16 Febbraio 2017

L’eredità di padre Romano

Paolo Pezzi

Monsignor Pezzi, arcivescovo cattolico a Mosca, ha offerto il suo ricordo personale di padre Scalfi, e insieme una splendida sintesi del suo spirito missionario ed ecumenico. Il sacerdote italiano è stato all’origine della «Biblioteca dello spirito».

Ringrazio gli organizzatori di questa serata in memoria di padre Romano Scalfi per avermi invitato a portare il mio piccolo contributo al pozzo senza fondo di testimonianza di fede e di carità che è stata la sua vita.
Grazie a padre Romano è avvenuto il mio incontro con la storia, la liturgia, il martirio che caratterizzano la Russia del XX secolo. A mio avviso questa storia, liturgia e martirio sono un’importante lezione di storia del secolo scorso, che padre Romano Scalfi ha costruito e sofferto.
Posso dire che prima di arrivare in Siberia, praticamente tutto quello che sapevo della Russia l’avevo letto sulla rivista «Russia Cristiana», in particolare le storie di persone rinchiuse nei lager, uccise per la fede o internate in ospedali psichiatrici.
Fin da allora mi aveva colpito come padre Romano offrisse gratuitamente un «luogo» a queste persone, affinché nell’Occidente moralmente fiacco, rilassato, potesse risuonare la loro voce. Tra l’altro, questo è un segno della particolare attenzione che il cristianesimo ha nei confronti dell’umano come tale: padre Romano si preoccupava di far conoscere la vita e le sofferenze non solo di cattolici e ortodossi, ma anche di battisti, pentecostali, non credenti, testimoniando profeticamente, in questo modo, un’apertura d’animo che oggigiorno stiamo ancora faticosamente imparando.
Ma probabilmente ciò che più mi ha colpito in padre Romano è stata la sua tensione a collegare tutto a Cristo. Ad esempio, da lui ho udito le straordinarie parole di Vladimir Solov’ëv tratte da I fondamenti spirituali della vita. È interessante che quest’ultimo capitolo conclusivo si intitoli «La figura di Cristo come verifica della coscienza»: «Noi abbiamo unicamente bisogno, quando ci accingiamo a compiere un’azione che abbia importanza per la vita personale e sociale, di evocare nella nostra anima la figura morale di Cristo, di concentrarci su di essa, e di chiederci: “Avrebbe potuto egli compiere questa azione, oppure – in altri termini – la approverebbe o no, mi benedirebbe all’atto di compierla?”. Propongo questa verifica a tutti, è infallibile. In ogni caso dubbio, se solo avete la possibilità di raccogliervi e riflettere, ricordatevi di Cristo, immaginatevelo vivo, qual è, e affidate a Lui tutto il peso dei vostri dubbi».

Passione per Cristo, per la sua gloria. Ricordo il grande convegno all’università statale di Novosibirsk sulla «pretesa cristiana» e il diffondersi del cristianesimo nei primi secoli, a cui parteciparono un biblista spagnolo allora pressoché sconosciuto in Russia, don Julian Carron, che in seguito avrebbe assunto la guida del movimento di Comunione e Liberazione, e lo stesso padre Romano. Entrambi parlarono di Cristo, dell’unico e indiviso Cristo della storia e della contemporaneità.
E padre Romano colpì tutti, studenti e docenti, perché non si mise a parlare di sé o della sua opera, di cui per altro si occupava già da quarant’anni; no, padre Romano parlò appunto di Cristo, del suo rapporto con Lui, di quanto sia importante la testimonianza della comunione nella Chiesa, della sfida reale per il mondo di oggi, per la Russia di oggi, che è costituita da Cristo presente qui e ora.

