29 Ottobre 2019

Vladimir Bukovskij – il ritorno della coscienza

Giovanna Parravicini

Bukovskij è stato uno dei più grandi dissidenti dell’Unione Sovietica, motore di iniziative e punto di riferimento per gli altri. Un «antieroe» rispetto al tipico eroe guerrigliero che piaceva in Occidente. Ha sofferto manicomio, prigione e lager, credendo nella rinascita morale dell’uomo.

«… ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli!».

 

Appresa la notizia della morte di Vladimir Bukovskij, non ho potuto fare a meno di ricordare le parole della canzone di Guccini, e non per un moto sentimentale ma perché, realmente, la forza ideale della coscienza testimoniata dal giovane Bukovskij resta un punto di riferimento irriducibile in tutti i meandri del successivo dispiegarsi della vicenda sua e del dissenso in URSS e nell’Est Europeo.

Pochi libri come la sua autobiografia Il vento va e poi ritorna hanno contribuito a ridestare la coscienza nelle persone delle generazioni successive, tra cui me. Come non entusiasmarsi per il lento ma inarrestabile ritorno della coscienza che vi si descrive, a partire dalle «letture poetiche» indipendenti in piazza Majakovskij, a cui diede il via, nel settembre del 1960, un gruppetto di studenti tra cui Bukovskij…

Nel 1958.

A quelle letture si raccolse un numero enorme di ascoltatori, ragazzi che in questa nuova, nascente cultura vedevano «l’unica possibilità di vivere, l’unica alternativa: le letture in piazza Majakovskij, effettivamente, come un faro attiravano e richiamavano tutte le cose migliori e originali che c’erano allora nel paese. Era proprio quello che tanto a lungo avevamo desiderato», avrebbe scritto in seguito Bukovskij. Era, cioè, il superamento del muro del silenzio, la certezza che una parola di verità detta, appena sussurrata, possiede vibrazioni capaci di spezzare le prigioni ideologiche costruite dall’onnipotente e onnipresente regime.
Piazza Majakovskij era solo la punta di un iceberg: «In tutte le organizzazioni e gli uffici di Mosca le macchine da scrivere erano strapiene di lavoro: si ricopiavano per sé o per gli amici i versi di Gumilëv, di Mandel’štam, dell’Achmatova, di Pasternak. E c’era la sensazione come se pian piano, con cautela tutti stirassero le membra intorpidite dal lungo star seduti, provassero a muovere le estremità a cambiar posizione… Pare che nulla più ci trattenga, ci si può alzare, non si era più abituati, s’era disimparato a stare ritti sulle due estremità», dirà ancora Bukovskij. Non si trattava solo della «grande» cultura: a cercare una propria espressività era un’intera generazione, attraverso propri testi poetici che circolavano nel samizdat; attraverso mostre underground di pittura in appartamenti privati o in parchi, all’aperto; attraverso la musica di cantautori come Galič, Vysockij, Okudžava, che per i giovani coetanei di Bukovskij «non erano affatto da meno di Omero. Ogni loro canzone è l’Odissea, un viaggio per i labirinti dell’anima dell’uomo sovietico».

La festa della dignità e della libertà

Nato nel 1942, Bukovskij frequenta la facoltà di biofisica all’Università di Mosca fino a quando, nel 1961, viene espulso per aver dato vita insieme ad altri a una rivista letteraria, «Feniks». Queste sue attività «sovversive», insieme alle letture poetiche in piazza Majakovskij portano al suo primo arresto nel 1963. I successivi dodici anni sono una vera e propria «odissea, un viaggio per i labirinti» del sistema repressivo sovietico, per stare alla sua immagine.

Nell’ospedale psichiatrico n. 13 di Mosca, dicembre 1965.

Sconta due anni nel manicomio criminale di Leningrado, e appena liberato, nel 1965, organizza una manifestazione in favore degli scrittori Sinjavskij e Daniel’, sotto processo per aver pubblicato all’estero. Nuovamente arrestato, trascorre un altro anno nell’Istituto di psichiatria legale Serbskij di Mosca (specializzato nel trattamento dei dissidenti). Nel 1967 organizza una dimostrazione di protesta per l’arresto dei dissidenti Galanskov (che morirà in lager), Ginzburg, Dobrovol’skij e Laškova; arrestato, viene condannato a tre anni di lager. Esce nel 1970 e, al procuratore generale di Mosca che gli impone di non rilasciare interviste sulla vita dei detenuti, risponde con franchezza di non potersi lasciar condizionare dalle minacce perché il suo è un «dovere morale verso i compagni di prigionia»; se poi fosse imprigionato di nuovo potrebbe raccogliere nuovo materiale, utile per le interviste da rilasciare non appena rimesso nuovamente in libertà. In effetti, nell’aprile del 1971 viene arrestato di nuovo per aver trasmesso al Comitato internazionale per i diritti dell’uomo a Parigi un dossier sulle repressioni psichiatriche dei dissidenti. La condanna è a due anni di carcere, cinque di lager e cinque di confino. Nel 1976 viene improvvisamente scambiato con il comunista cileno Corvalàn; si stabilisce a Cambridge, in Inghilterra.

