14 Marzo 2019

La Russia vuole l’autarchia digitale

Giacomo Foni

La Federazione russa vuole realizzare un internet autarchico, che funzioni anche se disconnesso dalla rete globale. Vince l’idea della fortezza assediata. Che implicazioni avrà questo sulla libertà dei cittadini? Qual è il confine tra controllo e censura?

Come riportato nelle scorse settimane da vari media italiani e internazionali, la Federazione russa è in procinto di varare il cosiddetto «Programma nazionale di economia digitale», che mira a rendere il runet (ossia l’internet di lingua russa) indipendente dalla rete globale, a creare cioè una sorta di intranet autarchico, capace di funzionare anche in caso di disconnessione dal resto della rete. Per questo motivo, salvo proroghe, sarà effettuato entro il 1 aprile 2019 un test di disconnessione dai router internazionali, per verificare le eventuali criticità del progetto e i punti in cui intervenire.

Già da anni sono attivi nella Federazione russa dei protocolli di comunicazione protetta; la decisione di ampliare e applicare tale sistema su scala nazionale sarebbe dettata, secondo la versione ufficiale (riportata nella relazione illustrativa che accompagna la legge), dal «carattere aggressivo assunto nel settembre 2018 dal National Cyber Strategy of United States of America. Nel documento, firmato dal presidente degli Stati Uniti (…) la Russia viene apertamente e infondatamente accusata di aver condotto dei cyber-attacchi; si parla senza mezzi termini di punizione: “La Russia, l’Iran e la Corea del Nord hanno condotto in modo irresponsabile una serie di cyber-attacchi che hanno inferto danni alle compagnie americane e internazionali, ai nostri partner e collaboratori, senza subire una reazione tale da prevenire altri cyber-attacchi in futuro”». In questo clima di rinnovata guerra fredda, cosa succederebbe se qualche Stato estero decidesse per ritorsione di chiudere i rubinetti della rete e di lasciare i russi a secco? Perciò, conclude il documento, «sono necessarie misure precauzionali per garantire il corretto funzionamento della rete internet in Russia e per accrescere l’efficienza delle risorse internet nazionali». Come riportato da vari media negli ultimi giorni (Radio SvobodaIzvestija), il Ministero della Difesa sarebbe già all’opera per creare una propria rete chiusa, con un proprio motore di ricerca e un sistema di identificazione degli utenti, che servirà poi da base strutturale per l’internet sovranista in progetto.

Per sua conformazione intrinseca la rete mondiale è aperta, non permette soluzioni autarchiche; trascende i confini nazionali e si appoggia su infrastrutture intercomunicanti, collocate in vari Stati. Il progetto di legge in questione, per la cui realizzazione il governo russo avrebbe stanziato circa venti miliardi di rubli, prevede invece la costruzione e il potenziamento di infrastrutture locali, in modo che il traffico dati degli utenti russi non debba più transitare, se non in minima parte, al di fuori della Federazione. L’obiettivo dichiarato è quello di poter gestire localmente il 95% del traffico entro il 2020: così la Russia, telematicamente parlando, non subirebbe danni sostanziali da un eventuale isolamento, almeno per quanto riguarda il runet. 

A molti analisti tuttavia, sia all’estero che in patria, lo scenario di un isolamento forzato imposto alla Russia dall’esterno appare in realtà assai improbabile e remoto, non solo da un punto di vista di opportunità politica, ma anche da quello tecnico. Concretamente, non si capisce come gli Stati Uniti potrebbero isolare dalla rete una nazione delle dimensioni della Federazione russa, a meno che non sia essa stessa a volerlo. Alcuni media russi hanno addirittura declassato la minaccia di un isolamento coercitivo a fake news:  «Il blocco del traffico dati proveniente da oltre confine può essere applicato con l’aiuto di filtri […]. Ma non è chiaro chi, e come potrebbe applicare tali filtri. Al mondo esistono moltissimi provider indipendenti l’uno dall’altro, tra cui quelli che non sono legati agli Usa in nessun modo. Riuscire a coordinarli è assai poco probabile».

La verità, probabilmente, trapela in controluce dalle parole di Vladimir Putin: interpellato al riguardo lo scorso 20 febbraio, ha ammesso anche lui che l’ipotesi di un isolamento forzato è piuttosto improbabile, «anche se teoricamente tutto è possibile», e che anche nell’eventualità che si realizzasse, andrebbe a danno e non a vantaggio degli Stati occidentali e dei loro servizi segreti. Questi, infatti, sfruttando il web «siedono, ascoltano tutto, vedono e leggono ciò che diciamo, e immagazzinano tali informazioni». Ciò che Putin lascia dunque intendere, pur non affermandolo esplicitamente, è che un’autarchia virtuale potrebbe essere addirittura auspicabile per la Russia – per salvaguardare il paese da occhi indiscreti e attenzioni non richieste – che la Russia non la tema ma la desideri, e che la proposta di legge in discussione alla Duma di Stato, più che una misura cautelativa, sia frutto di un progetto politico coerente e chiaramente finalizzato. Tanto più che questo clima di rinnovata guerra fredda – le allusioni esplicite a un Occidente minaccioso e nemico, l’aperta contrapposizione agli Stati Uniti, una marcata e diffusa diffidenza verso lo straniero – attecchisce facilmente in un’opinione pubblica resa già sensibile a certi temi, e che, salvo minoranze, già da anni, dopo la caduta del comunismo, ha iniziato a barricarsi in un nazionalismo aggressivo e nostalgico.

