13 Ottobre 2016

Wajda, mite e battagliero

Luigi Geninazzi

Un grande artista ma prima ancora un mite combattente, che ha visto nella storia il proprio campo d’interesse. Quando illuminava tanti aspetti dell’anima polacca voleva parlare dell’umano desiderio di libertà.

Tutti l’hanno giustamente ricordato come il più grande regista polacco, intellettuale impegnato e coscienza morale della nazione. Ma prima di essere tutto questo Andrzej Wajda, morto a Varsavia all’età di novant’anni il 9 ottobre scorso, è stato un combattente, un uomo dal carattere al tempo stesso mite e battagliero, sempre in trincea nel campo disseminato di orrori, guerre e repressioni che hanno segnato la sua vita e quella dei suoi compatrioti. Così mi era parso fin dal primo giorno in cui l’ho conosciuto dentro i cantieri in sciopero di Danzica nell’agosto 1980, cineasta già famoso che insieme a tanti altri intellettuali non ebbe esitazione a schierarsi a fianco degli operai in lotta.

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Luigi Geninazzi

Luigi Geninazzi, giornalista e scrittore. È stato inviato speciale per il settimanale «Il Sabato» e per il quotidiano «Avvenire». Corrispondente a Varsavia e a Mosca, è stato testimone diretto delle rivoluzioni democratiche nei paesi comunisti e ha raccontato in presa diretta i conflitti principali degli ultimi anni, dal Kosovo all’Afghanistan, dall’Iraq a Israele, dalla Georgia a Gaza. Ha ricevuto vari riconoscimenti tra i quali la Croce di Grand’Ufficiale della Repubblica polacca. Nel 2013 è uscito il suo saggio L’Atlantide rossa: La fine del comunismo in Europa, pubblicato da Lindau.

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