19 Gennaio 2018

Quanto male ci fa lo scisma

Aleksandr Drabinko

Una doppia tragedia, un suicida che nella sua caduta travolge e uccide un bimbo, ha messo impietosamente in luce un altro dramma, quello della Chiesa ucraina che, dilaniata dalle divisioni, dimentica la carità. Uno scandalo che grida l’urgenza di unità.

A Zaporož’e, un grosso centro nel sud dell’Ucraina, il 31 dicembre un uomo si è gettato dalla finestra e ha travolto un bimbo di due anni, uccidendolo. Al momento del funerale, il sacerdote ortodosso del Patriarcato di Mosca incaricato di celebrare la funzione, si è rifiutato di procedere e se ne è andato nonostante le suppliche della madre, quando ha saputo che la piccola vittima era stata battezzata nella Chiesa scismatica del patriarcato di Kiev. Pubblichiamo ampi stralci dell’appello del metropolita Drаbinko, della Chiesa del Patriarcato di Mosca.

Viviamo nell’epoca dell’informazione. Per questo la società ha capito da tempo che il clero per lo più e quasi sempre non vive secondo le antiche regole di condotta. Ma nonostante questo, il rispetto dei canoni e della tradizione ecclesiale ancora costituiva una sorta di scudo per gli uomini di Chiesa. Al punto che i poliziotti della stradale cercavano di non fare la multa ai sacerdoti.
(…) Con la stessa indulgenza la società considerava la questione dello scisma nella Chiesa. La divisione risvegliava sentimenti di dubbio e di dolore, ma ciò nonostante i politici e gli attivisti sociali ritenevano che non valesse la pena ingerirsi nelle questioni ecclesiali, perché lì tutto funziona in base ai canoni, di cui i poveri mortali non sanno niente. Poi c’è stato il Majdan dove, secondo l’opinione di tutti, è nata la società civile. Poi l’annessione della Crimea, che per decenni a venire ha guastato i rapporti tra Ucraina e Russia. Poi il conflitto militare nel Donbass, nel quale ahimè si sono lasciati coinvolgere i preti locali, che inizialmente hanno benedetto volentieri i separatisti. E infine l’incidente di Zaporož’e, che ha assunto immediatamente un significato simbolico nei mass media e nella coscienza di milioni di ucraini.

La famiglia Poliščuk, con il piccolo Evgenij.

Una mamma in ginocchio davanti a un sacerdote. Una mamma che supplica inutilmente un sacerdote di celebrare il funerale del suo bambino morto, battezzato in una «chiesa non canonica». (…)
Possiamo portare qualsiasi «argomentazione teologica» a sostegno del fatto che la comunità ortodossa il cui episcopato non è riconosciuto dall’ortodossia mondiale non può aspirare alla piena ecclesialità. Ma nessuno dei nostri argomenti potrà indurre a credere chi conosca veramente il Vangelo che anche Cristo si sarebbe comportato come il sacerdote che ha rifiutato di pregare per il bimbo morto tragicamente (…).
Chiunque abbia letto nel Vangelo di Giovanni la narrazione dell’incontro fra Cristo e la samaritana (4,4-42) ricorderà che Gesù non solo sorprende i discepoli parlando con la donna straniera, ma le rivela la propria missione.
Ma se Cristo si è comportato in modo diverso, perché allora pararsi dietro le antiche regole canoniche?… Forse che le regole, i canoni, la tradizione ci sono più cari di Cristo stesso?
Lo scisma della Chiesa non è tanto un problema tra i vescovi di una certa regione, né di due sacerdoti nello stesso paese. D’ora in poi, dopo il fatto di Zaporož’e, lo scisma è diventato il problema di una mamma cui è stato rifiutato il funerale per il figlio. E con lei, è il problema di tutta la società ucraina.
Ed è anche una sfida alla Chiesa ortodossa ucraina, a cui io appartengo. Una sfida le cui vere dimensioni ancora ci sfuggono.