Proprio così, annunciare Cristo con le parole e con la vita, con tutta la propria vita, comprese sofferenze e sacrifici. Probabilmente molti di voi conoscono un episodio che padre Romano narrava spesso, quando un noto dissidente disse a padre Aleksandr Men’ che bisognava fare qualcosa per opporsi, battersi per la giustizia e i diritti umani. E padre Aleksandr rispose: «Ha ragione, lei fa una cosa buona, ma io non ho tempo anche per “mettermi contro”, tutto il mio tempo se ne va già nel “mettermi a favore”, cioè nello stare con Cristo e annunciarlo».
Annunciare Cristo presente qui e ora. La presenza di Cristo, indubbiamente, è personale e delicata. Questo, però, non significa che sia meno oggettiva, perché questo Cristo, irriducibile alle regole del moralismo umano, vive indissolubilmente nella Chiesa, ha un proprio corpo concreto e reale anche oggi: «Dio non possiede per noi una realtà all’infuori di Cristo Dio-Uomo; ma neppure Cristo può essere per noi reale, se si riduce semplicemente a una memoria storica: Egli deve rivelarsi a noi non solo nel passato, ma anche nel presente; e questa rivelazione presente dev’essere indipendente dal nostro limite personale. Questa realtà di Cristo e della sua vita, indipendente dal nostro limite personale, ci viene offerta nella Chiesa» (V. Solov’ev, I fondamenti spirituali della vita).
Padre Romano soffriva, a volte stava letteralmente male per la disunione della Chiesa. Ma non si è mai lasciato prendere dallo scoraggiamento, non l’ho mai visto pessimista. E questo perché padre Romano era certo – e lo ripeteva spesso – che le mura delle nostre stupide divisioni (tra l’altro, le mura erette oggi in molte parti del mondo testimoniano una volta di più la stupidità degli uomini, che credono di poter risolvere i problemi della convivenza innalzando mura e divisioni); ebbene, per quanto alte siano queste mura, non arrivano fino al cielo, e prima o poi si arriverà a superarle, se non ad abbatterle.

Quest’anno, come di consueto, dal 18 al 25 gennaio si è svolta la Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani. Per la prima volta dopo tanti anni, alle liturgie e agli incontri dedicati all’unità dei cristiani, alla loro riunificazione in Cristo, padre Romano non è stato con noi: adesso prega per quest’intenzione dal cielo.
Il tema di quest’anno è stata la riconciliazione in Cristo. «L’amore di Cristo ci spinge…» (2 Cor 5,14), scrive san Paolo alla prima comunità di Corinto, che in un lasso di tempo record si era assicurata il primato nella triste schiera delle comunità cristiane lacerate da divisioni.
A me sembra che questo centro culturale «Biblioteca dello spirito» incarni bene lo spirito e i desideri di padre Romano, non nel senso che siete bravi, e neppure nel senso che avete già realizzato l’unità fra i cristiani. Nel senso, invece, che avete «creato» (e spero ne abbiate consapevolezza) uno spazio di incontro, e quindi di riconciliazione; perché il primo modo per superare le mura che ci dividono – oggi come allora, agli inizi del cristianesimo – è il desiderio di incontrarsi.
Qui in effetti la cultura (prosveščenie – cioè la cultura che illumina, come la chiamava Dostoevskij, e come sulle sue orme la definiva anche padre Romano) può diventare carità, perché accogliere l’altro, diverso da noi, come un bene – realmente e non in maniera sentimentale o formale – significa innanzitutto fargli spazio in noi stessi, incontrarlo, accoglierlo come un possibile arricchimento per noi: la carità costruisce sempre dei ponti, crea spazi di comunione, mentre il rancore produce solo solitudine e paura.
Parlando di questo centro come dell’eredità dello spirito di padre Romano, voglio ricordare le mostre, ad esempio quelle di Elena Čerkasova, oppure la recente mostra sul metropolita Antonij di Surož. Il centro culturale non è un malcelato tentativo di «catturare» al cattolicesimo fedeli tentennanti o intellettuali, come dicono alcuni, ma l’eredità dello spirito di apertura, fiducia, capacità di rischiare che era proprio di padre Romano, un’autentica prosecuzione del suo carisma.

Nel suo testamento spirituale padre Romano invita ad amare la Russia nonostante tutto. Oggi noi ricordiamo l’anniversario dell’incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill a Cuba. Oso dire che il loro incontro è un frutto dell’amore di Cristo che non cessa di «abbracciare» gli uomini – com’è stato per padre Romano – che credono più a questo amore che non ai propri progetti umani. Quell’incontro – io direi, anche indipendentemente dai risultati che forse molti si aspettavano – conferma che «la speranza non delude» (Rm 5,5), perché fin dai tempi di Abramo, Dio manda sempre dei «giusti» che in ogni epoca sostengano la speranza degli uomini. E tra questi giusti, arditamente e umilmente insieme, io annovero anche padre Romano.
Siano rese grazie a Dio, e grazie a padre Romano, grazie anche a voi per la vostra testimonianza oggi, e grazie dell’attenzione con cui mi avete accolto e ascoltato.


key-words: Scalfi, Russia Cristiana, missione, Biblioteca dello Spirito, ecumenismo

Pezzi

Paolo Pezzi

Dal 2007 arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca. Ordinato sacerdote nella Fraternità sacerdotale dei missionari di S. Carlo Borromeo, ha svolto gran parte della sua attività pastorale in Russia, dal 1993 a Novosibirsk, poi nella Russia europea, come rettore del Seminario cattolico a San Pietroburgo.

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