13 Giugno 2016

Il Concilio: perché è così importante?

Marta Dell'Asta

Il Concilio panortodosso di Creta è in forse. Il Patriarcato di Costantinopoli lo vuole fortemente, ma alcune Chiese orientali si sono già ritirate. Vincerà la paura o la fiducia? I pro e i contro di un passaggio epocale.

Il Concilio panortodosso che dovrebbe celebrarsi tra pochi giorni sull’isola di Creta, in concomitanza con la festa di Pentecoste, è gravemente a rischio: delle quattordici Chiese che dovrebbero parteciparvi se ne sono dissociate quattro, e forse altre le seguiranno.
A noi la notizia può sembrare di scarso rilievo, una questione strettamente ecclesiale che per di più riguarda solo gli ortodossi, e invece, come è stato detto, «è un evento che non ha uguali da mille anni a questa parte» dove si tocca una questione essenziale non solo per le Chiese cristiane ma per tutto il mondo contemporaneo, la questione dell’unità del genere umano che dovrebbe trovare la sua maggiore testimonianza nell’unità dei cristiani, cioè delle Chiese; la mancanza di unità tra di loro mette a repentaglio la testimonianza del cristianesimo come verità universale, nonché la possibilità di instaurare un dialogo vero col mondo, offrendogli un’esperienza di unità condivisibile. La stessa globalizzazione ridicolizza le vecchie rivalità ecclesiastiche. Il ruolo essenziale dell’unità cristiana nella vicenda storica, anche politica, è stata messo in rilievo molte volte, in particolare, e con sofferenza, dagli anni ’20 del XX secolo, ricordiamo il cocente dolore di padre Sergij Bulgakov davanti a Santa Sofia di Costantinopoli. Lo stesso patriarca Bartolomeo di Costantinopoli ha scritto qualche mese fa: «I tempi sono critici e l’unità della Chiesa deve costituire un esempio di unità per l’umanità lacerata da divisioni e conflitti».

Una lunga storia

Questo Concilio è stato lungamente atteso e preparato. In epoca moderna è stato il patriarca di Costantinopoli che, nel XIX secolo, per primo ha recepito l’urgenza di convocare un Concilio panortodosso in seguito allo scisma avvenuto nella Chiesa ortodossa bulgara; allora era stato lo zar russo a bloccare l’iniziativa. Già allora il problema che si coglieva tra le Chiese ortodosse locali era quello di una certa autoreferenzialità, come ha osservato di recente padre Valentin Asmus, teologo e docente dell’Accademia teologica di Mosca: «Nel XIX secolo ogni Chiesa ortodossa locale si concepiva in modo praticamente autonomo, per questo l’ortodossia nel suo complesso era malata…».
L’idea del Concilio è stata poi ripresa nel XX secolo, dopo la Prima guerra mondiale, quando il patriarca di Costantinopoli ha indetto un Congresso interortodosso che sperava di poter trasformare in un Concilio per il 1925; la cosa non si era rivelata possibile, e allora nel 1930 era stato creato un Comitato preparatorio interortodosso. Ma di nuovo l’idea di arrivare al Concilio entro il 1932 era fallita, e si era dovuto aspettare il 1948 per avere una nuova conferenza dei primati ortodossi a Mosca.
Finalmente nel 1961 si è arrivati alla prima Conferenza panortodossa sull’isola di Rodi, cui ne sono seguite altre due nel ’63 e ’64, e una quarta a Ginevra nel 1968, che ha creato una Commissione preparatoria preconciliare. Questa commissione, riunita a Chambésy, nel 1976, ha individuato i dieci temi da discutere in sede conciliare. Tra attese e rotture (come nel 1996, quando si è temporaneamente interrotta la comunione eucaristica tra il Patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli per i contrasti sorti riguardo allo status della Chiesa estone), la Commissione si è riunita altre quattro volte, nel 1982, 1986, 2009, per svolgere un paziente lavoro di lima e arrivare all’approvazione unanime dei testi sui temi conciliari.
La fase conclusiva è iniziata nel 2014 con la Sinassi (assemblea) dei primati delle Chiese ortodosse a Istanbul, dove sono stati decisi alcuni punti di metodo importanti: di rivedere alcuni testi conciliari che erano ormai vecchi di vent’anni; di adottare il metodo dell’unanimità e di stabilire il 2016 come anno del Concilio. Si è giunti così all’assemblea conclusiva a Chambésy di tutti i 14 primati ortodossi che si è tenuta il 21 gennaio 2016; dalla riunione sono emerse altre decisioni: di escludere (per la prima volta nella storia dei concili) i delegati laici (il che significa soprattutto i teologi del mondo occidentale), di escludere che si possano rimettere in discussione le decisioni preconciliari, di votare non individualmente ma per Chiesa e, soprattutto, che i temi di discussione andavano ridotti da dieci a sei, per mancanza di unanimità su alcuni di essi, che sono stati rinviati a un ulteriore concilio.

Un momento dei lavori a Chambésy, nel gennaio scorso.

Inizialmente si sarebbe dovuto discutere su: 1. La diaspora ortodossa, 2. Le relazioni della Chiesa ortodossa con le altre confessioni cristiane, 3. La missione nel mondo contemporaneo, 4. L’importanza del digiuno e la sua applicazione oggi, 5. L’autonomia di una Chiesa e le modalità per proclamarla, 6. Il sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti, 7. La data della Pasqua, 8. Le condizioni dell’autocefalia, 9. I dittici (cioè l’ordine gerarchico tra le 14 Chiese ortodosse), 10. Il dialogo ecumenico bilaterale.
A Chambésy sono stati eliminati gli ultimi quattro temi. I documenti programmatici finali sui temi in discussione sono stati resi pubblici il 29 gennaio.
Il 3 febbraio il Sinodo dei vescovi russi ha pubblicato una dichiarazione, a quanto pare, totalmente favorevole: «Nella loro redazione attuale i progetti di documenti del Santo e grande Concilio non attentano alla purezza della fede ortodossa e non vengono meno alla tradizione canonica della Chiesa». Il 4 maggio la Chiesa russa rende pubblica la composizione della propria delegazione al Concilio… poi tutto precipita nel giro di pochi giorni.
Il 1° giugno il patriarca Kirill indirizza una missiva al patriarca Bartolomeo di Costantinopoli in cui si indicano alcuni problemi nella disposizione gerarchica dei capi delegazione nella sala conciliare. Lo stesso giorno, quasi a un segnale, il sinodo della Chiesa bulgara decide di non partecipare al Concilio e avanza delle contestazioni sull’agenda dei lavori e sul regolamento: mancherebbero dall’agenda alcuni temi di grande importanza e urgenza; sussistono tra le varie Chiese ortodosse forti divergenze sui documenti preconciliari; il regolamento del Concilio non prevede la possibilità di correggere i documenti; non è stato risolto il problema della disposizione dei capi delegazione e degli osservatori «eterodossi» (questa è l’espressione utilizzata) nella sala; le spese di partecipazione sono troppo alte.
Il 6 giugno annuncia il ritiro dal Concilio anche il sinodo della Chiesa di Antiochia, a causa di un conflitto con il patriarcato di Gerusalemme colpevole di invasione del suo «territorio canonico» nel Qatar.
Sale la febbre della «correzione dei documenti conciliari», che pure sono stati oggetto di un lavoro di decenni; si viene a sapere che anche la Chiesa di Grecia e alcuni monasteri del Monte Athos vorrebbero apportare delle correzioni. A quanto pare, non è bastato escludere dai temi in discussione il problema dell’ecumenismo, poiché questo è riaffiorato anche nel punto 2 sui rapporti con le altre confessioni cristiane, dando il via a nuove polemiche e al boicottaggio.
Il 9 giugno si ritira la Chiesa ortodossa serba; in una lettera a Bartolomeo il patriarca Irinej spiega che alcuni esponenti della sua Chiesa hanno dubbi sui documenti preconciliari (che pure erano stati a lungo preparati e resi pubblici da diversi mesi), e accenna ai rapporti tesi con la Chiesa rumena. Il Concilio, si dice, potrebbe essere trasformato in un’assemblea preconciliare in attesa del vero Concilio.
Il 10 giugno si ritira anche la Chiesa georgiana, suggerendo una serie di correzioni ai documenti conciliari come conditio sine qua non della propria partecipazione; decisione anche questa sorprendente se si pensa che solo il 25 maggio aveva confermato la composizione della delegazione al Concilio.
In questa situazione, il sinodo dei vescovi russi consiglia, per uscire dall’empasse, di riunire in extremis un’assemblea preconciliare per correggere i documenti del Concilio secondo i suggerimenti ultimamente proposti. Costantinopoli il 9 giugno risponde negativamente, perché i documenti sono stati già esaminati e votati a Chambésy e quindi bisogna rimandare ogni discussione al momento stesso del Concilio. Pur apparendo rigido nella sua presa di posizione, il patriarcato di Costantinopoli difende il lungo lavoro di tessitura preconciliare, ben sapendo che tutte le correzioni suggerite all’ultimo istante dalle Chiese vanno in senso antiecumenico.
Già a Chambésy si era visto infatti che il vero punctum dolens era il tema dell’ecumenismo, ritenuto inaccettabile, una vera e propria eresia, dai fondamentalisti ortodossi che stanno alzando la voce soprattutto nelle Chiese dell’Est; in pratica si rifiuta l’affermazione, presente nel documento votato all’unanimità a gennaio, che è secondo la volontà divina aspirare all’unità con le altre confessioni cristiane (che taluni comunque non vorrebbero mai chiamare con il termine di «Chiese»).

In ogni caso

È impossibile analizzare degli avvenimenti ancora in pieno svolgimento, ma di certo sono molti gli ortodossi che ancora sperano fortemente in un miracolo. Va detto infatti che le reazioni negative delle Chiese che si sono ritirate esprimono solo una parte del mondo ortodosso, ce n’è un’altra, ampia e variegata, che spera e soffre nell’attesa del Concilio, consapevole che quanto sta venendo alla luce è la parte più triste della realtà ortodossa e che dietro gli atteggiamenti antiecumenici si cela in realtà una grave difficoltà nel modo di intendere l’unità all’interno della stessa comunione ortodossa, di più, all’interno di ogni singola Chiesa locale.
Il Concilio è stato quasi un detonatore: nel momento in cui l’ortodossia ha sentito il desiderio di mostrare a se stessa e al mondo la propria unità, è rimasta invischiata nelle proprie divisioni, mostrando tutta la distanza che corre tra la proclamazione di un ideale, la sobornost’ (sinodalità), che da sempre propone come cuore della propria ecclesiologia, e la reale situazione della Chiesa. Sono in molti, tra gli ortodossi, a denunciare l’assenza di un’adeguata riflessione ecclesiologica che risponda al cammino storico della Chiesa.
Ma proprio per questo, ha ribadito con fermezza il patriarcato di Costantinopoli domenica 12 giugno, è così essenziale celebrare in ogni caso il Concilio; lo ha ricordato anche padre John Kryssavgis, consigliere teologico del patriarca Bartolomeo: «La Chiesa ortodossa professa che il concilio è il suo cuore, la sua identità più vera; la sinodalità è nel suo DNA, ma bisogna mostrarlo alla prova dei fatti, arrivando a sedersi attorno allo stesso tavolo. Questo concilio dovrebbe essere il primo di una lunga serie».
I sostenitori del Concilio «in ogni caso», anche se ormai non sarà più «panortodosso», appartengono per lo più alle comunità sparse in tutto il mondo, la cosiddetta «diaspora ortodossa», ma si trovano anche nelle comunità in genere più antiecumeniche come quella russa; padre Valentin Asmus, ad esempio, che abbiamo già citato, ha affermato: «Riunirsi in Concilio… è molto importante perché il mondo ortodosso ha esattamente il problema della frammentazione. … La Chiesa ortodossa deve prendere coscienza della propria unità e deve realizzarla almeno in alcuni orientamenti comuni. Penso che il prossimo Concilio sarà importantissimo proprio come primo incontro, perché si crei un precedente. Non penso che il Concilio risolverà in una volta tutti i problemi che esistono nel mondo ortodosso, ma per lo meno sarà posta la prima pietra di una discussione comune, collegiale, ampia dei problemi».
In questo momento si sta tentando ogni strada per far sì che questo «precedente» si avveri; il 10 giugno un gruppo internazionale di teologi ortodossi ha lanciato una raccolta di firme sotto un appello intitolato «Non ci sono difficoltà insuperabili che impediscano il Concilio di giugno», mentre nella Chiesa ortodossa d’America sono state istituite speciali preghiere per il Concilio.
Nell’insistenza caparbia di chi nel Concilio spera nonostante tutto, si percepisce soprattutto l’interesse per una missione che è grande: «L’ortodossia deve condividere col mondo i tesori che custodisce, la sapienza acquisita in secoli di sequela di Cristo, di vita nella Grazia della resurrezione; molti, anche in Occidente, desiderano sentire la sua voce, sentire quello che ha da dire su Cristo. Sarebbe un tradimento di ciò che abbiamo di più caro se l’unico esito del Concilio fosse mostrare al mondo che l’ortodossia sembra preoccupata solo di se stessa, piena di timore, autoreferenziale», ha scritto il professor Andrew Louth, docente di patrologia bizantina all’Università di Durham.
All’obiezione, espressa da molti, secondo la quale ben difficilmente un Concilio così monco potrebbe avere un qualche significato, altri ribattono che i fondamentalisti che lo osteggiano in tutti i modi, convinti che il patriarca Bartolomeo sia un eretico e che gli ortodossi non debbano neppure sedersi allo stesso tavolo con i cattolici, difficilmente diventeranno più moderati nelle loro posizioni ideologiche; e in questo senso attendere un loro cambiamento potrebbe richiedere secoli. Allora è meglio restare fermi sulle decisioni prese, senza chiudere gli occhi sullo scatenarsi del nazionalismo religioso che «offende l’amore di Dio».

