24 Maggio 2021

Giovani «incompatibili» col sistema

Angelo Bonaguro

A Mosca sono stati condannati tre giovani attivisti per atti vandalici. È l’ennesima azione repressiva nei confronti di ambienti sempre più insofferenti verso il sistema politico, ormai incapace di rispondere alle loro esigenze di giustizia, credibilità e verità.

Il tribunale distrettuale n. 369 di Mosca ha emesso la sentenza a carico di Ol’ga Misik, Ivan Vorobevskij e Igor’ Bašarimov accusati di atti vandalici contro il tribunale di Ljublino e la sede della procura generale: tutti sono stati condannati a un periodo di isolamento e limitazione della libertà di movimento – la diciannovenne a due anni, i ragazzi entrambi a 1 anno e 9 mesi. Nella notte dell’8 agosto 2020 i tre avevano esposto striscioni e imbrattato l’edificio della procura. Il reato di vandalismo di gruppo ricade sotto l’art. 214/2 del Codice penale.

Il gesto era stato compiuto in segno di protesta contro il processo a membri dell’organizzazione Novoe Veličie («Nuova grandezza»), un gruppo di giovani che discuteva di politica su Telegram e che secondo la valutazione dell’associazione Memorial è stato poi infiltrato e manovrato dai servizi di sicurezza.

I tre – rispettivamente di 19, 24 e 27 anni – sono tutti attivisti della cosiddetta «protesta permanente», scattata nel settembre 2018 dopo le manifestazioni contro la riforma pensionistica. Si tratta di un insieme eterogeneo di giovani che si coordinano sui social, non fanno riferimento a leader ben precisi e rifiutano per principio qualsiasi forma di violenza durante le loro manifestazioni.

Giovani «incompatibili» col sistema

Da sin. Ivan Vorobevskij, Ol’ga Misik e Igor’ Bašarimov.

Nati e cresciuti nella Russia putiniana, nell’epoca globalizzata e interconnessa, hanno però dei tratti in comune con quei giovani sparuti che nell’URSS degli anni ’60 cercavano di esprimere se stessi con scritti e poesie. Non sembri un paragone azzardato: molte cose richiamano quell’esperienza; si potrebbe ricordare ad esempio che una delle accuse mosse ai leader dell’opposizione a cui si ispirano questi giovani è quella di non essere meglio degli attuali vertici del potere. In effetti anche in piazza Majakovskij negli anni ’60 declamava qualche personaggio (ben pochi in realtà) che fece scelte discutibili ed esprimeva idee altrettanto opinabili: Il’ja Bokštejn, oratore anticomunista radicale e propugnatore della monarchia, Eduard Kusnecov che nel 1970 con altri tentò di dirottare un aereo per espatriare, o il convinto «monarchico e nazionalista russo» Vladimir Osipov… Come è evidente, molte delle loro idee e molto di quello che alcuni di loro fecero in seguito – dopo che furono finiti tragicamente nel tritacarne sovietico – non era accettabile. Non per questo furono meno importanti per la rinascita del paese, anzi, il loro risveglio segnò il risveglio di molti, le loro prime mosse indicarono una strada.

Una degli attivisti della «protesta permanente» è Ol’ga Misik, studentessa alla facoltà di giornalismo di Mosca, divenuta famosa nell’agosto 2019 grazie alle immagini che la ritraggono mentre legge ad alta voce passi dalla Costituzione di fronte a un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa, schierati contro i manifestanti che protestavano per l’esclusione dei candidati dell’opposizione alle elezioni per la Duma cittadina. Da allora per lei oltre alla «celebrità» sono cominciati gli arresti: nell’ottobre dello stesso anno l’hanno fermata sulla Piazza Rossa mentre da sola esponeva uno striscione completamente bianco, poi nel febbraio 2020 è stata arrestata a Penza mentre organizzava una manifestazione in sostegno degli imputati del caso Set’ («La rete», un gruppo di giovani anarchici accusati di terrorismo e sottoposti ad elettroshock).

Il 9 agosto scorso, dopo il blitz notturno, Ol’ga e i suoi amici sono stati subito fermati e sottoposti a misure cautelari: «La considero una privazione della libertà perché distrugge la mia vita normale – ha raccontato a Nezavisimaja Gazeta. – Non posso studiare, non posso viaggiare, non posso partecipare a iniziative o incontri. Non posso assistere ai concerti, comunicare con persone che non siano i miei parenti. (…)  Queste misure mi hanno tolto tutto quello che avevo. Persino in carcere la corrispondenza è permessa (…). I procedimenti penali sono diventati parte della mia vita, della mia storia, della mia identità. È un’esperienza enorme, senza la quale non avrei imparato tanto, non avrei capito e riflettuto… Non è stata certamente una bella esperienza, ma chi ha detto che, per essere esperienza, debba essere piacevole?».

