28 Gennaio 2016

Spalancati all’unità

Redazione

Cinquantacinque anni fa, nel 1960, iniziava la sua avventura la rivista di Russia Cristiana, oggi questa rivista, che negli anni aveva assunto nomi diversi, fino a diventare, La Nuova Europa, assume anche una forma nuova, entrando, come si dice, on line, per essere più rapidamente e ampliamente fruibile e cercando in tal modo di offrire anche un materiale molto più ampio sia dal punto di vista dell’informazione immediata, sia dal punto di vista della documentazione e dell’approfondimento.

È una forma diversa per un interesse, un desiderio e un cuore, che non sono mutati: l’interesse era ed è per la pienezza dell’umano nell’infinita molteplicità delle sue manifestazioni; il desiderio era ed è che la cultura, la storia, l’attualità della Russia e dei suoi uomini potessero essere conosciute in Italia e in Occidente e potessero dialogare con questi mondi; il cuore era ed è mosso dalla tensione a un’unità che quando la rivista iniziò sembrava essere del tutto impensabile. L’unità di cui stiamo parlando era in effetti definita dall’aggettivo che qualificava la nostra rivista – cristiana – e puntare allora, occupandosi del mondo russo, sul cristianesimo sembrava per lo meno stravagante: i cristiani, nel migliore dei casi, erano «separati» e una parte di questi cristiani «separati» sembrava quasi non esistere, soffocata dal regime comunista.

Il tempo ha confermato l’interesse, acceso ancor di più il desiderio e tonificato il cuore.

L’unità non è stata raggiunta, e negli ultimi mesi non sono stati pochi i momenti e i segnali che hanno destato gravi preoccupazioni; eppure quell’aggettivo si è rivelato ancor più essenziale: l’esperienza, anche dei momenti più duri della divisione, pensiamo soprattutto alla storia dei martiri, ci ha fatto capire ancor più profondamente che l’unità non la creiamo noi, ma è un dono, un dono che i martiri delle diverse confessioni ci hanno testimoniato, offrendo la loro vita all’unico Cristo e mostrandoci che in questa offerta la loro vita diventava più ricca, preziosa e irripetibile di quanto noi avremmo mai potuto desiderare. Il martire che in Cristo offre la propria vita per tutti, persino per i carnefici, è il simbolo di questa ricchezza infinita.

Questa pienezza, in cui l’umano che incontra Cristo si realizza come mai potrebbe fare altrimenti, resta affascinante; anzi, lo diventa ancora di più oggi perché quello che promette è esattamente quella pienezza infinita che nessuno dei sistemi politici o intellettuali oggi esistenti può anche soltanto sognare; quale sistema sa in effetti uscire oggi dal circolo vizioso che divide l’umanità contemporanea tra identità che pretendono di annullare tutte le altre e identità che preferiscono annullarsi per poter stare in pace? E quale uomo può sentirsi attratto o appagato da una simile alternativa?

Quello che abbiamo documentato in questi decenni, e quello che ancora oggi ci viene testimoniato dall’incontro tra le nostre diverse tradizioni, ci testimonia una prospettiva diversa, che supera i vicoli ciechi dei grandi sistemi perché si rivolge non ai sistemi ma alle singole persone, il cui desiderio è quello di una vita che possa realizzarne le aspirazioni, di una vita che possa avere un senso in tutti suoi momenti e in tutti i suoi incontri, senza che si debba temere l’altro e senza che l’altro ci possa guardare con sospetto.

La caduta del muro ha reso questi incontri non un fatto occasionale e sporadico, confinato nelle grandi testimonianze della cultura o della santità; non parliamo più soltanto della Matriona di Solženicyn, «il Giusto, senza il quale non vive il villaggio, né la città, né tutta la terra nostra»; e neppure soltanto parliamo dei santi, che andando a morire potevano invitarci a guardare più in alto, una luce che nessuno poteva spegnere; è piuttosto l’esperienza quotidiana di tanti incontri, come quello dell’estate scorsa, a Seriate, con italiani russi, ucraini, bielorussi e georgiani alla riscoperta dell’origine ultima, in Cristo, della loro amicizia, quando uno dei ragazzi presenti ha detto che ormai da tempo aveva capito che ogni nostro incontro poteva anche essere l’ultimo. E non intendeva che potevano non esserci più altre occasioni per incontrarci (non dimentichiamo quant’è ancora tesa la situazione nell’est europeo), ma con la coscienza che quello che aveva provato in quell’incontro bastava a dare il senso di tutta una vita.

La nuova forma della rivista è anche per dare testimonianza più rapida e frequente di questa amicizia, così inattesa se guardiamo alle nostre forze, così sorprendente nella sua forza e nel suo fascino.

 

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