Noi siamo abituati a godere di una certa fiducia da parte della società. Ma negli ultimi anni e giorni la società ucraina sta mandando dei precisi segnali alla Chiesa: non restate zitti, chiamate le cose con il loro nome, fate qualcosa per l’unità della Chiesa!
Quando ti tolgono la fiducia è innanzitutto un’offesa. Ma «offendersi» e «disdegnare» la società è la scelta più semplice e anche più insensata per il futuro della Chiesa ortodossa ucraina. La «Chiesa è la navicella della salvezza, – dicono alcuni vescovi – chi non riesce a saltare a bordo in tempo può solo incolpare se stesso». Ma dal punto di vista teologico questa metafora non funziona. Perché, secondo il Vangelo, Cristo non è per quelli che sono saltati «a bordo della salvezza», Lui è morto per quelli rimasti «fuori bordo», per quelli che non avevano nessuna speranza di salvezza se non da Lui.
I canoni sono indubbiamente una cosa importante nella vita ecclesiale. Ma nessun canone sta al di sopra di Cristo e del suo amore. La Chiesa dice sempre di sé, che vuole condurre gli uomini alla pienezza dell’amore e dell’unione con Dio. Ma come possiamo portare gli uomini all’unione e all’amore, tanto più alla loro pienezza, se siamo i primi a non incarnare questi doni nella nostra vita? Se siamo i primi ad essere disuniti, divisi, spaccati?
Non nascondo che quando ho saputo della tragedia di Zaporož’e, ho subito pregato per l’anima del bimbo defunto, durante la liturgia. E non nascondo di aver provato vergogna per il gesto del mio confratello, vergogna perché non ha saputo far suo il dolore del prossimo, non ha trovato parole di consolazione, e così facendo ha spinto lontano dalla Chiesa non solo i genitori del bambino, ma una moltitudine di altre persone. Del resto, di questa situazione non è colpevole solo quel singolo sacerdote. Siamo colpevoli tutti: ogni vescovo ed ogni sacerdote del Patriarcato di Mosca (come pure del Patriarcato di Kiev) che, nel proprio piccolo, non fa di tutto perché la Chiesa torni unita.
Né Roma, né Mosca, né Costantinopoli potranno da sole o insieme riportare l’ortodossia divisa dell’Ucraina alla pace e all’unità. Neppure il governo ucraino potrà venirne a capo. Si potrà superare lo scisma soltanto con l’aiuto di Dio e solo con il nostro impegno di sacerdoti, vescovi, laici ucraini. Compresa la società civile, che dovrà indicare con grande trasparenza la sua posizione in merito, e cioè che solo superando la propria divisione interna la Chiesa potrà collaborare alla concordia del nostro popolo sofferente.

Alla fine degli anni ’30 uscì a Parigi un bellissimo saggio di Marija (Skobcova), la santa monaca emigrata, uccisa nella camera a gas del lager tedesco di Ravensbrück, alla viglia della Pasqua 1945. In questo saggio, ormai diventato un classico, Tipi di vita religiosa, madre Maria distingue cinque tipi di psicologia religiosa presenti nell’ortodossia russa del tempo: 1) il tipo di pietà sinodale (che considera l’ortodossia come parte dell’idea statale); 2) il tipo farisaico (che assolutizza la lettera o il canone della legge religiosa); 3) il tipo estetico; 4) il tipo ascetico; 5) il tipo evangelico.
Il sacerdote che non ha voluto celebrare il rito funebre per il bambino morto, se consideriamo i motivi del suo gesto, ci sembra un chiaro esempio di fariseismo, un tipo di religiosità che a ottant’anni di distanza dall’uscita del saggio, ha trovato ampia diffusione tra il clero ortodosso post sovietico. Ma ahimè, anche gli altri tipi religiosi possono opporsi per vari motivi alla riconciliazione tra le chiese. I sinodali russi e ucraini si incontrano nella discussione intransigente dell’«idea nazionale». Gli esteti raffinati cercheranno con tutte le forze di opporsi alle traduzioni «barbare» dallo slavo ecclesiastico, che sarebbe «ispirato da Dio» e «teologicamente preciso» (ma incomprensibile alla maggioranza dei parrocchiani) alla lingua ucraina moderna, che è comprensibile ma «prosaica» e «teologicamente imprecisa». I pedanti-farisei sapranno trovare mille e un canone antico col quale fare a pezzi meglio che con un coltello qualsiasi proposta reale di ricostituire l’unità della Chiesa. Dal canto suo, il partito dei monaci-asceti dichiarerà che la salvezza di «quelli canonicamente squalificati» dipende solo da loro stessi…