In una nota, Memorial sostiene che non vi siano motivi per giustificare un procedimento penale con l’accusa di vandalismo e nemmeno le restrizioni imposte agli attivisti.
Il reato di vandalismo – osserva Memorial – implica il danneggiamento intenzionale, in questo caso di edifici pubblici, ma i tre giovani col loro gesto hanno inteso solo attirare l’attenzione della società sul valore della giustizia. Il danno materiale è trascurabile (il colore usato era idrosolubile), oltretutto la difesa ha dimostrato che la stessa documentazione che attesta il danno era stata falsificata, perciò si sperava che tutto finisse con una semplice ammenda.

Misik

La preparazione degli striscioni, appesi poi nottetempo alla cancellata degli uffici giudiziari nell’agosto 2020. (facebook)

Ol’ga non ha mai negato il gesto compiuto, come dichiara nella sua ultima parola in tribunale: «Certo che vi ho partecipato. Non me ne pento e, inoltre, sono orgogliosa di quel che ho fatto… E se avessi l’opportunità di tornare indietro nel tempo, lo rifarei, (…) ripetutamente finché non avessi ottenuto qualche risultato».

La libertà vigilata la costringe a vivere presso la casa dei genitori e a non allontanarsi da Voskresensk (la cittadina a un’ottantina di km da Mosca dove ha la residenza), le impone il coprifuoco serale e notturno, e le proibisce di partecipare a qualsiasi evento pubblico. Fino all’appello, che potrebbe essere tra sei mesi, le è vietato l’uso di internet. Tutto ciò le impedirà di studiare, di lavorare e di comunicare con gli amici.

Invece di indurla a «ravvedersi» concentrandosi negli studi, viene «chiusa in camera» e le vengono «sottratti i giochi» come a una bimba capricciosa, ma così facendo non si fa che approfondire la divisione tra l’inettitudine dello Stato e le esigenze di giustizia e verità espresse dal mondo giovanile, magari in modo inopportuno. A meno che il sistema in qualche modo tema quel che ai suoi occhi appare come «massimalismo giovanile» che va perciò inevitabilmente sanzionato. Il suo caso – ha scritto il pubblicista Andrej Desnickij – «spiega perché nella nostra realtà giovani di questo tipo devono andare in prigione», essendo strutturalmente incompatibili con il sistema di potere ma «compatibili con il futuro, perciò il futuro deve essere ostracizzato».

Giovani «incompatibili» col sistema

Ottobre 2019: Ol’ga fermata sulla Piazza Rossa mentre espone uno striscione completamente bianco. (facebook)

Combattere la de-moralizzazione

Nell’intervista rilasciata l’anno scorso al Corriere della Sera Ol’ga sottolineava come «il senso di ciò che facciamo non è quello di distruggere tutto, fare tabula rasa. Noi vogliamo semplicemente creare un sistema che funzioni, che sia onesto ed efficiente. Vogliamo rendiconti trasparenti di tutte le spese, vogliamo gente che controlli, vogliamo che si metta fine alle ruberie inarrestabili. Persone efficienti che prendano il posto degli incompetenti che ricoprono ruoli significativi. Non è vero che il sistema attuale ha portato stabilità come molti vanno ripetendo. Ha portato repressione, incompetenza e furti».

Perché la corruzione, il clientelismo, l’incompetenza non sono affatto mali minori su cui chiudere un occhio rispetto al problema – ad esempio – degli attacchi alla famiglia e alla libertà religiosa che viviamo in Occidente, obiettivi che invece una certa informazione vorrebbe tutelati dalla politica del Cremlino. Perché quei «mali minori» inquinano la coscienza della società civile, la de-moralizzano secondo l’accezione haveliana, «e su questa demoralizzazione il sistema si fonda, la approfondisce, ne è la proiezione sociale»: «Probabilmente – ha aggiunto la Misik nell’intervista a Nezavisimaja, – ho perso la fiducia nelle persone, mi guardo intorno ogni volta che esco di sera, ogni istante. È la costante sensazione di “commettere un reato”, non riesco a liberarmene. Qualunque cosa faccia, mi sembra di fare qualcosa di male, ho sempre paura di essere sorvegliata e osservata. (…) Non mi aspetto niente né per me né per la Russia e ho le aspettative più cupe. L’unica cosa che possiamo fare ora è combattere contro la rabbia e la disperazione di un paese agonizzante, perché la Russia sta davvero morendo, anche se nessuno vuole rendersene conto. Almeno farò tutto ciò che è in mio potere, pur sapendo benissimo che non cambierà nulla. L’errore più grande è l’inazione».

