17 Ottobre 2016

L’ecumenismo della misericordia

Giovanna Parravicini

Il viaggio papale nel Caucaso e la Commissione Mista a Chieti. Un ecumenismo che non misura e non attende reciprocità ma è forte del fatto che la verità dell’abbraccio tra uomini di fede o un voto all’unanimità resta nella storia e diventa cultura.

«Ricordo spesso la visita del papa a Tbilisi e il suo incontro con il catholikos, il patriarca della Georgia. Osservandoli, ascoltando i loro discorsi, le parole del papa e le musiche composte dal nostro Patriarca per accompagnare inni sacri latini, ho avuto la percezione che tutti noi che crediamo in Cristo siamo uniti nel seno dell’unica Chiesa Madre già fin d’ora, in questa vita. Ed è stata una sensazione così lieta, sublime e pacificante, da farmi desiderare di vivere per sempre così… È vero, durante la visita è apparso anche l’atteggiamento opposto di una parte della gente nei confronti dell’incontro benedetto tra i due Pastori, ma noi sappiamo che, purtroppo, dove c’è il bene c’è anche il male, e che la forza impura si oppone a ciò che porta felicità e gioia, che unisce le persone nell’amore…».
È uno stralcio di una lettera che ho ricevuto qualche ora fa da una conoscente di Tbilisi, e che mi sembra riassumere il senso del viaggio compiuto da papa Francesco dal 30 settembre al 2 ottobre in Georgia e Azerbajdžan, a completamento del pellegrinaggio nel Caucaso iniziato in giugno con la visita in Armenia.
Come del resto è avvenuto per l’incontro di Cuba, anche intorno al viaggio in Georgia e in Azerbajdžan si sono intrecciati sentimenti opposti di soddisfazione e di delusione; in particolare, in ambito «ecumenico» c’è stata la tentazione di voler mettere sul piatto della bilancia i segni di affetto e fratellanza, e viceversa la mancata realizzazione di gesti programmati e all’ultimo momento disattesi, in particolare la defezione della delegazione della Chiesa ortodossa georgiana alla messa celebrata dal papa sabato 1° ottobre nel grande stadio di Tbilisi. La tentazione, insomma, di far quadrare i conti, di arrivare a stabilire se si è trattato di un gesto ecumenico riuscito oppure no.
Non era, comunque, una tentazione del papa, che già in giugno aveva spiegato: «Ho accolto l’invito a visitare questi paesi per un duplice motivo: da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre, sempre in spirito di dialogo con le altre religioni e culture, e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace. La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro».

È evidente che in un contesto reso così difficoltoso dalle tensioni politiche, etniche e religiose esistenti, non ci si può lasciar ricattare da piani strategici o obiettivi concreti, ma bisogna semplicemente essere animati, come ha osservato il cardinal Parolin a proposito di questo viaggio, da un «vivissimo desiderio di essere portatori di pace», senza «ipotizzare una facile soluzione di tutte le problematiche», e usare una «grande umiltà, cercando innanzitutto di ascoltare, di capire e, conseguentemente, di incoraggiare ogni iniziativa di dialogo e di apertura verso l’altro».
L’Azerbajdžan è un paese a stragrande maggioranza musulmana (96%), composta per il 63% di sciiti e per il 33% di sunniti. In tutto il paese esiste una sola chiesa cattolica, a Baku, eppure un giovane azero è divenuto diacono della Chiesa cattolica qualche mese fa a San Pietroburgo. E con notevoli sforzi le autorità civili e religiose del paese tentano di resistere alle infiltrazioni radicali e fondamentaliste promosse da vari paesi vicini, di percorrere la via della multiculturalità e della tolleranza.
La situazione della minoranza cattolica in Georgia (il 2,5 % della popolazione, circa 112.000 fedeli, per la maggior parte appartenenti alla Chiesa armena e a quella caldea in comunione con Roma) non è facile. Solo per fare un esempio: immersi in un contesto culturale che avverte profondamente le proprie radici come saldamente legate all’ortodossia, i fedeli cattolici non hanno la possibilità di contrarre matrimoni misti con ortodossi ma in questo caso debbono passare all’ortodossia, facendosi anche ribattezzare, benché la dottrina ortodossa riconosca la validità dei sacramenti della Chiesa cattolica.
La chiusura ecumenica è almeno in parte segno di un’intrinseca debolezza culturale e di una divisione esistente in seno alla Chiesa georgiana; lo si è ben visto durante la visita di papa Francesco, nel contrasto tra le manifestazioni di protesta di alcune frange ecclesiastiche e l’apertura del patriarca Il’ja II, che si è recato all’aeroporto a ricevere Francesco insieme al presidente della Repubblica Georgij Margvelašvili e successivamente si è intrattenuto a lungo con il pontefice nella sua residenza. Queste difficoltà costituiscono tuttavia una sfida e addirittura un’occasione di ripresa per la piccola comunità cattolica georgiana, come ha affermato alla vigilia della visita monsignor Giuseppe Pasotto, stimmatino veronese e dal 1996 amministratore apostolico del Caucaso dei Latini: «Devo essere sincero: mi ha sorpreso la risposta molto bella, non solo dei nostri fedeli, ma anche della gente, attraverso piccoli segni: per esempio il coro che canterà alla messa sarà composto da 250 persone appartenenti a tutte le confessioni, così come i volontari che faranno servizio allo stadio saranno di tante confessioni». Allo stadio, poi, è stata rimontata la «Porta santa» benedetta il 7 dicembre scorso semplicemente in un prato, per richiamare l’attenzione sull’impossibilità di costruire una chiesa (si attendono da tre anni le necessarie autorizzazioni dalle autorità civili). Eppure non è impossibile parlare anche in questo contesto di ecumenismo e di missione, ha detto ancora monsignor Pasotto, sottolineando che la misericordia è sempre un «oltre», ben significato da questa Porta: «Un segno simbolico per dire alla nostra Chiesa che la misericordia dobbiamo viverla noi per primi, giorno per giorno, di fronte alle difficoltà che incontriamo. Ho scritto una lettera in cui dicevo ai fedeli: immaginatevi che bello che è entrare in una porta dove poi non ci sono pareti, dove non c’è nessun tetto. La misericordia è così, sconfinata, non ha luoghi particolari, è di tutti, abbraccia il mondo, ecco la misericordia di Dio».