A questo punto, che il Concilio abbia o non abbia luogo, ci troviamo davanti a un passo cruciale per tutta l’ortodossia: «Se il Concilio non si farà – scrive un monaco russo – sarà il momento della verità. Si vedrà cosa valgono veramente i termini sublimi con cui l’ortodossia odierna ama definirsi quando si dice santa, sinodale, universale, unita, eccetera… D’altro canto, a me personalmente dispiacerebbe immensamente se non avesse luogo. Vorrei davvero che tutte le Chiese ortodosse, in qualsiasi modo, come son capaci, magari con litigi e dissidi, magari senza produrre alcun documento, si riunissero comunque tutte insieme. Perché se questo non avverrà, l’universalità, che comunque esiste, sia pur minimale, nelle Chiese locali si ridurrà a nulla. Crescerà il rischio che si rinchiudano nelle loro vite nazionali. E nella nostra situazione, in cui la catastrofe del 1917 non è mai stata superata e ancora produce i suoi frutti, soffocare la coscienza ecumenica, cioè l’unica forza che può elevarsi al di sopra della vita nazionale, sub specie aeternitatis, e cambiarla un po’ sarebbe assolutamente tragico. Per questo viva il Concilio».
La sfida, alla fine, è tra la paura difensiva e lo slancio dell’amore che si incarna, che spera contra spem e crede più nell’unità che viene da Dio che nel diavolo che divide: «Il prossimo giorno di Pentecoste – scrive Sergej Brun – o vedrà la Chiesa tornare ai suoi principi fondamentali di unità e sinodalità, o vedrà la sua disgrazia, la divisione e un lungo declino. Che lo Spirito Santo guidi la nostra Chiesa all’unità, e a una testimonianza forte, unitaria, genuinamente cristiana davanti al mondo».
Insomma, parafrasando quanto ha detto papa Francesco dopo l’incontro con l’imam di al-Azhar: «L’incontro in quanto tale è il messaggio».

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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