27 Aprile 2021

Bielorussia: la «congiura» del professor Feduta

Svetlana Panič

Il capo del KGB bielorusso, Ivan Tertel’ ha comunicato che il filologo e critico letterario Aleksandr Feduta e l’avvocato Jurij Zenkovič stavano preparando un attentato a Lukašenko e un putsch militare col sostegno dei servizi americani. L’operazione antiterroristica si è conclusa con l’arresto dei due a Mosca, grazie all’aiuto dell’FSB.

17 aprile 2021

Cerco in tutti i modi di dirlo, ma non trovo le parole.
Saša Feduta… un attentato con l’aiuto dei servizi americani? L’eliminazione fisica del presidente bielorusso?
A confronto di Saša il più tranquillo dei miei gatti sembrerebbe una belva feroce.
«Preparavano un putsch militare e l’eliminazione fisica»?

L’ultima volta che l’ho visto è stato molto tempo fa, a Minsk. Io avevo perso il biglietto aereo di ritorno, e Saša Feduta si precipitò in albergo coi soldi per rifarlo e mi raccontò che a Novosibirsk, in una situazione simile, degli sconosciuti gli erano venuti in soccorso. «Dobbiamo aiutarci anche noi gli uni gli altri…».

Il mio debito di riconoscenza ora consiste nel dire, gridare questa assurdità. Sappiamo dalla storia con quali metodi ottenevano le confessioni in questi casi.
«Gruppo di indirizzo terroristico»… Quanto bisogna odiare gli uomini, quanto bisogna odiare la vita, in quale letargo dev’essere sprofondata la mente (o quel che resta della mente) per partorire simili mostruosità e offrirle in pasto ai vivi. Signore fermali!

Bielorussia: la «congiura» del professor Feduta

Con S. Alekseevič. (facebook)

26 aprile 2021

Stamattina, quando ho saputo che Saša Feduta ha confessato «il complotto» e «l’attentato»…
Le sparano grosse (come diceva Gogol’, che Feduta ama così tanto): «venti Suv pieni di armi», no peggio, «150 Suv» per trasportarle a Minsk.
Vorrei morire, e nient’altro. Non esistere più in un mondo in cui sono capaci di spremere simili confessioni a una persona onestissima, pulita, un topo di biblioteca buono come il pane, miope e malato di cuore. Viene in mente la canzone di Galič: «e il giudice musoduro ebbe una vacanza premio…».
Possiamo consolarci solo sperando che avranno pietà e lo espelleranno da un paese dove un detenuto malato può veder rispettato il suo diritto legittimo ad essere visitato da un medico esterno solo facendo lo sciopero della fame; dove arrestano i tuoi amici e conoscenti «in base alle riprese delle telecamere». In un mondo dove seppelliscono le persone innocenti sotto le accuse più assurde e ridicole, e tu non puoi far niente per fermarli.
Ma poi ho pensato che no, sarebbe darla vinta troppo facilmente al male.

Il male, appunto, vuole solo toglierci la vita, riempirla di sé in modo che noi, ovunque viviamo, ci risvegliamo al mattino col pensiero dominate di chi verrà colpito oggi, ossia col pensiero del male, in modo che pensiamo solo a lui giorno e notte, pieni di paura e di odio, ma «per lui e solo per lui». E finendo per assomigliargli, ci incattiviamo, non ci fidiamo più di niente e di nessuno; pensiamo di odiarlo mentre intanto ci distruggiamo l’un l’altro, oppure ci copriamo di uno spesso strato di impudenza e insensibilità e gli lasciamo mano libera.

Ma che vada al diavolo, non gli darò questa soddisfazione. Non possiamo fare il suo gioco con la nostra inesistenza. La parola chiave adesso è tener duro, cioè conservare la vita in senso biblico, una vita viva, appassionata, un’anima capace di inorridire e gioire; conservare il riso e le lacrime.

Per questo ci vuole quella forza esattamente contraria alla forza del male, che ha nome speranza e fortezza. L’una e l’altra sono doti individuali, ma quando ti picchiano in testa, sulle ginocchia, sotto il diaframma si può tener duro solo stringendosi gli uni agli altri. Per questo abbracciamoci, da lontano o da vicino, virtualmente o dal vivo.

Siamo tutti ai piedi della croce. È la settimana santa.

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

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