solo forme che ormai da un pezzo non racchiudono alcunché di sacro. Cristo è andato via, e nessuno se n’è accorto».

Pur ponendo dei distinguo rispetto a questa tesi (nelle province la Chiesa continua a essere povera e a soffrire per una cronica mancanza di pastori, ecc.), l’autore riconosce che il problema del rapporto tra forma e contenuto nella Chiesa è reale: «Abbiamo molte associazioni ecclesiastiche ben organizzate esteriormente, ma all’interno delle quali è difficile incontrare Cristo, perché Cristo non è presente in noi… Una vita della Chiesa senza vita in Cristo è il modello della futura chiesa dell’Anticristo, dove ci può essere tutto, ma in tutto questo manca Dio. Una forma che abbia perso il contenuto non serve a nessuno, per bella che sia. L’attuale esodo di molte persone oneste e religiose dalle associazioni ecclesiali, in cerca di un lavoro nel mondo laico “per non perdere la fede”, è un gran brutto segno. Perché nella Chiesa una persona dovrebbe incontrare Cristo non solo nei sacramenti, ma anche nel volto di persone rinnovate da Cristo. Se questo non succede, vuol dire che non siamo ancora riusciti a fare niente. Vuol dire che abbiamo forme che non indicano un contenuto, ma sono semplicemente etichette, esteriorità. E se questa esteriorità è ingannevole, vuol dire che siamo ancora molto mondani».
Ne segue un appello a «riflettere», tanto più «in concomitanza del centenario della rivoluzione d’ottobre»: «Allora crollò una forma gigantesca, florida; crollò, perché era rimasta priva di contenuto. In che modo ne fosse rimasta priva e perché sia crollata, sono temi su cui vale la pena di riflettere, perché le difficoltà oggi sono analoghe e le sfide dell’epoca sono rimaste le medesime. Abbiamo molto bisogno di riflettere su tutte queste cose: su come avvenne allora e come potrebbe succedere adesso, sulla forma e il contenuto».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca collabora con la Nunziatura Apostolica e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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