31 Maggio 2016

Il club dei suicidi

DI Redazione

Un servizio pubblicato su «Novaja gazeta» il 16 maggio ha provocato in Russia un generale brivido di orrore alla notizia che esistono nella rete russa numerosi siti, blog, chat che […]

Un servizio pubblicato su «Novaja gazeta» il 16 maggio ha provocato in Russia un generale brivido di orrore alla notizia che esistono nella rete russa numerosi siti, blog, chat che istigano gli adolescenti al suicidio. Dopo aver svolto una lunga indagine, la giornalista Galina Mursalieva ha portato alla luce numerosi casi di suicidio tra adolescenti, tutti collegati alla frequentazione di alcuni blog giovanili.
«I gruppi di morte. Nei social network qualcuno fa un lavoro sistematico e pianificato con gli adolescenti, portandoli passo dopo passo al suicidio. Abbiamo contato 130 (!) suicidi di minori, in Russia, tra il novembre 2015 e l’aprile 2016. Facevano parte quasi tutti degli stessi gruppi internet, e avevano famiglie benestanti e serene».
Il sito più infestato pare essere VKontakte, l’analogo russo di Facebook, 70 milioni di utenti al giorno, dove questi gruppi, che possono essere aperti o chiusi, sono frequentatissimi, uno solo di questi conta 239.862 partecipanti. In realtà non si tratta di un fenomeno soltanto russo, purtroppo vicende simili erano salite alla cronaca già nel 1993 in Giappone, poi in Inghilterra, Norvegia, Austria, Grecia.

Le reazioni che si sono viste sui media e i social russi ci danno l’occasione per tastare il polso della situazione generale nel paese.
Quando l’orrore è insostenibile (come davanti al fatto che dei ragazzi non particolarmente provati dalla vita siano indotti a buttarla via così, alla leggera) è naturale che scatti innanzitutto un certo meccanismo di difesa; nel nostro caso, in alcuni si è espresso nella forma dell’incredulità: non è possibile, è una montatura giornalistica. In altri l’incredulità si è associata all’istintivo sospetto verso il governo: come mai il servizio è uscito proprio su quel giornale filogovernativo? Chi ha soffiato alla solerte giornalista proprio questo tema? Non sarà l’occasione per ulteriori divieti e chiusure? «Oggi in Russia – osserva un utente della rete, dando voce all’idea di molti – praticamente non si può fare più niente, è tutto proibito!».
E quasi a confermare questi sospetti sull’origine per così dire «politica” della notizia, la deputata del Consiglio della Federazione Elena Mizulina ha affermato che la legislazione vigente non ha strumenti per combattere il fenomeno, e quindi bisogna che 1) i proprietari dei siti rispondano penalmente per la diffusione sulle loro reti di istigazioni al suicidio; 2) si creino delle forme di controllo che impediscano all’origine che siti del genere nascano (quindi una forma di totale controllo sulla rete); 3) si aggiunga al Codice Penale un nuovo articolo che preveda la punizione dell’istigazione al suicidio tramite internet.
«Volevate la conferma? – ha commentato qualcuno – Eccola qua! Dopo questo non c’è più nulla da aggiungere…».

In alternativa al partito della dietrologia «politica», c’è la posizione espressa dalla deputata Mizulina, cioè quella delle contromisure difensive e punitive, una posizione condivisa da molti e che si accompagna spesso alla convinzione che tutte queste minacce vengano dall’esterno a corrompere un paese di per sé sano. Oggi in Russia la contrapposizione tra la Russia baluardo cristiano e l’Occidente depravato fa parte della retorica ufficiale, lo stesso patriarca Kirill continua a denunciare «i processi di scristianizzazione che stanno coinvolgendo la civiltà europea e americana» [1]. Ora, se la colpa di fenomeni così terribili come i suicidi giovanili stesse al di fuori, tutto il problema avrebbe già la sua risposta implicita: basterebbe tenere lontana la minaccia esterna; ma non è così semplice: come non vedere che gli stessi processi di scristianizzazione che caratterizzano l’Occidente toccano profondamente anche la Russia? E che il club dei suicidi rientra nella stessa realtà globalizzata?

