16 Marzo 2018

Il terrore della confessione (Lettere quaresimali – 2)

Savva Mažuko

Il disagio che proviamo davanti alla confessione nasce dalla mancanza del senso cristiano della vita. Invece di spalancarci alla grazia cerchiamo giustificazioni, usiamo pesi e misure. E dimentichiamo che è una riconciliazione con i fratelli.

Se c’è un motivo per cui bisognerebbe dare da bere ai sacerdoti del latte per disintossicarsi, è la confessione. Alla maggior parte dei preti vengono i brividi al pensiero della quaresima, e non per le limitazioni a tavola, ma perché sanno che è venuto il momento di «affrontare» i penitenti. Alcuni preti hanno un vero e proprio terrore della confessione.
– Ma perché ti sei fatto prete, ti chiederanno?
– Per servire Dio e aiutare la gente.
– E allora, che paura hai della confessione?
– Il fatto è che la confessione è una rara avis nelle nostre chiese. Prevalgono in genere vaniloquio e narcisismo spirituale. Dall’una e dall’altra parte, beninteso.
«Questa parola è dura!», eppure, se anche avessi esagerato, è in misura minima.
Ma perché proprio in quaresima?

C’è stato un tempo in cui il popolo ortodosso andava a confessarsi solo in quaresima. I motivi erano vari, ma quello principale era il venir meno del senso cristiano, ecclesiale della vita. C’è sempre stata e sempre ci sarà la tentazione di ridurre il cristianesimo a religione, di trovargli delle occupazioni adeguate e di imporgli dei confini ben precisi nelle sfere dell’ideologia, della cultura, della morale. È molto comodo che il cristianesimo abbia una sua «nicchia ecologica», una propria area riservata che non sia d’intralcio agli altri. I cristiani vivono comodamente, e il mondo sta tranquillo. Ma non appena il cristianesimo si trasforma in religione, viene meno il senso cristiano della vita. Il primo sintomo di questa malattia è l’oblio in cui cade l’Eucarestia.

La Chiesa non solo vive dell’Eucarestia, ma vive nell’Eucarestia, si svela solo nella liturgia. Negli stessi anni che videro il trionfo dell’impero ortodosso, la maggioranza dei cristiani si accostava al Calice una volta all’anno – in quaresima, e non sempre di propria spontanea volontà ma per adempiere una norma stabilita, per compiere il proprio dovere religioso.
L’inerzia di questa pratica è viva ancor oggi: in quaresima c’è sempre più gente che si confessa e fa la comunione rispetto agli altri periodi dell’anno. E questo non è giusto. Non che in quaresima non si debba fare la comunione, ma i cristiani vivono dell’Eucarestia sempre, e non solo in quaresima…

C’è poi un aspetto che preoccupa molti: prima della comunione bisogna necessariamente confessarsi. Fare la comunione è più semplice che confessarsi, ed è più semplice spiegare come accostarsi al Calice, che raccontare che cosa succede nella confessione. Perché è così complicato? Perché, pensando alla confessione, noi perdiamo di vista una serie di aspetti fondamentali, di posizioni di principio da cui bisogna partire, se ci si vuol raccapezzare in questa faccenda, per tanti così fumosa. Mi limito a segnalarne uno.
La confessione è un sacramento della Chiesa. Non sto dando una banale definizione, è un concetto su cui val la pena di riflettere. La parola «sacramento» significa che noi non sappiamo, non abbiamo parole per spiegare il «meccanismo» del pentimento e della remissione dei peccati. Se nella Chiesa si parla di sacramento, significa che siamo in presenza di un avvenimento personale e irripetibile che si svolge tra Dio e l’uomo. In questo senso tutti i sacramenti sono inesprimibili, sono per principio inesplicabili. Ogni sacramento ha un segno esteriore, un’azione sacra che indica quanto avviene in maniera invisibile e incomprensibile. Ma noi abbiamo detto anche che la confessione è un sacramento della Chiesa: vale a dire, questo avvenimento straordinario che si svolge tra Dio e l’uomo interessa l’intera Chiesa come comunità, comunione di fratelli e sorelle. La persona si pente delle proprie malefatte, chiede perdono a Dio, riferendo onestamente gli atti in cui si è comportata non da fratello o da sorella, da credente, discepolo di Cristo, ma da non-cristiano, cioè estraneo alla Chiesa…

Un’altra questione. Non si potrebbe fare a meno del sacerdote? A dire il vero, si potrebbe. Anticamente ci si confessava dei propri peccati davanti a tutta la comunità. Io credo che non sarebbero in molti a preferire questa variante alla confessione davanti al sacerdote. Tuttavia, questa antica prassi ci aiuta a capire uno degli aspetti centrali della confessione: la persona si pente davanti alla Chiesa, e il sacerdote è semplicemente testimone della sua riconciliazione con la Chiesa.
Nelle preghiere della confessione c’è questa supplica: «Riconcilialo e riuniscilo alla Tua Chiesa santa, cattolica e apostolica». Il sacerdote è il testimone della riconciliazione del penitente con la Chiesa, il testimone della remissione dei suoi peccati, il garante della sua vita ecclesiale. La confessione riconcilia con la Chiesa, testimonia che questa persona ci appartiene, appartiene alla Chiesa, è un fratello, una sorella che condivide la nostra fede…

Non ci si può confessare per sé, così come non si può fare la comunione per sé. La confessione è una questione personale di ciascuno? Non proprio. Quando si parla della Chiesa non ci sono mai questioni personali. Quando vai a confessarti, non vai a risolvere i tuoi problemi… Infatti la Chiesa si manifesta nell’Eucarestia, cioè in un’unità di Corpo e di Sangue. In senso letterale. Il Corpo e il Sangue di Cristo ci rendono consanguinei tra noi. In senso letterale. I cristiani sono fratelli e sorelle di sangue. In senso letterale. I cristiani sono fratelli e sorelle tra loro non in forza delle proprie convinzioni, ma in forza del sangue che ci scorre nelle vene…
Ma c’è di più. Non solo ci comunichiamo al Corpo e al Sangue di Cristo, consentendo alla Vita divina di irrompere nella nostra vita, di mescolarsi con essa permeando tutto il nostro essere. Nella liturgia di San Basilio, il sacerdote prega: «Unisci insieme tutti noi, che ci siamo comunicati ad un unico Pane e ad un unico Calice, nella comunione dell’unico Spirito Santo». Dunque, comunicandoci al calice eucaristico noi ci comunichiamo gli uni agli altri, e le nostre vite si uniscono, entrano in comunione eterna di vita le une con le altre.

Savva Mažuko

Nato nel 1976, è archimandrita; teologo, docente e pubblicista, vive nel monastero di San Nicola a Gomel’, in Bielorussia.

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