11 Febbraio 2016

VERSO CUBA: «Va, va, va da solo!». L’essenziale in questo incontro

Aleksandr Archangel'skij

Qualunque cosa pensiamo del Papa o del Patriarca, dobbiamo riconoscere che hanno preso una decisione cruciale per se stessi, per le Chiese e per noi. Il loro passo ha più peso della guerra in Siria.

Glinka ha composto una canzone sui versi di Nestor Kukol’nik, in cui si descrive la partenza di un treno che si slancia nella pianura soffiando e sbuffando, tra l’allegria della gente:
«Ortodosso si allieta il nostro popolo».
In epoca sovietica la strofa si è trasformata in: «Si diverte e si allieta tutto il popolo».
Parrebbe la stessa cosa, eppure cambia un po’. L’accento della poesia si sposta, ora al centro sta l’immagine del treno, mentre l’elemento russo su cui si concentravano Glinka e Kukol’nik svanisce. Poi d’un tratto è arrivata la perestrojka e la canzone è stata riscritta da capo, per lo stesso coro di voci bianche della Radio e televisione sovietica: e a quel punto ci si è accorti che non era dedicata al progresso tecnologico bensì alla Santa Rus’; e che le innovazioni ingegneristiche non sono in contraddizione con la tradizione, ma al contrario la valorizzano.

Così accade anche oggi. È dall’inizio degli anni ’90 che sentiamo dure asserzioni sull’impossibilità che il Patriarca di Mosca si incontri con il Papa. Dando le più diverse motivazioni, più o meno convincenti. Dalle chiese prese d’assalto dagli uniati in Ucraina occidentale fino al proselitismo e al rifiuto di chiedere pubblicamente scusa. E dall’altra parte, in risposta, amare rimembranze su come ci si comportò con gli uniati dopo la Seconda guerra mondiale… La discussione rischiava di protrarsi all’infinito.

Ma all’improvviso gli ostacoli sono scomparsi. Si sono sciolti come neve al sole. Di colpo non ci sono più uniati che tengano, né proselitismo o altri misfatti. C’è invece la necessità che il Papa e il Patriarca si incontrino di persona, che i due primati si mettano in dialogo. Niente di strano: nella storia succede sempre così; prima il dialogo è impossibile… impossibile per questo e quel motivo… e poi all’improvviso si mette in moto. Il momento è venuto, i politici spezzano il cerchio magico, smettono di scaricare le colpe sulle circostanze esterne e si assumono le proprie responsabilità. Fino a ieri per radio cantavano «tutto il popolo», e stamattina è diventato «ortodosso il nostro popolo».
Che parvenza di spiegazioni pubbliche ci viene offerta? La burocrazia (non lo dico in senso negativo) ecclesiastica ci dice che non c’è più Giovanni Paolo II, con il quale era stata sollevata la «questione uniate»; ci addita le sofferenze dei cristiani in Medio Oriente, che è possibile salvare solo unendo gli sforzi, e precisa che questo incontro si stava preparando da oltre 10 anni.
Gli ambienti un po’ di «opposizione» ci rammentano l’approssimarsi del Concilio panortodosso, dove il peso simbolico del patriarca di Costantinopoli potrebbe risultare maggiore grazie al fatto che il suo predecessore Atenagora aveva ripreso i rapporti con il Papa già cinquant’anni fa, mentre nessun patriarca russo si è mai incontrato con un pontefice romano.

Infine, la schiera dei politologi che studia al microcoscopio tutta la trama degli inevitabili intrighi, conclude che non a caso il patriarca Kirill ha dimostrativamente scaricato i liberali e punito gli ultraconservatori nel dicembre scorso: infatti aveva già preso la decisione e ha giocato d’anticipo sia sulle critiche da destra, sia sullo scontento serpeggiante nell’apparato dell’amministrazione; per non parlare poi del suo maestro, il metropolita Nikodim, morto in Vaticano mentre stava per incontrarsi con il Papa: è chiaro che si tratta di un piano segreto, maturato da anni dal discepolo…

Sono tutti particolari interessanti, in parte anche contradditori fra loro (se l’incontro stava preparandosi da 10 anni, le sorti dei cristiani in Siria sono solo un pretesto e non il motivo principale, e la data dell’incontro fra i due presuli all’Avana era stata concordata molto prima che fosse decisa la data del Concilio panortodosso). Ma non è qui la sostanza di ciò che è avvenuto. E questa sostanza è molto semplice.

