4 Novembre 2019

Il Muro cade ogni giorno

Adriano Dell’Asta

Il 9 novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino, qualcuno pensò che si fosse arrivati alla fine della storia, che in fondo da quel momento in avanti non […]

Il 9 novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino, qualcuno pensò che si fosse arrivati alla fine della storia, che in fondo da quel momento in avanti non ci sarebbe stato da aspettarsi altro che un continuo progredire dell’umanità. A trent’anni di distanza, quanta era l’enfasi di quel sogno e tanta è la delusione che esso ha prodotto. Inutile enumerare gli aspetti di questa demoralizzazione, che tutti abbiamo sotto gli occhi, a livello mondiale come a livello nazionale, nell’economia come nella politica, nella vita sociale come in quella personale di ogni singolo: più che da incertezze, difficoltà e turbamenti siamo assediati da un nichilismo che pare incontenibile; adesso che non siamo più veramente minacciati da niente stiamo scoprendo con orrore che siamo minacciati dal niente. E non ci resta che una prostrazione ancora più amara.

Difetto di memoria e di coscienza: quello che cadde allora era un muro reale, costellato di morti reali e fonte di un clima di paura palpabile, e non un muro auspicato da qualche politico in cerca di consenso e in preda a un egoismo pari solo alla sua sete di potere e alla sua incapacità di pensare misure efficaci per un vero progresso.
E quello che vinse allora non era la quintessenza della tecnocrazia liberale e progressiva dell’Occidente, ma il cuore dell’uomo assetato di bellezza e libertà, in una parola, assetato di vita, all’Est come all’Ovest.

Come abbiamo dimenticato in fretta il cuore che viveva nei ragazzi di quegli anni, i quali capivano che il Partito poteva anche avergli dato tutto (come noi crediamo di aver dato tutto ai nostri ragazzi) e sapevano invece che «tutto non è ancora la vita». Come abbiamo dimenticato in fretta che quei ragazzi, all’Est come all’Ovest, mal sopportavano ormai «dieci comandamenti e il filo spinato» e sognavano che i loro figli potessero «vedere i monti» e avere, semmai, una casa che si fermasse quando «fuori bordo cadeva l’anima dell’uomo». Per dirlo con i versi di alcune poesie del dissenso sovietico ed Est europeo.

Questi erano i sogni della gente che festeggiò la caduta del Muro e peccheremmo contro la realtà se oggi li dimenticassimo o se oggi vedessimo solo i risultati della politica.

A trent’anni di distanza resta ancora assolutamente valido il giudizio disincantato e lucidissimo che padre Scalfi pronunciò qualche giorno dopo quegli eventi:

«Non possiamo interpretarli semplicemente da un punto di vista politico. Giustamente si dice che quello che avviene oggi era imprevedibile un anno fa, ma ciò che avviene oggi ha una spiegazione che esalta la misericordia di Dio, la Croce di Cristo, la Fede e il lavoro dell’uomo».

È il non averlo capito che ci fa camminare oggi sul «ghiaccio sottile del nichilismo» senza un briciolo di speranza. Se capiamo questo possiamo invece ricominciare senza sprofondare.

La crisi che sta vivendo l’Europa, dopo che aveva sognato che la tecnocrazia potesse darle anche la libertà, invece di essere una sconfitta, invece di essere il tradimento di quel sogno, è la grande occasione per liberarci da questo dominante nichilismo, da questo camminare sul ghiaccio sottile che sembra essere stato la storia della fine dell’ultimo secolo e dei primi anni del nuovo.

La storia dell’Europa dopo la fine delle ideologie è stata in effetti un pezzo di questo sprofondare perché non ci siamo resi conto che il non sprofondare, la vittoria era dipesa dalla stessa cosa di cui aveva parlato madre Marija Skobcova nel bel mezzo di ben altre tragedie (una rivoluzione e una guerra civile che erano appena finite e una guerra mondiale che stava per iniziare) quando aveva detto: «Bisogna camminare sulle acque. San Pietro lo fece e non annegò. Naturalmente tenersi a riva è più sicuro, ma si può anche non arrivare mai a destinazione».

