27 Giugno 2016

Ridateci il desiderio

DI Redazione

«Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. (…) Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura […]

«Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. (…) Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21)».
Pronunciate da papa Francesco il 6 maggio scorso, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, queste parole sono di un’attualità e di una precisione impressionanti, all’indomani dell’esito della Brexit e con il Concilio panortodosso che si è concluso. Nato fra mille difficoltà, con ancora molti che gli contestano il titolo di «panortodosso», il Concilio sta mostrando una sensibilità comune a molti cristiani: la coscienza dell’impegno a testimoniare un’unità diversa da quella del mondo, più semplicemente l’unità di Cristo (si veda in tal senso l’intervento al Concilio dell’arcivescovo Crisostomo di Cipro). È un impegno che i cristiani hanno di fronte al Salvatore e alla propria coscienza, ed è anche l’impegno che essi hanno di fronte al mondo se vogliono offrirgli qualcosa di proprio e di originale e non appiattirsi nell’imitazione di una delle tante istituzioni mondane.
Una di queste istituzioni, l’Unione Europea, è malata, «affaticata», diceva Francesco nel discorso di maggio, snervata nella sua ricerca di «ritocchi cosmetici» o di «compromessi tortuosi per correggere qualche trattato». Come diceva sempre il papa in quell’occasione, occorre «“aggiornare” l’idea di Europa»; il problema è in che modo e in nome di cosa si potrebbe e si dovrebbe aggiornare l’idea di Europa e non semplicemente buttarla a mare.

Sono di corto respiro le analisi che sono state proposte prima del voto britannico (e alla fine si sono rivelate anche inutili, visti i risultati), tese a mostrare l’origine di questa malattia nei problemi legati all’immigrazione, alla sicurezza e alla crisi economica; questi problemi sono reali ma sono gli stessi che una propaganda demagogica ha usato per aggravare la malattia e arrivare alla separazione.
È sorprendente come analisti e politici non abbiano riletto le parole di Adenauer che pure il papa citava nel suo discorso; sono parole pronunciate nel 1952, ma sembrano dette per oggi: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».
Sono alcuni decenni, dunque, che il problema va ben al di là di questioni politiche o strutturali pur importanti; ma queste parole sono passate evidentemente inascoltate se dopo il voto si continuano a riproporre le stesse problematiche e gli stessi rimedi che hanno portato alla vittoria della Brexit. È sicuramente importante, ad esempio, garantire a chi vive in Europa, vecchi e nuovi cittadini, occupazione, crescita, benessere ed eguaglianza, ma sono le stesse cose che venivano promesse prima dai partigiani dell’Europa ora sconfitti: che senso ha dunque riproporle, se non si va più alla radice, se non ci si rende conto che, pur importanti, questi valori «sembrano aver perso forza attrattiva» (sempre parole di Francesco, prima della Brexit)?
Il problema è esattamente nella mancanza di questa attrattiva, per cui società ricche non riescono a rendere la loro prosperità una possibilità affascinante e condivisibile. L’occupazione è sicuramente utile, ma la gente non cerca semplicemente il modo di essere occupata, cerca lavoro, che è l’attuazione del proprio io in un’opera piena di senso e non realizzata semplicemente per occupare il tempo: questo lo fanno i ricchi che non hanno bisogno di lavorare e, annoiandosi, cercano di «ammazzare il tempo». Anche la crescita di una società è importante, perché la popolazione aumenta e i bisogni sono sempre più grandi, ma la gente non cerca una crescita solo intensiva: la crescita umana non è il puro e semplice accumulare di più che alla fine provoca soltanto saturazione o invidia, mentre è definita innanzitutto da quelle caratteristiche tipicamente umane che sono la creatività e la novità. Allo stesso modo una società civile non può non aspirare al benessere, ma anche in questo caso non può bastare la semplice opulenza e occorre quel bene che è inseparabile dalla bellezza e dalla verità e senza del quale non si ha un autentico godimento, quella gioia che è inseparabile dallo stupore e che è ben distinta dal puro attivo in un bilancio statale. Così, infine, nessuna società oggi potrebbe rinunciare ad offrire ai propri cittadini l’uguaglianza, ma quello che l’uomo cerca da sempre è qualcosa di più: è il riconoscimento di una dignità che lo rende, certo, uguale, ma nella sua differenza da tutti gli altri e nella sua irripetibilità, così che l’uguaglianza cessa di essere puramente astratta e si accompagna necessariamente con l’accoglienza, la solidarietà e l’unità.