Quale che sia la nostra posizione nei confronti di Papa Francesco o del Patriarca Kirill, dobbiamo riconoscere che hanno preso una decisione cruciale per se stessi, per le Chiese e per noi. E hanno fatto un passo che ha più peso della guerra in Siria. Perché la guerra riguarda le sorti di milioni di persone qui e ora. Mentre le campane di vetro sotto cui da tempi remoti sono state isolate le loro Santità, perché non potessero in nessun modo entrare in contatto fra loro, riguardano le sorti di miliardi di persone vissute nel corso di secoli.
Non dobbiamo aspettarci risultati concreti dai colloqui cubani. In un futuro ravvicinato non vedremo una riconciliazione canonica delle Chiese, né un rivolgimento spirituale. E neppure delle dichiarazioni epocali. Che cosa succederà, che cosa ci sarà? Qualche fiacca discussione, e forse due o tre documenti congiunti. Risultati importanti per la diplomazia ecclesiastica, per rapporti, note e tesi di dottorato.

Per l’umanità l’importante è altro. Nei prossimi giorni sarà superata con contrizione la reciproca ripulsa di due principi della Chiesa, di due confessioni, di due civiltà. La sostanza dell’imminente incontro è racchiusa nell’incontro stesso. Perché sarà un segnale inviato urbi et orbi, il cristianesimo nelle sue diverse espressioni (sociali e mistiche) dimostrerà finalmente la sua reciproca compenetrazione. Questo non sminuisce l’importanza di ciò che hanno fatto nel 1964 Atenagora e Paolo VI, incontrandosi a Gerusalemme. Ma indica un passo radicalmente nuovo. Il Patriarcato di Costantinopoli è il più antico, è una sede di incredibile prestigio, ma è piccolo e non rappresenta tutto l’Oriente ortodosso. Mentre il Patriarcato russo, qualunque sia il suo status, lo rappresenta. E all’Avana non si incontreranno semplicemente un Patriarca e un Papa, ma l’Oriente e l’Occidente. È un incontro più che politico. È un incontro religioso e culturale.

Bisogna rendere il dovuto all’acume degli organizzatori dell’evento. L’Avana ha appena cominciato a riprendersi dalla diaspora intellettuale, e dove, se non qui, può cominciare il superamento dei boicottaggi ecclesiastici? Per il patriarca Kirill essa rappresenta la sua giovinezza sovietica (non dimentichiamo che è stato lui ad aprirvi la prima chiesa ortodossa). Per il Papa, è una testimonianza vivente della rinascita cristiana dell’America Latina a lui così cara. Né l’Occidente né l’Oriente possono rivendicare l’Avana come cosa propria. Ma né Occidente né Oriente potranno dire che è loro estranea.
Quanto alle eccessive attese e alle inevitabili delusioni che potrebbero attenderci… abbiamo iniziato con una canzone, chiudiamo con un’altra. Il senso intimo di questo evento lo esprime straordinariamente bene un canto dei battellieri, che lo ritmavano trascinando con funi gli scafi sul fondale in secca: «Ehilà mia bella, guarda che va, va, va da sola!». Quali che siano i progetti e le intenzioni nutrite dalle «alte parti contraenti», quali che siano le speranze e i timori riposti nell’incontro dell’Avana dai politici laici, quali che siano le mistiche fantasticherie pensate in merito a tutto ciò da questo «ortodosso nostro popolo», e quale che sia l’euforia provata dall’altro popolo, quello cattolico, la cosa essenziale succederà. Si farà il primo passo, si darà il primo scossone, i battellieri intoneranno il loro canto, la barca si smuoverà dal fondo. E si metterà in moto, andrà da sé. Si incaglierà ancora, opporrà resistenza, ad un certo punto sembrerà che tutto sia finito, che non abbiamo più la forza di andare avanti. Ma poi andrà, andrà, non potrà fare altro.

Fonte: Spektr

Aleksandr Archangel'skij

Giornalista, scrittore e conduttore televisivo. Ha collaborato con le maggiori testate russe e ha al suo attivo numerose pubblicazioni. È docente alla facoltà di comunicazione multimediale presso la Scuola superiore di economia di Mosca.

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