Putin pronto a tagliare internet (S. Elkin, dw.com).

Il modello cinese

Oltre all’inasprimento dei rapporti internazionali, ci sono altre implicazioni che destano preoccupazione negli osservatori all’estero e in patria. Il timore infatti è che, potendo gestire autonomamente gran parte del proprio traffico internet, la Federazione Russa non proceda anche al totale monitoraggio dello stesso (fatto che già parzialmente avviene, come vedremo tra poco), con gravi ripercussioni sulla libertà di opinione e sulla libera circolazione di informazioni; che finisca cioè  per istituire un sistema di censura statale, sulla falsa riga del Great Firewall cinese, definito da molti la vera «grande muraglia» della potenza asiatica.
In Cina la censura di Stato blocca l’accesso a tanti siti e piattaforme occidentali (Facebook, Twitter, Youtube, Google, Amazon, per citarne alcuni) e li sostituisce con servizi paralleli che svolgono la stessa funzione (Weibo come social network, Baidu come motore di ricerca, Alibaba come piattaforma di acquisti – quest’ultimo tra l’altro famoso anche in Occidente), in un ecosistema perfettamente controllato e «protetto», in cui lo Stato può intervenire quando lo ritiene necessario. Le informazioni interne, con debite eccezioni su cui non ci soffermiamo in questa sede, non filtrano all’esterno e viceversa.

Se la Federazione russa istituisse un intranet sovranista, se adducendo ragioni di Stato decidesse di isolarsi, lasciando al cittadino medio solo l’accesso ai servizi del runet (Yandex, Vkontakte e simili), questo che conseguenze avrebbe? L’ecosistema protetto non rischierebbe di diventare una gabbia, sempre più oppressiva? Chi è in grado di identificare chiaramente il confine tra controllo e censura? Dove termina la liceità dell’intervento statale nella rete, in che misura è tollerabile, dov’è che sconfina nella prevaricazione?

I timori di una degenerazione in senso orwelliano non sono campati in aria: di fatto sono anni che il governo russo – sempre adducendo ragioni di sicurezza (lotta al terrorismo, eliminazione dal web di siti e messaggi estremisti), – sta lavorando per esercitare un controllo sempre più serrato sui contenuti internet che circolano nel proprio territorio nazionale, finendo anche, secondo alcuni osservatori, per travalicare i confini del lecito. Non di rado si sono levate proteste da parte di alcuni siti e organi di opposizione che affermano di essere stati ingiustamente oscurati. Emblematico in questo senso il caso di Grani.ru, Kasparov.ru, Ež.ru che, bloccati in Russia nel marzo 2014 con l’accusa di «incitazione ad atti illegali, partecipazione a manifestazioni di massa volte alla violazione dell’ordine costituito», hanno fatto ricorso al Tribunale Europeo per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Tra le accuse rivolte alle autorità russe, il fatto che la sanzione fosse stata applicata senza indicare, come previsto dalla legge, le frasi e i brani concreti che avrebbero costituito istigazione alla violenza e all’estremismo.

Nel 2017 è stata promulgata una legge secondo cui tutte le piattaforme del web che vogliono operare nei territori russi devono adeguarsi al Sistema di Informazione Statale Federale (FGIS), supervisionato dal Roskomnadzor, l’ente che vigila sulle telecomunicazioni. Il FGIS prevede una lista di proscrizione, una serie di siti illegittimi che ogni azienda s’impegna a oscurare: sono perlopiù, come riporta Vedomosti, siti che «incitano all’estremismo, al suicidio, alla pornografia, che pubblicizzano droga, gioco d’azzardo senza licenza, che propongono contenuti piratati». Anche qui tuttavia, sono in molti a credere che le autorità tendano ad applicare tali criteri in modo fin troppo estensivo. L’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani Agorà, che ha recentemente pubblicato il rapporto La libertà in internet nel 2018: la delega della repressione scrive che «le autorità preparano il terreno al blocco dei servizi che considerano catalizzatori delle proteste di massa, tentando di presentarle come azioni conformi alle leggi di Stato». Lo stesso rapporto ha registrato nell’ultimo anno 662.800 violazioni della libertà dell’utente nell’utilizzo di internet da parte dello Stato, e una stretta sul web sempre più intensa, che ha condotto il Roskomnadzor a uno scontro aperto non solo con l’opposizione interna ma anche con aziende straniere. È il caso della controversia con Google, che, dopo un lungo braccio di ferro con le autorità e varie pene pecuniarie, ha dovuto accettare di bloccare in Russia un certo numero di siti per non essere oscurato: ad oggi avrebbe inibito ai russi l’accesso al 70% circa dei contenuti segnalati dal Roskomnadzor.

