26 Aprile 2016

Černobyl’: chi si ricorda?

Caterina Dell’Asta-Zakharova

Trent’anni da una tragedia le cui dimensioni, e le vittime, non sono ancora del tutto misurate. Ma la sua memoria non fa parte della “retorica ufficiale”. Gli ucraini provano rassegnazione o vergogna. Altri riscoprono un inatteso attaccamento.

La mia vicina di casa, non appena le ho chiesto di farle qualche domanda su Černobyl’ mi ha detto: «Sei proprio sicura di voler scrivere di Černobyl’? Non potresti trovare un tema migliore?».
Ho dovuto chiederle perché non le andasse di parlarne: «Perché sarebbe l’ennesimo tema in cui l’Ucraina fa una pessima figura. Da noi solo tragedie e brutti incidenti, non sarebbe meglio parlare del nuovo high tech ucraino? Già così l’Europa non ci vuole…».

Questo il clima che si respira tra tanti ragazzi nati negli anni ’90: di Černobyl’ sono consapevoli tutti, e per tutti (o quasi) non c’è molto da dire. È una tragedia, e la tragedia continua a preoccupare, visto che il sarcofago che dovrebbe impedire alle radiazioni di propagarsi ha vistose falle, e che la nuova copertura metallica è ancora in costruzione, ma in ogni caso è una tragedia che per tantissimi resta lontana. Me lo dicono i miei compagni di corso quando li intervisto: sono tutti nati negli anni ’90, ma per tutti l’incidente radioattivo è lontano e non preoccupa quasi: «A volte credo che di Černobyl’ vi preoccupiate più voi in Occidente che noi ucraini». E le conseguenze sulla salute e sull’ecologia? «Ma le malattie ci sono anche senza radiazioni, e l’ecologia… Beh, è un peccato».
Insomma, sembra che Černobyl’ sia accaduto in un altro paese. Chiedo se i genitori gli abbiano raccontato qualcosa, o se a scuola si parlasse del tema: «A scuola ogni anno ricordavamo l’anniversario, ma nessuno parlava di chi fosse realmente la responsabilità dell’accaduto, semplicemente parlavamo di quello che era successo. A dirci di chi fosse stata la colpa sono stati i genitori, ma senza troppi scandali, erano abituati al fatto che le cose non andassero bene per colpa dello Stato». Trovo solo qualche caso di ragazzi che rispondono in modo un po’ diverso: «I miei non hanno mai amato i comunisti, e quando mi raccontavano di Černobyl’ mi dicevano che era la prova di quanto lo Stato facesse il male dei cittadini».
A Kiev esiste persino l’Horror Tour di Černobyl’: un tour nella «zona proibita» con a tema le mostruosità prodotte dalle radiazioni per gli appassionati delle storie di fantascienza…

E poi si incontrano invece dei personaggi strani, come Liza Gavrilenko, studentessa di sociologia alla mia università. Suo padre è stato evacuato dalla zona dell’incidente, e per lei il tema è tutt’altro che lontano, tanto che la sua tesi di laurea ha come titolo: La percezione sociale dello spazio: l’esempio degli occupanti abusivi della zona di Černobyl’. E già con il titolo comincio a non capire qualcosa, per esempio cosa voglia dire occupante abusivo di una zona ad alto livello di radioattività, perché chi vorrebbe andare ad occupare una zona simile? Così le chiedo di spiegarmi tutto dall’inizio e mentre lei racconta mi rendo conto di capire sempre di meno. Il fatto noto a tutti è che dopo l’incidente gli abitanti della zona circostante sono stati sfollati e mandati a vivere in altre regioni del paese. Quello che però forse non tutti sanno è che diverse persone, soprattutto della generazione più anziana, sono tornate a vivere nelle loro case subito dopo. Il fatto mi resta incomprensibile, ma Liza mi spiega che secondo lei questo è uno dei drammi più seri di Černobyl’: queste persone non potevano immaginarsi una vita lontano dalla propria terra, perché lì «ci sono le nostre tombe, le nostre case, lì siamo cresciuti e questo posto è tutto quello che abbiamo». E non è servito a nulla che venisse spiegato a questi anziani che vivere nella data zona li avrebbe portati ad ammalarsi seriamente e anche alla morte, perché, rispondono loro: «Se Dio vorrà morirò, altrimenti resterò in vita».
Liza è andata a intervistare queste persone in un piccolo paese della campagna e racconta di come loro le fossero grati di essersi interessata a loro storia, tanto che le hanno voluto dare in regalo del cibo e persino dei soldi. È tutta gente, dice lei, che vive come se non fosse successo niente, per la quale la terra e la tradizione sono più importanti di qualsiasi altra cosa.

Un insolito “cimitero”: i nomi di tutti i villaggi morti in seguito alla catastrofe

E di una cosa simile mi racconta anche Val’demar Kljuzko, un artista di Kiev, nato in quello stesso anno 1986, che il 26 aprile inaugurerà una mostra con il titolo Splendida Černobyl’.
Gli chiedo di spiegarmi cosa voglia dire il titolo della mostra, perché ancora una volta mi ritrovo vagamente disorientata e lui mi racconta che nel 1996 è partita una spedizione etnografica nella zona di Prypjat’ per raccogliere materiali sulla cultura tradizionale del posto. La cosa, detto sinceramente, mi sembra di primo acchito un’inutile assurdità, tanto più che se si digita il nome «Prypjat’» su Google Earth, si vedono delle immagini di una desolazione ai limiti del pensabile. Ma Val’demar mi mostra le sue fotografie, quelle che verranno esposte alla mostra, e che illustrano i risultati della spedizione, e devo ammettere che sono molto belle. Nella zona esiste una cultura a sé, con delle tradizioni particolari ad esempio nella raccolta del miele e nella costruzione delle case, che si differenzia da qualsiasi altra zona. I membri della spedizione hanno raccolto oggetti e fotografato tutto quello che hanno visto e lo esporranno a Kiev.

A noi, o almeno a me, tutto questo interesse per la terra, questo amore per un luogo che di fatto è diventato un luogo di morte, risulta comunque estraneo, o per lo meno poco comprensibile. Ma, come mi dimostra tutto quello che sta succedendo nel mondo, esistono delle persone che hanno percezioni completamente diverse dalle nostre, ma queste persone e le loro visioni sono quanto meno da prendere in considerazione. C’è gente per la quale non è assolutamente un problema vivere in un luogo dove l’aria stessa che si respira è nociva alla salute, purché quella sia la sua terra, casa sua. Quanto sembra assurdo a noi, abituati a pensare che «l’importante è la salute». Esistono persone che ritengono importante fare un viaggio nella zona proibita solo per fotografare un architrave intagliato, perché «l’architrave intagliato in questo particolare modo racconta la storia della famiglia che viveva nella casa». Tutto questo a noi resta vagamente incomprensibile, ma ci fa porre delle domande, e quindi finisce per essere quantomeno interessante.

Caterina Dell’Asta-Zakharova

Traduttrice, laureata in russo all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito la specializzazione in Storia contemporanea presso l’Accademia Mohiliana di Kiev.

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