Eppure Bukovskij non esce da questa avventura come un uomo spezzato, piegato. Quando descrive la storia della sua giovinezza e del «movimento» cui ha dedicato tante energie e tempo, non narra una sconfitta, ma una vittoria, un’esperienza di bellezza, di umanità: «…non c’erano né guide né guidati, non si distribuivano ruoli, non esistevano né arruolamento né propaganda. Ma nonostante la completa assenza di forme organizzative l’attività di questa comunità era straordinariamente ben coordinata. Dall’esterno non si riusciva a capire come questo potesse avvenire. Il KGB come sempre continuava a cercare leader e congiure, recapiti clandestini e appartamenti di cospiratori, e ogni volta, arrestato il “leader” di turno, con stupore si vedeva che il movimento non veniva da ciò indebolito, ma spesso anzi rafforzato. Ognuno di noi faceva parte di questa straordinaria orchestra senza direttore, spinto soltanto dal senso della propria dignità e della personale responsabilità per quello che accadeva».

È la festa della dignità, della libertà della persona, di cui Bukovskij descrive lucidamente la forza:

«… Nella folla, in una situazione estrema, vince l’istinto di autoconservazione. Essa può sacrificare una parte sperando di salvare il resto, può disgregarsi in gruppi cercando la salvezza. Ed è proprio questo a perderla. – Perché proprio io? – si chiede ognuno nella folla. – Da solo non posso fare niente.
E periscono tutti.
Stretto contro il muro, l’uomo riconosce: “Io sono il popolo, io sono la nazione”. Non può indietreggiare, e preferisce la morte fisica a quella spirituale. E, cosa straordinaria, nel difendere la propria integrità egli difende insieme il proprio popolo, la propria classe o partito. Sono questi uomini a conquistare il diritto alla vita per la propria comunità, anche se forse non ci pensano.

– Se non lo farò io, chi lo farà? – si domanda l’uomo stretto al muro.
E salva tutti.

Così l’uomo comincia a costruire il proprio castello».

Con A. Ginzburg (a sn. nella foto), negli USA nel 1979.

Tutti noi siamo un po’ parenti…

Nel 1984 – in un momento di ristagno politico, quando ancora non si aveva sentore della perestrojka che sarebbe iniziata di lì a poco, scrive da esule, senza alcuna speranza politica, a Zbigniew Bujak e agli amici di Solidarność un messaggio che resta emblematico della lezione del dissenso, il desiderio di «rimanere uomini»:

«… Tutti noi siamo un po’ parenti, se non altro per la comunanza dei nostri destini e dei nostri caratteri. A prescindere dall’età e dalla nazionalità noi tutti siamo nati a Budapest, siamo andati a scuola a Praga, ci siamo fatti le ossa nei lager sovietici e infine abbiamo raggiunto la maturità nei cantieri di Danzica. La nostra esperienza non si è mai interrotta, è un processo irreversibile attraverso cui sta sviluppandosi un organismo unitario.

Per conoscere la storia della psichiatria ad uso politico in URSS.

È difficile dare un giudizio sull’utilità concreta che può aver avuto per voi la nostra esperienza a Mosca. Certo, è sempre importante sapere che nella cella accanto a te c’è un essere vivente, ma gli obiettivi che oggi voi vi ponete sono ben più estesi e complessi dei problemi che noi siamo stati in grado di risolvere. Nel mondo comunista odierno la Polonia è l’unico paese in cui la resistenza venga veramente condotta da tutto il popolo, e quindi ora siamo noi a dover imparare da voi.

In sostanza, l’unica cosa che siamo riusciti a fare in un quarto di secolo di sforzi disperati è stato testimoniare che anche all’interno della realtà sovietica è possibile conseguire una vittoria morale e rimanere uomini. La prima vittoria è certamente su se stessi, perché sono profondamente convinto che abbiamo sempre la libertà di scelta, anche in prigione, e non vi sono giustificazioni se non ne facciamo uso. Non è questo l’inizio di tutto?…

Oggi, mentre da Mosca giungono notizie sempre più tristi, e molti cominciano a pensare che non vi sia rimasto più nessuno oltre a Sacharov (e anche lui mortalmente colpito), mi viene in mente l’incontro con un comune amico, Adam Michnik; a Parigi, poco prima di rientrare in Polonia, mi chiese in confidenza: “Onestamente, detto tra noi, tu credi che in Unione Sovietica ci siano molti dissidenti?”.
“Be’, ce n’è abbastanza”, risposi evasivamente.
“In Polonia sono pochissimi, non è rimasto quasi più nessuno”, disse con tristezza Adam. Poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse: “Sta dilagando il conformismo”.
Era la fine del 1977, solo tre anni prima che nascesse Solidarność, che avrebbe coinvolto milioni di persone.
Per questo credo che i “tempi migliori” di cui parli giungeranno più in fretta di quanto non sembri. Allora, nella Polonia libera potremo discorrere insieme, e non solo di politica. Del resto, nemmeno questa lettera voleva parlare di politica…».