Con gli occhi di un’amica di Tbilisi

Per me questo viaggio in Georgia e Azerbajdžan resterà prima di tutto un’espressione dell’«ecumenismo della misericordia» che mi sembra connotare con nuova intensità il periodo che stiamo attraversando. Non lo intendo come una sorta di comune denominatore in opere di bene che ci possano unire, o come un ecumenismo «pratico», spicciolo, che ritenga di poter sanare le ferite delle differenze confessionali a colpi di generosità. Quanto alla misericordia, ci siamo sentiti dire spesso che non è una parola umana, perché non è dell’uomo essere illimitatamente aperto all’accoglienza e al perdono, eppure è anche la parola più umana, di cui l’uomo sente il bisogno e che avverte come l’unica confacente a sé nell’abbraccio di Dio.
E dunque, l’ecumenismo della misericordia: ci ho pensato quando, per puro caso, il 30 settembre ho telefonato da Mosca a una studiosa d’arte, una cara amica a Tbilisi, e questa mi ha chiesto di attendere qualche minuto perché stava assistendo in diretta all’incontro fra il papa e il patriarca. Così mi sono collegata anch’io, e in qualche modo con i suoi occhi, insieme a lei, ho assistito all’intenso dialogo tra i due. Ciò che ho visto è stata un’esperienza tangibile quanto misteriosa della Misericordia di Dio, così tangibile da costituire un fattore di unità umanissima, concreta e riconoscibile, prima e nonostante le possibili divisioni. La stessa esperienza fatta a Cuba e a Lesbos si è ripetuta a Tbilisi e a Baku, riunendo in questo misterioso abbraccio le persone che Francesco ha incontrato, i «fratelli da confermare nella fede», secondo il comandamento di Cristo.
Il dolore che questo fatto sia accaduto per ora solo ad alcune persone, senza ancora trasformarsi in coscienza di tutti, non toglie niente alla sua definitività, anzi diviene un fattore che urge l’unità. Lo ha detto il papa, ricordando i fratelli Pietro e Andrea, che stanno alle origini delle Chiese di Roma e di Georgia: «Carissimo fratello, lasciamoci guardare nuovamente dal Signore Gesù, lasciamoci attirare ancora dal suo invito a lasciare ciò che ci trattiene dall’essere insieme annunciatori della sua presenza».
La metafora della croce e della vite, che papa Francesco ha usato nel suo discorso (la croce di santa Nino, evangelizzatrice della Georgia, ricavata da rami di vite), esprime la fecondità del sacrificio di Cristo, «la vite vera», che «chiese ai suoi apostoli di rimanere fortemente innestati in Lui, come tralci, per portare frutto (cfr Gv 15,1-8)». Questo «ci incoraggi – ha detto ancora il papa – a mettere il Vangelo prima di tutto e ad evangelizzare come in passato, più che in passato, liberi dai lacci delle precomprensioni e aperti alla perenne novità di Dio. Le difficoltà non siano impedimenti, ma stimoli a conoscerci meglio, a condividere la linfa vitale della fede, a intensificare la preghiera gli uni per gli altri e a collaborare con carità apostolica nella testimonianza comune, a gloria di Dio nei cieli e a servizio della pace in terra».
Un altro simbolo di questa visita è stata la tunica «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo» (Gv 19,23) del Signore, custodita, secondo la tradizione, nella cattedrale di Svetitskhoveli, visitata negli stessi giorni dal papa, e segno – come dice san Cipriano di Cartagine – del «vincolo di concordia, che inseparabilmente unisce», dell’«unità che viene dall’alto, che viene cioè dal cielo e dal Padre, che non poteva essere assolutamente lacerata». Tra le mura cariche di storia e di fede dell’antica cattedrale ortodossa Francesco ha espresso l’essenza di questo «ecumenismo della misericordia», fatto di certezza, perdono, apertura instancabile e inarrestabile all’altro: «La sacra tunica, mistero di unità, ci esorta a provare grande dolore per le divisioni consumatesi tra i cristiani lungo la storia: sono delle vere e proprie lacerazioni inferte alla carne del Signore. Al tempo stesso, però, l’“unità che viene dall’alto”, l’amore di Cristo che ci ha radunato donandoci non solo la sua veste, ma il suo stesso corpo, ci spingono a non rassegnarci e ad offrire noi stessi sul suo esempio (cfr. Rm 12,1): ci stimolano alla carità sincera e alla comprensione reciproca, a ricomporre le lacerazioni, animati da uno spirito di limpida fraternità cristiana. Tutto ciò richiede un cammino certamente paziente, da coltivare con fiducia nell’altro e umiltà, ma senza paura e senza scoraggiarsi, bensì nella gioiosa certezza che la speranza cristiana ci fa pregustare. Essa ci sprona a credere che le contrapposizioni possono essere sanate e gli ostacoli rimossi, ci invita a non rinunciare mai alle occasioni di incontro e di dialogo, e a custodire e migliorare insieme quanto già esiste».