Il quadro che ne esce può sembrare disperante, senza prospettive possibili per la riunificazione della Chiesa. Ma per fortuna nella vita reale i rappresentanti dei primi quattro tipi di pietà religiosa in qualche misura partecipano del quinto tipo, quello evangelico. Nella sua forma pura, ahimè, il quinto tipo non è molto diffuso nell’ortodossia contemporanea. (…) Ma sia nell’asceta che nel fariseo e nell’esteta vive in qualche misura lo spirito dell’uomo evangelico, lo spirito dell’uomo per il quale la cosa più cara dell’ortodossia non è la raffinata arte bizantina, né l’antica liturgia o i canoni, ma la Presenza viva di Cristo stesso che si rivela a noi nel Vangelo…
Io non conosco personalmente padre Evgenij Molčanov, il sacerdote di Zaporož’e che non ha voluto pregare per il bimbo morto. E non posso approvare il suo gesto in nessun modo: né dal punto di vista del rispetto dei canoni (…); né dal punto di vista pastorale (visto che padre Evgenij ha trascurato il suo dovere principale, negando l’amore del pastore, negando consolazione alle persone nel dolore); né dal punto di vista dell’etica cristiana (perché non posso concepire che Cristo si sarebbe comportato come ha fatto padre Evgenij, rigettando la mamma «samaritana»). Ma voglio credere che in quest’uomo, in questo sacerdote (che adempie al difficilissimo compito di cappellano presso un ospedale pediatrico) sia vivo lo spirito evangelico, sia vivo l’amore di Cristo, che presto o tardi lo aiuterà a comprendere quello che ha fatto.

L’ingresso dell’edificio davanti al quale il 31 dicembre 2017 si è consumata la tragedia.

Tutti avrebbero da guadagnare dalla Chiesa unita: la Chiesa stessa, la società civile, lo Stato ucraino. Noi tutti aspiriamo a ricostituire l’unità della Chiesa, a superare lo scisma per continuare a vivere insieme nel grembo di un’unica Chiesa canonicamente autonoma, riconosciuta dall’ortodossia mondiale. Ma ciascuno di noi ha i suoi interessi privati in questo progetto. Lo Stato ucraino aspira a una Chiesa unita e indipendente da Mosca come strumento per unificare il paese e sacralizzare la nazione. La Chiesa (anche se l’episcopato ancora non se ne rende conto del tutto) è interessata all’unità perché lo scisma compromette gravemente la stessa tradizione ortodossa agli occhi della società. Infine, la società civile è interessata all’unità della Chiesa poiché solo una Chiesa unita può sperare di opporre una valida resistenza morale alle tendenze distruttive del potere: latrocinio, corruzione e ciò che ne consegue direttamente, la feroce disuguaglianza sociale che ferisce oggi il nostro paese.
Lo Stato vuole l’autocefalia della Chiesa come attributo di un autentico Stato nazionale (concetto che, diciamolo, nell’epoca della globalizzazione risulta alquanto arcaico). Ma l’autocefalia è anche il modo più semplice, e forse l’unico, per ottenere l’unità ecclesiale e, attraverso di essa, la possibilità che la Chiesa possa collaborare a risanare la società e lo Stato.

«La guerra nel Donbass è solo una parte del problema – mi ha detto di recente un amico sacerdote. – L’altra parte, non meno tragica, è che i miei figli sognano di emigrare». «Perché se ne vogliono andare?», mi sono stupito io, che conosco bene la sua famiglia. Ed ho ricevuto una risposta semplice e tremenda per noi tutti: «Amano l’Ucraina, ma non credono che la società civile riuscirà mai a vincere la politica ladra e corrotta».
La Chiesa non fa che condannare pubblicamente la corruzione e i corrotti. Ma cosa valgono le parole dei vescovi e dei preti se non riescono a risolvere i loro stessi problemi? Siamo tutti stufi del populismo politico. Ma come possiamo richiamare alla responsabilità i politici populisti se noi credenti per primi non siamo capaci di incarnare le parole di Cristo sull’unità, l’abnegazione, la purezza di vita? E infine, come può una Chiesa divisa aiutare un paese a unirsi? (…)
«Non ci sono alternative all’unità della Chiesa» ribadiscono di continuo gli alti esponenti di tutte le Chiese. Ma l’incidente di Zaporož’e dimostra che un’alternativa purtroppo c’è. E questa alternativa non consiste disgraziatamente nel mantenimento dello status quo, ma nell’autoemarginazione dell’ortodossia ucraina. Emarginazione che colpirà innanzitutto quella sua parte che si oppone all’unità.

Aleksandr Drabinko

Vescovo della Chiesa ortodossa ucraina (Patriarcato di Mosca), metropolita di Perejaslav-Chмel’nickij e vicario dell’eparchia di Kiyv dal 2007. Aleksandr (Drabinko) ha studiato alle accademie teologiche di Mosca e successivamente di Kyiv. Pubblicista, ricopre l’incarico di direttore del portale ufficiale e della rivista della Chiesa ortodossa ucraina (Patriarcato di Mosca).

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