La vittoria non era stata innanzitutto liberarsi dal comunismo, perché quello contro cui si lottava non era innanzitutto un sistema politico o economico, ma un sistema antropologico che non aveva cura dell’uomo e voleva dominarne il cuore. E allora la vittoria era stata innanzitutto la vittoria sul comunismo che aveva conquistato mezza Europa e minacciava di soffocare i cuori degli uomini in un sistema nel quale il massimo del successo (dopo gli orrori dello stalinismo) sembrava essere quella che allora era stata chiamata «la stagnazione»; e se l’Occidente funzionava meglio non era tanto perché aveva una tecnica migliore per dominare meglio il mondo e per produrre di più (su questo poteva ancora andare d’accordo con il sistema sovietico e aiutarlo a funzionare meglio, come del resto aveva fatto e ancora faceva), ma perché e nella misura in cui usava la tecnica per un fine migliore, per l’uomo: su questo lo scontro fu inevitabile e fu vinto non dagli occidentali da soli, ma dagli uomini dell’Est e dell’Ovest insieme, da Havel e Solženicyn che ci davano lezione sul come liberarci, per «vivere nella verità», diceva il primo, per «vivere senza menzogna», diceva il secondo.

Il ruolo del dissenso nella caduta del Muro fu in questo senso decisivo: non fu l’unico attore di quella vicenda, ma certo fu decisivo. E fu per il suo ruolo che l’Europa poté allora ritrovare l’unità perduta; e se il cammino che si aprì allora non è stato finito non è perché non portasse da nessuna parte, ma perché non può essere finito e deve essere continuato e ripreso ogni giorno, mentre noi lo abbiamo proprio interrotto.

L’Europa era nata e si era formata (ben prima dell’Unione Europea) dalla capacità di interrogarsi sulla questione della verità e della libertà, dalla coscienza di non essere padrona dell’una e di dover rispondere dell’altra, era «il continente della vita interrogata», diceva il grande filosofo ceco Jan Patočka, il mondo in cui era fondamentale «la cura dell’anima», una cura ogni giorno ripresa perché i limiti della nostra natura non ci possono lasciar cullare nell’illusione di essere padroni del mondo.

L’Europa era il continente della responsabilità personale, di chi non cessava mai di mettersi in gioco e di chi non credeva mai di aver raggiunto e conquistato un porto definitivo nel quale stare al calduccio; qualche anno dopo la caduta del comunismo, Karel Kosík (un altro grande filosofo ceco) aveva detto: «Noi passiamo da una grotta color grigio caserma, circondata da filo spinato, a una caverna piena di ogni ben di Dio, illuminata da pubblicità al neon che non ti fanno più vedere le stelle e il sole» e qui quello che maggiormente conta non sono più tanto le scelte politiche per questo o quello schieramento, ma «la scelta personale, la questione esistenziale di sapere se l’uomo opterà per la caverna o per il cielo aperto», se l’uomo opterà per una tecnica senz’anima, per delle leggi e dei regolamenti senza cuore, per una burocrazia puramente funzionale o ritornerà a interrogarsi sul vero, sul bene e sul bello.

Scriveva a questo proposito poco prima di morire Jan Patočka:

«Occorre qualcosa di fondamentalmente non tecnico, non unicamente strumentale; occorre un’etica evidente di per se stessa e non determinata dalle circostanze, una morale incondizionata. (…)

La morale non esiste per far funzionare la società, ma semplicemente perché l’uomo sia uomo. Non è l’uomo a definire un ordine morale in base all’arbitrarietà dei suoi bisogni, delle sue voglie, delle sue inclinazioni e dei suoi desideri. Al contrario, è la moralità a definire l’uomo», non perché la moralità ci possa dare dei principi migliori, come una sorta di nuova tecnica che, con le sue regole generali, funziona disinteressandosi degli uomini singoli, cioè reali, ma perché ci pone nuovamente di fronte a qualche cosa che non dominiamo e lascia spazio alla vita concreta e particolare, ogni volta nuova.

Importante allora è capire se l’uomo ritroverà una razionalità nella quale c’è spazio per il mondo della vita, con tutta la sua concretezza irriducibile al già previsto, capace di accogliere la sorpresa della diversità e, in fondo, della libertà, oppure se rinuncerà a tutto questo e, in questo modo, finirà col perdere non un astratto rapporto con una moralità che non esiste più, ma il rapporto con la vita stessa e con la sua esperienza.

 

Adriano Dell’Asta

È docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.

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