E qui torniamo appunto a quello in cui hanno fallito politici, economisti e tecnici, che, come ha detto un commentatore francese, hanno trascurato «il corpo con le sue membra e l’anima con il suo immaginario», così che, dopo aver cercato un’unità piatta e omologante, regno dell’indifferenza e dell’assenza di senso, cercano oggi una nuova unità fondata sull’interesse, su un utilitarismo che non riesce a pensare al di là dell’interesse immediato e non ha altra origine se non quella della paura del diverso e della conservazione di un’identità gelosa. Ma mentre l’unità dell’indifferenza e dell’omologazione è già fallita, perché se tutto è indifferente non esiste unità ma solo una confusione priva di senso, non meno fallimentare appare l’unità che pretende di fondarsi sull’interesse, perché dall’interesse non nasce alcuna unità reale ma solo l’esclusione di chi ha interessi diversi.
È in questo fallimento che la Chiesa ha qualcosa da dire, in tutta umiltà ma con non minore certezza.
Innanzitutto non si tratta né di sostituire la politica con un discorso spirituale né di rinunciare alla politica, ma di cominciare o di ricominciare a farla bene: il richiamo a un politico di professione come Adenauer, in questo senso, è assolutamente esemplare; come è esemplare il continuo richiamo di papa Francesco alla memoria dell’Europa, a ciò che le ha permesso di nascere e di fornire ai suoi cittadini il periodo di pace più lungo che la loro storia plurisecolare ricordi.
È la storia dei popoli europei che la Chiesa può aiutare a riscoprire. È una storia che ha conosciuto guerre e divisioni: il XX secolo è troppo vicino per poterlo dimenticare; ma in questa storia l’Europa ha sempre dimostrato che «la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti» appartengono alla sua anima e dunque possono essere rigenerate e rivitalizzate, fino a ricrearle ex novo e fino a ricreare quella bellezza oggi perduta che costituiva il fascino della vecchia Europa. Se riusciremo in questa operazione di memoria scopriremo anche il suo segreto, che nasceva non dall’esclusione ma dalla capacità di «conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni».
Se la Chiesa può aiutare a riscoprire questa ricchezza non è certo perché essa non conosca divisioni: il Concilio panortodosso le ha rese ancora una volta evidenti fra gli ortodossi ma anche fra gli ortodossi e il resto del mondo cristiano. Eppure al fondo di questa coscienza la Chiesa, le Chiese possono umilmente richiamare tutto il mondo all’unità, e rioffrirgliela con una novità di cui il mondo è incapace, perché sanno che questa unità cui tutti aspirano e che esse possono testimoniare non è loro ma di Cristo e loro, le Chiese, sono chiamate non a inventarla ma a testimoniarla riconoscendo innanzitutto il proprio peccato e cercando di superarlo nell’unico modo possibile che è la conversione: ovviamente la conversione a Cristo e alla sua unità.

Gli incontri ecumenici di papa Francesco e il Concilio panortodosso sono in questo senso quel provvidenziale «segno dei tempi» di cui si diceva all’inizio, perché, al di là di tutte le difficoltà che possono incontrare e di tutte le incertezze che possono palesare, costringono le Chiese a chiarire ancora di più la natura di questa unità e a escludere la tentazione, che spesso si affaccia ancora in molti incontri, di ridurla a «un vantaggio strategico da ricercare per mutuo interesse», mentre essa va riconosciuta come la forma suprema dell’amore, che è innanzitutto il sacrificio del proprio punto di vista per il bene dell’altro.
Dalla capacità o meno dei cristiani di cercare questa conversione dipenderà anche la loro capacità di testimoniare un modello di unità che, andando al di là dell’utilitarismo dei puri accordi strategici, superi anche i vecchi fondamentalismi, quelli di cui uno dei documenti conclusivi del Concilio panortodosso ha detto: «Il cristiano autentico, seguendo l’esempio del Signore Crocifisso, non vuole sacrifici, ma offre se stesso in sacrificio e per questo è il giudice più severo di ogni fondamentalismo religioso, quale che sia la sua origine».

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