Da Tbilisi a Chieti

Proprio in questo contesto, in Georgia, papa Francesco ha introdotto come esemplificazione il tema del dialogo in corso nella Commissione mista internazionale.
I lavori della XIV Sessione plenaria di questa commissione si erano conclusi a Chieti pochi giorni prima, il 21 settembre, con la firma all’unanimità di un documento intitolato «Verso una comune comprensione della sinodalità e del primato a servizio dell’unità della Chiesa». Il documento non è un pronunciamento vincolante, ma costituisce indubbiamente un grande passo in avanti, se si pensa alle polemiche divampate nel 2007 a Ravenna, quando si era cominciato a discutere sulla prima bozza del documento – polemiche che erano sfociate addirittura nel clamoroso abbandono del tavolo dei lavori da parte della delegazione russa. Ora alcune obiezioni della Chiesa ortodossa georgiana in merito a singole questioni sono state verbalizzate e aggiunte in nota al documento, ma il testo è stato firmato da tutte le Chiese. Il dibattito, focalizzato sull’interazione fra sinodalità e primato nella storia della Chiesa nel primo millennio, nelle diverse situazioni esistenti in Oriente e in Occidente, ha portato al riconoscimento – nonostante la diversità presente nell’esperienza della Chiesa – della continuità dei principi teologici, canonici e liturgici che hanno costituito il vincolo di comunione tra Oriente e Occidente.
Paradossalmente, stavolta a favorire il buon esito dell’incontro ha concorso proprio l’atteggiamento collaborativo dei rappresentanti della delegazione russa. Anche questo fatto, tuttavia, può dar adito a considerazioni diverse. Non è passata inosservata l’insistenza con cui il metropolita Ilarion, capo della delegazione russa, ha ribadito la necessità di affrontare e risolvere il problema dell’«uniatismo», sottolineando che «le azioni dei greco-cattolici in Ucraina e la loro retorica aggressiva contro la Chiesa ortodossa confermano che l’uniatismo rimane una ferita aperta nel corpo della cristianità, e il principale ostacolo nel dialogo tra ortodossi e cattolici». Se ne ricava (come anche dalla lettura dei resoconti dei lavori della Commissione apparsi sul sito del patriarcato russo), la sensazione che il sì di Mosca al documento abbia come postilla l’impegno a discutere il tema spinoso dei greco-cattolici. Infatti, come ha affermato il portavoce della delegazione del patriarcato di Mosca, «sarà difficile andare avanti nel dialogo, se rimarrà irrisolta la questione delle conseguenze ecclesiologiche e canoniche dell’uniatismo». La proposta di Mosca è per ora rimasta in sospeso, a Chieti non si è raggiunto un accordo sul tema della prossima sessione plenaria, ed è stato deciso di rimandare la scelta alla riunione del Comitato di coordinamento della Commissione mista, che dovrà tenersi nel corso del 2017.
Una vittoria a metà, dunque? Un ennesimo compromesso? All’indomani dell’uccisione di padre Jacques Hamel, il cardinal Tauran parlava della necessità di un «dialogo disarmato», con una «concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati». A rischi e tentazioni di verità «politiche», che possono sorgere anche nella Chiesa e fra le Chiese, la miglior risposta sono proprio le esperienze di un ecumenismo, in cui ciò che accade supera continuamente i reiterati tentativi umani di ridurre la fede a propri schemi o interessi. Un ecumenismo che non misura e non attende una reciprocità, forte del fatto che la verità dell’abbraccio tra due uomini di fede, o un voto all’unanimità resta nella storia e diventa cultura, purificando nella sua oggettività anche le ambiguità attraverso cui può essere maturata.

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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