Note anche le polemiche con l’app di messaggistica Telegram, accusata di essere stata il tramite dell’attentato terroristico a San Pietroburgo nel marzo 2017. La FSB ha ufficialmente chiesto agli sviluppatori le chiavi di accesso ai dati degli utenti: l’azienda ha rifiutato ed è stata perciò interdetta. La legge russa inoltre proibisce, almeno parzialmente, l’utilizzo di reti VPN (per navigare in anonimato), e prevede che tutti i siti del runet salvino i dati di navigazione in server situati nel territorio nazionale, creando così archivi a cui lo Stato può accedere liberamente in caso di necessità. Considerato tutto ciò, l’idea che l’isolamento del runet dalla rete mondiale sia la meta finale di un progetto pianificato già da tempo, che gli ultimi sviluppi dello scenario politico hanno solo contribuito ad accelerare, appare sempre più sensata e coerente.

Manifestanti in favore della libertà della rete, Mosca (foto A. Karliner, Novaja Gazeta).

Tra le braccia del Grande Fratello

A destare preoccupazione nell’opinione pubblica (che si è fatta sentire il 10 marzo con manifestazioni di piazza) hanno contibuito anche gli ultimi atti legislativi approvati dalla Duma il 7 marzo: con maggioranza schiacciante (322 a favore, 78 contro) è stata approvata una legge che punisce  la pubblicazione di fake news sui media online. Su indicazione della procura (cui spetta il compito di identificare i fake), il Roskomnadzor avrà facoltà di bloccare un sito che non elimini il fake prima che scadano le 24 ore, mentre i singoli cittadini che diffondessero le false notizie verranno multati fino a 100mila rubli (pari a circa 1350 €). Se concedessimo più di 24 ore, ha commentato il relatore della legge Leonid Levin, l’azione di controllo risulterebbe meno efficace. Le perplessità nascono dal fatto che il provvedimento non spiega chiaramente cosa si intenda per fake: i magistrati e gli organi di sorveglianza valuteranno a seconda dei singoli casi.
Lo stesso giorno la Duma ha approvato anche la legge che punisce amministrativamente con multe fino a 100mila rubli chi, genericamente, «diffonde informazioni che offendano la società, lo Stato e la dignità umana». Anche in questo caso, la piattaforma che ospita il contenuto giudicato irrispettoso verso la dignità e i simboli dello Stato, avrà 24 ore di tempo per cancellare tutto, pena il completo oscuramento.

Certamente, credere che in Occidente internet sia uno spazio assolutamente libero e neutrale, è un’ingenua illusione. Sappiamo bene che ogni utente che accede alla rete per una qualsiasi esigenza (mail, social network, ricerche online, home banking, acquisti, iscrizioni a servizi specializzati statali e privati, e potremmo continuare a lungo) è «catturato», «schedato» e «profilato»; e che trovare una soluzione che faccia convivere «privacy», «libertà del web» e «sicurezza» non è affatto banale.

Tuttavia, un internet chiuso, controllato direttamente da uno Stato con potere di ingerenza pressoché totale in tutti i suoi contenuti, è qualcosa di diverso, è un salto qualitativo ulteriore. Nessuno dei deprecati regimi totalitari del passato, pur sognandolo, ha mai avuto in mano un potere simile. Controllare internet non significa solo controllare l’informazione e monitorare i cittadini, ma possedere uno strumento di formazione delle coscienze mille volte più efficace rispetto al passato, perché, volenti o nolenti, la rete ormai costituisce la quarta dimensione della nostra realtà. Significa in fondo poter esercitare una dittatura soft, a cui la maggior parte della popolazione acconsentirebbe: non è meglio cedere un po’ di libertà, se in cambio viene promessa sicurezza?

Adesso i regimi sono più furbi di un tempo, non hanno più un volto rigoroso e severo, ma giovane e hi-tech: costruiscono celle larghe 13’, 15’ o 17’ pollici, o ancora meglio tascabili, profonde quasi quanto l’infinito (perlomeno finché funziona la connessione veloce), in cui si sta comodi e da cui non si ha tanta voglia di uscire; sanno che non a tutti interessa respirare l’aria fresca, se per far ciò devono abbandonare la loro stanza calda o i loro piumoni. E che, come diceva Dostoevskij, la libertà è un fardello difficile da portare.

 

Giacomo Foni

Ricercatore e traduttore presso la Fondazione Russia Cristiana, vincitore nel 2015 del premio Russia-Italia attraverso i secoli per la traduzione di Lettere ai Nemici del filosofo Nikolaj Berdjaev. Fra i suoi interessi la letteratura e la cultura filosofica russa, la storia della Chiesa, i problemi legati ai rapporti religiosi tra Oriente e Occidente.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI