10 Maggio 2016

PATRIOTTISMO: E Königsberg diventò Kaliningrad

Delfina Boero

Settant’anni fa la gloriosa Königsberg diventò una città sovietica. L’anomalia storica e geografica dell’enclave russa in piena Prussia rimane ancora oggi. Nelle memorie dei «coloni sovietici» riviviamo il pathos della conquista.

Uno dei frutti amari e meno noti della Seconda guerra mondiale, prodotto dagli accordi tra le grandi potenze alle conferenze di Jalta e Potsdam è il destino dell’antica città tedesca di Königsberg, diventata nel dopoguerra la sovietica Kaliningrad. Un’anomalia storica e geografica in piena Europa che dura tuttora, nonostante la caduta del Muro di Berlino e la scomparsa dei «paesi del blocco socialista».
Königsberg, capoluogo della Prussia orientale, era stata una città di primaria importanza storica per i tedeschi: fondata dai cavalieri teutoni nel 1255, fu per secoli uno dei più importanti centri politici e culturali della Prussia e in seguito dell’impero tedesco. Qui nacquero o lavorarono alcune personalità significative della cultura tedesca e mondiale, primo fra tutti il filosofo Immanuel Kant, ma anche lo scrittore E. Hoffmann e molti altri.
Alla fine della seconda guerra mondiale la città fu teatro di una battaglia che la ridusse praticamente a un cumulo di macerie. Le truppe sovietiche occuparono Königsberg il 9 aprile 1945 e, per decisione della Conferenza di Potsdam, nell’estate dello stesso anno il suo territorio, la Prussia nord-orientale, passò all’URSS. Si creò così un’enclave sovietica separata dalla madrepatria da Polonia, Lituania e Bielorussia.
Nel 1946 la città fu ribattezzata Kaliningrad, in onore del rivoluzionario bolscevico Kalinin, stretto collaboratore di Stalin, morto del giugno 1946. Con la classica teoria escogitata a posteriori, fu lo stesso Stalin a formulare la tesi secondo cui la regione di Kalinin «era stata da sempre terra slava». Di lì a poco iniziò il trasferimento in massa nella regione di cittadini sovietici da ogni angolo dell’URSS. La sovietizzazione della regione comportò anche la cancellazione di gran parte degli edifici che testimoniavano sette secoli di presenza tedesca, fra cui decine di chiese cattoliche e luterane. Per qualche tempo i coloni sovietici convissero con la popolazione locale, ma tra il 1947 e il 1949 dalla regione di Kaliningrad furono espulsi oltre 200.000 tedeschi. L’enclave di Kaliningrad appartiene tutt’ora alla Federazione Russa, e oggi i pochi luoghi di culto rimasti intatti sono passati alla Chiesa ortodossa russa con una controversa legge approvata dalle autorità locali nel 2010 [1].

Fin dagli anni ’90 alcuni studiosi, sotto la guida dello storico Jurij Kostjašov, hanno trascritto le memorie dei primi coloni sovietici giunti nella regione di Kaliningrad. Oggi la regista Nana Grinštejn sta lavorando a un’opera teatrale-documentaria sulla base di questo materiale.
Nell’aprile 2016 la regione di Kaliningrad ha compiuto settant’anni. Per l’occasione, il portale russo meduza.io ha pubblicato ampi stralci delle memorie di coloro che nel dopoguerra parteciparono alla ricostruzione della regione. Ne emerge il quadro drammatico dell’incontro-scontro fra due civiltà molto diverse, dei rapporti fra la popolazione locale e i coloni;

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Delfina Boero

È ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana. Fra i suoi interessi, la storia e la cultura della Repubblica Democratica Tedesca, la vita religiosa e culturale in URSS, nella Federazione Russa e nelle ex Repubbliche sovietiche.

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