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Tenere vivo il fuoco, non adorare le ceneri

Cos’è la tradizione per la Chiesa? Quali tradizioni sono vincolanti per i cristiani e quali invece sono solo consuetudini? La fede rifiorisce là dove si osa uscire dagli schemi rassicuranti. Conversazione con padre Aleksej Uminskij, parroco a Mosca.


Vorrei parlare un po’ del dibattito sul modo di intendere il sacramento della Confessione ai nostri giorni. …La pratica di confessarsi prima di fare la Comunione può essere considerata una tradizione?
Tradizione è quando, durante la liturgia, tutti si comunicano, infatti la liturgia si celebra perché tutti i fedeli che si trovano in chiesa si accostino ai Santi Misteri. Ma ci hanno abituati a pensare che «può comunicarsi solo chi prima si è confessato». Questa non è tradizione ma una forma di comportamento che non sempre reca alla persona una vera utilità spirituale, e inoltre può ostacolare la Comunione ai Santi Misteri di Cristo. Desideri fare la Comunione ma non puoi, perché prima devi andare a raccontare al sacerdote qualcosa di te, anche se ti sei già confessato di recente. Così il fedele o non si accosta al Calice, o va a confessarsi e cerca di inventarsi qualcosa, di spremere qualcosa da sé come da un vecchio straccio per pavimenti: «Dunque, cosa c’è ancora di sporco in me?», oppure si confessa semplicemente in modo formale. Questa non è certo tradizione.
(…) La domanda principale per chi si accosta alla Comunione desiderando unirsi al Signore, non è «E se fosse per me motivo di condanna?». È una domanda importante ma non è la prima. Se crediamo, se apparteniamo alla Chiesa, non dobbiamo accostarci al Calice pensando: «E se adesso questa Comunione fosse per me motivo di condanna? Perché in effetti non ho recitato tutta quella preghiera, non sono rimasto lì fino alla fine, c’è un peccato che ho tralasciato di confessare…». Questo pensiero emerge in primo piano quando la Comunione è percepita come partecipazione a una grazia terribile e senza volto, che agisce sulla persona meccanicamente e ha il potere di ucciderla o di colmarla di qualcosa di buono e di benefico, e non come un incontro personale con un Dio personale che ama, che tu ami, ti è caro e del quale hai sete. Il problema qui non è che ci viene da pensare alla Comunione come motivo di condanna, ma che facciamo prevalere questo aspetto sul resto.
(…)
Bisogna rendersi conto che nella vita non capita nulla in modo fatale. Certo, se leggiamo l’Antico Testamento troviamo questo messaggio: «Se sei giusto, sarai benedetto, se ti allontani da Dio, andrà tutto male». Eppure guardiamo la vita reale, ad esempio, del re Davide. Il suo cuore pieno di amore per Dio, il suo pentimento, il dono di cantare i salmi e di profetare… Tuttavia sappiamo anche cos’hanno combinato i suoi figli, che azioni odiose, ripugnanti hanno compiuto, e lui non ha potuto farci niente. Dio non ha educato i figli di Davide al posto suo, e loro sono cresciuti senza educazione e sono diventati delle persone orribili. Davide ha capito che era colpa sua e ha riconosciuto la propria sconfitta. Questo per rispondere a chi ci chiede se a quelli che pregano va sempre tutto bene in famiglia.
No, può anche andare male, malissimo. Dio non ha regole, non c’è assolutamente niente di automatico.


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