E d’altro canto, neanche le dietrologie politiche risolvono il problema, perché gli adolescenti saltano veramente senza ragione dal 16° piano. Le dietrologie, caso mai, aiutano solo a spiegare come il governo giochi sulle normali reazioni psicologiche della gente per perseguire i propri scopi. Ma poi, come cominciano a sottolineare in molti, i discorsi sulle dietrologie possono anche illudere che basti denunciare il male altrui per risolvere ogni problema, mentre quando si sarà finito di denunciare vere o presunte trame del governo (o gli attacchi dell’Occidente), i suicidi ci saranno ancora e si sarà solo perso tempo. È la ripresa della migliore tradizione del pensiero del dissenso: la ricerca e la denuncia del nemico non serve a niente e a nessuno, non al potere che vorrebbe usarla per dare un nuovo giro di vite, né all’opposizione. Se il paese, come dice qualcuno, «sta trasformandosi un po’ alla volta da autoritario in totalitario», non basta lamentarsi o denunciare, «come minimo, non dobbiamo lasciare che facciano di noi una “popolazione” che chiede misure…».

Questo è il punto interessante: il pericolo di scivolamento totalitario non deriva tanto dalla volontà del governo quanto dall’atteggiamento remissivo e semplificatorio dei cittadini che cercano (come il governo) colpevoli e chiedono salvezza. Di fronte a questo non resta che il realismo, prendere atto di com’è il governo, di cosa fanno gli adolescenti, e di come siamo noi. E comportarsi come uomini responsabili, non come un gregge istintivo che «chiede misure».
Non ci sono soluzioni semplici e pronte: «Per salvare dei ragazzi in carne e ossa sono anche disposta a chiudere Internet – ha commentato Tat’jana Krasnova, – Però, siete sicuri che servirebbe? Che se rompiamo lo specchio, il muso storto si aggiusta da sé?
Dico sul serio. Servirebbe? Mi sembra, a occhio e croce, che avrebbe più o meno lo stesso effetto che hanno avuto le famose chiese costruite “a due passi da casa” sul risanamento morale della società».

E aggiunge il commentatore Dima Zizer, spostando il problema dalle colpe altrui alle responsabilità di ciascuno: «È sempre lo stesso ritornello: “controllare ogni passo, imporre un’età minima per l’uso di internet”… senza chiederci ogni volta come guardare in faccia i nostri cari… Abbiamo paura e il sangue ci si gela nelle vene. Ma questo non giustifica le nostre menzogne, la nostra fuga vigliacca dai problemi reali…
Della situazione che si è creata sono colpevoli tutti tranne noi… E intanto abbiamo trovato i responsabili nei gruppi su VKontakte. Non c’è dubbio, i mascalzoni ben concreti che coinvolgono i nostri figli in un gioco senza regole che li porta alla morte devono essere messi in condizioni di non nuocere e vanno puniti. Ma da questo consegue forse che dobbiamo limitare i diritti dei figli e non cercare noi stessi di diventare adulti, e imparare a volergli bene, a sostenerli? In tutte le epoche ci sono stati i buoni e i cattivi. Sempre. E sempre quando le forze del bene smettono di essere all’altezza dei tempi quelle del male si rimettono in moto…
È tremendo. Ma siamo adulti appunto per resistere alla tentazione di risolvere tutto a spese degli altri (i figli, internet, il governo, eccetera). Si può trovare una soluzione solo a spese proprie. Sta a noi riconoscere che non sappiamo come fare; sta a noi imparare, torturarci nel dubbio, soffrire. Dio ci dia la forza di farlo».

[1] Cfr. dichiarazione del patriarca durante l’incontro con il metropolita Nicholas di Detroit, il 25 maggio scorso.

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