19 Settembre 2018

Perché non lasciamo libera l’Ucraina?

Andrej Desnickij

Il parere di un ortodosso russo sull’intricata questione dell’autocefalia ucraina. Non è ancora tardi per una soluzione pacifica del contrasto. Basta tenere più all’unità che ai disegni di grandezza. Rinunciare a qualcosa per salvare il tutto.

La domanda sorge spontanea… Perché adesso Mosca non concede per prima l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca, magari sotto l’autorità del metropolita Onufrij, che è stimato da tutti? Se una cosa non la si può fermare, allora è meglio cavalcarla…
Dicono che Costantinopoli non la riconoscerebbe. Anche fosse, in quel caso sarebbe lei a fare una figuraccia. Ma, soprattutto, ci si potrebbe mettere d’accordo, stilare un documento comune con la firma dei due patriarchi… Si sarebbe dovuto fare molto tempo fa, a rigor di logica. Ma anche oggi potrebbe non essere troppo tardi.
E invece niente.

La stampa laica parla di soldi e di immobili, ma è ridicolo. In questo caso i soldi c’entrano gran poco (da tempo ormai è Mosca che finanzia Kiev, e non il contrario), e i muri delle chiese in quanto tali non significano niente per nessuno. Il problema è un altro.
E credo che i motivi siano diversi.

Il primo è l’assenza di un reale <em>feedback</em> e della possibilità di tornare sui propri passi. Ai piani alti sono convinti che tutto tornerà come prima e anche molto presto, che «ora la gente si indigna, ma poi tornerà in sé». Non capiscono però che il «Russkij mir» [il mondo russo, <em>ndt</em>] è stato sepolto in una fossa comune al fronte vicino a Ilovajsk. Mi scrivono nei commenti: se davvero venisse approvata l’autocefalia la guerra sarebbe inevitabile. Veramente la guerra sono già cinque anni che va avanti, non ve ne siete accorti? No, evidentemente no.
Le persone cresciute nel sistema sovietico ragionano ancora secondo le vecchie categorie sovietiche di grandezza esteriore e parlano di «repubbliche sorelle» col tipico linguaggio sovietico.
Ma in questo comportamento c’è anche una certa dose di pragmatismo. Lo <em>status</em> di Chiesa locale più importante e ricca del mondo ortodosso verrebbe messo in discussione nel momento in cui ne comparisse un’altra paragonabile per grandezza (quanto a numero di parrocchie e di parrocchiani attivi).

E, ancora più importante, potrebbe emergere un’alternativa al tipico stile di gestione «verticale» moscovita. Finché una Chiesa alternativa a questo tipo nasceva nella piccola e oscura Estonia o nei lontani Stati Uniti, non interessava a molti. Ma se un protoierej russo di Belgorod cominciasse a frequentare regolarmente un protoierej ucraino di Char’kov per bersi un bicchiere insieme, o un seminarista di San Pietroburgo frequentasse un collega di Odessa, e si rendessero conto che tutto può essere fatto in modo un po’ diverso, sarebbe un bruttissimo segnale per il potere assoluto della «verticale» moscovita.

Altro discorso è che l’alternativa di Kiev potrebbe rivelarsi non meglio; la stessa rigida verticale, sotto l’ala del potere economico e in più un’implacabile ideologia nazionalista. E le possibilità che questo si verifichi non sono poche.
Ma forse il motivo principale sta nel fatto che non vogliono seppellire con le proprie mani l’idea del «Russkij mir», che è diventata la bandiera del patriarca Kirill. Eppure, proprio per non distruggere ciò che resta dell’unità bisognerebbe lasciare andare quelli che ci sono più cari.
Lasciarli andare, per non perderli per sempre.

Andrej Desnickij

Biblista, traduttore, pubblicista, scrittore, dottore in filosofia. Dal 1994 lavora all’Istituto dei Manoscritti orientali presso l’Accademia russa delle Scienze.

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