Dopo la perestrojka

In Gran Bretagna Bukovskij continua la sua battaglia, contribuendo tra l’altro a fondare il movimento anticomunista Resistenza internazionale, di cui assume la presidenza. Nel 1991 ritorna per la prima volta in Russia e l’anno dopo, nell’ambito del processo che si sta preparando contro il PCUS, viene nominato esperto dell’accusa con libero accesso agli archivi segreti del Comitato Centrale del partito. Da questo lavoro, Bukovskij riesce a raccogliere materiali d’archivio di eccezionale importanza, che pubblica nel libro Gli archivi segreti di Mosca (Spirali, 1999).

Il processo però si rivela deludente, perché pur riconoscendo legittimo il decreto di El’cin che metteva fuori legge il PCUS, la Corte Costituzionale concede ai comunisti di creare un nuovo partito. Se si fosse riusciti a celebrare un vero «Processo di Norimberga», commenterà a distanza di anni Bukovskij, «nella società si sarebbe verificata tutta un’altra dinamica, che avrebbe dato risultati positivi nel giro di qualche anno. Sarebbe avvenuta una certa purificazione.

Invece non è avvenuto, non si è voluto fare. Tutto è stato congelato, ricacciato indietro. Il nuovo regime non ha voluto farlo perché era troppo legato al vecchio. Erano stessa carne e stesso sangue. I nuovi politici venivano tutti dalla vecchia nomenklatura».

Intanto il panorama politico mondiale cambia e gli ultimi anni sono per lui di grande amarezza. Tenta inutilmente di presentarsi come candidato alle elezioni del 2008 in Russia; nel 2014 gli viene tolta la cittadinanza.

«Non è più la mia guerra – dirà – e la Russia non è il mio paese, non più dell’Inghilterra. Non mi considerano uno dei loro, e io non posso considerarli miei compatrioti, siamo diversi, estranei. Loro sono rimasti impantanati nel passato… I miei sono stati sforzi gettati al vento. La Russia non li ha recepiti».

La crisi denunciata da Bukovskij è il venir meno dello spessore umano che rendeva possibile parlare e ascoltare, che dava peso e valore al male, ma anche al bene: «Eravamo isolati, eravamo quattro gatti, ma non era il vuoto, era il teatro: alcune persone sulla scena e tutti gli altri che guardano. Le regole del gioco erano ben diverse. Oggi nessuno guarda. Tu va’ pure sulla scena, datti pure fuoco, nessuno ci farà caso… L’ultimo idiota che ieri taceva oggi può parlare e le sue parole hanno lo stesso peso delle tue». In un mondo liquido, in una «socialdemocrazia così evasiva che non dispiace a nessuno, che non produce nessuna opposizione», davanti a pareti di gomma sembra impossibile scolpire una verità che lasci un’impronta. L’unica cosa che resta veramente, anche se Bukovskij stesso sembra dubitarne, è la sua apertura alla verità come qualcosa che lo supera continuamente.

In questi giorni, tra i tanti articoli che ricordano la sua figura, mi sembra particolarmente efficace il ritratto tracciato dal dissidente Aleksandr Podrabinek: «Una leggenda ancora da vivo, uno che è stato se stesso fin dall’inizio, che si è plasmato così a dispetto di tutte le norme della vita sovietica, conservando per tutta la vita un gusto giovanile, allegro, impavido della resistenza. Non aveva mai paura e non si è mai tirato indietro… Bukovskij ha avuto la meglio sul potere sovietico, come la verità vince sulla forza».

Una verità che gli faceva dire, pur constatando l’apparente sconfitta del suo movimento:

«Per me stesso non mi pento. Ho fatto quello che dovevo fare. Lo avrei fatto in ogni caso, non cercavo di raggiungere uno scopo preciso. Era un imperativo per me, dovevo farlo».

È questa la verità del suo messaggio di laico, dei suoi libri, della sua autobiografia come dell’ultimo volume sugli archivi segreti di Mosca, che non è semplicemente un’indagine sui segreti del vecchio regime e sulle segrete complicità con le quali l’Occidente gli permise di sopravvivere tanto a lungo, ma l’espressione di una certezza morale, da cui nasce anche una capacità di giudizio che gli permette di cogliere il cuore del totalitarismo: «Il regime era disumano non perché perseguitava gli uomini per le loro convinzioni, occupava paesi limitrofi e minacciava il mondo intero, ma proprio per la ragione opposta: il regime faceva quelle cose perché era disumano».

Occorre cioè puntare non su armamenti sempre più sofisticati o su muri dietro cui porsi al sicuro, ma su una mentalità nuova, su una persona definita dalla propria dignità, libertà, responsabilità. Solo così potrà avvenire per l’Europa e il mondo di oggi – rispetto alle nuove «cortine di ferro» che si stanno creando – quello che tanti intellettuali e politici occidentali non hanno mai sospettato e tuttora non sospettano: «che le decine e centinaia di milioni di uomini dietro la “cortina di ferro” erano il loro alleato più naturale e potente, non il “problema umanitario”».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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