Misik

Ai corsi di Difensore Civico, con Sergej Šarov-Delone.

Certa stampa occidentale l’ha paragonata sbrigativamente a Greta Thunberg, ma Ol’ga preferisce citare Sophie Scholl, soprattutto nella sua ultima parola al processo che rende bene l’idea del distacco tra giovane generazione e apparato di potere.

«Il mio avvocato – ha dichiarato la ragazza – oggi ha parlato di Sophie Scholl e la sua storia rispecchia in modo sorprendente la mia. È stata processata per volantini e graffiti, io invece per manifesti e scritte colorate. In effetti siamo finite entrambe sotto processo per un reato di opinione. Il mio processo è molto simile al suo, e la Russia di oggi è molto simile alla Germania di allora. Anche davanti alla ghigliottina Sophie non ha rinunciato alle sue convinzioni, e il suo esempio mi ha spinto a non accettare la chiusura del caso. Sophie Scholl incarna la giovinezza, la sincerità e la libertà, e spero davvero di somigliarle in questo».

«Mi è stato chiesto spesso se ho paura. Me lo chiedono più dall’estero che in Russia, perché non sono consapevoli delle specificità della nostra vita, non conoscono i “corvi neri” [i cellulari], gli arresti e la detenzione senza motivo. Non sanno che assorbiamo la sensazione di disperazione dal latte materno. E questa stessa sensazione di disperazione atrofizza le manifestazioni della paura, contagiandoci con un’impotenza endemica.

Non ho avuto paura. Ho provato impotenza, disperazione, turbamento, ansia, disillusione, spossatezza, ma né la politica né l’attivismo mi hanno mai contagiato con un sentimento di paura. Non l’ho avuta quando i banditi armati sono piombati da me nottetempo e mi hanno minacciata di mandarmi in prigione. Volevano spaventarmi, ma non ho avuto paura. Scherzavo e ridevo, perché sapevo che se avessi smesso di sorridere avrei perso».

«Ma dopo la perquisizione, negli ultimi nove mesi la paura l’ho provata. Dopo quella notte in carcere non ho più dormito normalmente. Ogni notte mi sveglio per qualsiasi brusio, mi sembra sempre di sentire dei passi in corridoio, e vengo presa dal panico se dalla finestra sento la ghiaia che scricchiola sotto le ruote delle auto. (…)

Qualcuno dice che non puoi aver paura se sai di non aver torto. Ma la Russia ci insegna ad avere sempre paura. È un paese che cerca di annientarci ogni giorno. E se sei fuori dal sistema, allora è come se fossi già morto».

Giovani «incompatibili» col sistema

«Gli ultimi nove mesi sono stati molto difficili e non vorrei ripeterli. …Dal momento in cui ho preso in mano la Costituzione, il mio futuro era già predestinato, e l’ho accettato con coraggio. Ho fatto la scelta giusta, che in uno Stato totalitario comporta sempre brutte conseguenze. (…)

Voglio concludere citando due figure meravigliose: Albus Silente [personaggio dei romanzi di Harry Potter] e Sophie Scholl. Oggi ho parlato troppo della paura, mentre loro parlano di luce. Ho cominciato con la paura, ora termino con la speranza. Albus Silente dice: “La felicità può essere trovata anche nei tempi più bui, se ci si ricorda di volgersi alla luce”.

Le ultime parole di Sophie Scholl prima dell’esecuzione furono: “Il sole splende ancora”. Veramente il sole splende ancora. Dalla finestra del carcere non si vedeva, ma ho sempre saputo che c’era. E se ora, in tempi così bui, siamo in grado di rivolgerci a questa luce, beh, forse non sarà molto, ma avvicinerà pur sempre la nostra vittoria».

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Ol’ga travestita da «giudice»  all’uscita dal tribunale. (facebook)

Ai suoi coetanei ha ripetuto la frase che le disse Sergej Šarov-Delone (1956-2019), attivista dei diritti umani e cugino di quel Vadim Delone che fu tra i pochissimi manifestanti contro l’invasione sovietica in Cecoslovacchia: L’importante è che ne valga la pena. «E vorrei anche che ciascuno di loro si ponesse una domanda: Quando tra vent’anni i tuoi figli ti chiederanno perché hai permesso una Russia simile, o dov’eri quando i tuoi diritti ti sono stati tolti, cosa risponderai? Hai fatto tutto quello che potevi? Riuscirai a giustificarti davanti a chi verrà dopo di te, davanti alla tua coscienza? Non ingannare te stesso. Il tempo in cui era possibile tacere e mettersi da parte è passato da un pezzo».

 

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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