16 Dicembre 2018

Josyf Slipyj, «Memorie»

Giovanni Codevilla

Recensione di «Memorie», a cura di Iwan Dacko, Alberto di Chio e Luciana Mirri, Edizioni dell’Università Cattolica Ucraina, Leopoli-Roma 2018, pp. 558, Euro 25.

I cultori della storia religiosa del mondo slavo saluteranno con vivo apprezzamento l’uscita dell’edizione italiana delle Memorie del cardinale Josyf Slipyj (1892-1984), arcivescovo maggiore di Kyiv e degli ucraini, metropolita di Halyč e vescovo di Kamjanec’-Podil’s’kyj. L’ampio volume è curato da monsignor Alberto Di Chio, dalla teologa Luciana Mirri e da monsignor Iwan Dacko, professore nell’Università cattolica di L’viv, che fu a lungo strettissimo collaboratore di Sua Beatitudine Slipyj, autore anche di un ampio saggio sul periodo romano dell’arcivescovo maggiore e il suo ritorno postumo in Ucraina. Questo solido e bene annotato studio colma le lacune sino ad ora esistenti sulla biografia di Josyf Slipyj, nota al pubblico grazie ai tre brevi lavori del vescovo Ivan Choma, per lunghi anni segretario del metropolita.

Mediante le numerose e puntuali annotazioni a piè di pagina e alla ricca documentazione fotografica, al lettore viene presentata una galleria di personaggi del mondo ecclesiastico e dell’ambiente concentrazionario che gli permettono di farsi un’idea precisa sulle condizioni di vita del clero e dei credenti greco-cattolici in epoca sovietica e sulla sopravvivenza della fede religiosa, grazie all’eroica testimonianza di numerosi confessori della fede e nonostante il cedimento di alcuni che, distrutti dalla fame, dall’isolamento e dal crollo fisico e mentale, non hanno potuto resistere alla disumane pressioni esercitate nei loro confronti.

L’edizione italiana è patrocinata dall’Istituto per gli Studi ecumenici e da quello di San Clemente Papa dell’Università cattolica ucraina di Roma, istituzione voluta da Sua Beatitudine Slipyj e realizzata nei primi anni dal suo arrivo in Italia. Si deve ricordare in proposito che l’Autore, è stato un insigne studioso di Storia ecclesiastica e di teologia dogmatica (La rivista Bohoslovia viene da lui fondata nel lontano 1923) e autore di numerose autorevoli pubblicazioni.

Il volume, che in lingua ucraina ha avuto grande successo e numerose ristampe, è presentato da Sua Beatitudine Svjatoslav Ševčuk, arcivescovo maggiore di Kyiv e della Galizia, metropolita di Kyiv e capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, che, con i suoi sette milioni di fedeli, è la maggiore delle Chiese sui iuris.

Riporto qui le tappe essenziali della vicenda umana di Josyf Slipyj, nato nel febbraio 1892 a Zazdrist, un villaggio della Galizia nei pressi di Ternopil; dopo gli anni della scuola primaria e gli studi nel seminario, completa la sua formazione presso le Università di Leopoli, Vienna, Innsbruck e Roma (Angelicum, Gregoriana e Pontificio Istituto Orientale), iniziando ben presto l’attività di docente e divenendo negli anni 1929-1944 presidente della Società scientifica teologica. Figlio spirituale, stretto collaboratore e successore del grande metropolita Andrej Šeptic’kyj (1865-1944), per volontà espressa di papa Pio XII, viene elevato alla dignità episcopale il 22 dicembre 1939, durante la prima occupazione sovietica dell’Ucraina.

L’aperta persecuzione della Chiesa greco-cattolica viene avviata pochi mesi dopo la seconda occupazione sovietica della Galizia: tutti i vescovi e numerosi sacerdoti vengono arrestati e nel 1946 nel mese di marzo le autorità sovietiche organizzano lo pseudo-concilio di Leopoli, il quale, in violazione delle più elementari norme canoniche, proclama l’aggregazione all’ortodossia della Chiesa greco-cattolica.

A seguito di un processo farsa organizzato a Kyiv nel 1946 il metropolita Slipyj viene condannato a otto anni di lager per collaborazionismo con i tedeschi e attività antisovietica, e inizia un lungo pellegrinaggio presso i santuari del mondo concentrazionario sovietico che durerà ben 18 anni, nei campi della Mordovia, di Vorkuta e di Pot’ma. Liberato dopo avere scontato la condanna, viene relegato in domicilio coatto in una casa per invalidi a Maklakovo, nel territorio siberiano di Krasnojarsk, in condizioni climatiche terribili e di insopportabile disagio fisico e psicologico. Dopo quattro anni di esilio, Il 19 luglio 1958, viene arrestato per la seconda volta e trasferito a Kyiv, dove nel 1959, all’età di 77 anni, è condannato a sette anni al termine di un processo lampo tenuto a metà giugno, nel quale i difensori d’ufficio si associano alle tesi dell’accusa (p. 324). Il vero motivo della condanna consiste nel rifiuto del metropolita di aderire all’ortodossia e nell’aver respinto la proposta di essere elevato alla guida della metropolia di Kyiv (p. 333), seguita da quella di divenire socio dell’Accademia delle Scienze (ivi) e, infine, quella di maggior prestigio per un ecclesiastico ambizioso: diventare il primo gerarca ortodosso dopo il patriarca di Mosca (p. 306).
Il ricatto, alternato alle minacce e alle privazioni, fa parte della vita di ogni giorno e della tecnica distruttiva esercitata dagli aguzzini. Il metropolita sconta la condanna inizialmente a Kyiv e poi a Novosibirsk, Pot’ma e nell’inospitale Kamčatka, che raggiunge dopo tre mesi di viaggio in condizioni terribili; viene poi inviato a Dubrovlag, un complesso di strutture concentrazionarie costruite attorno al villaggio di Javas, in Mordovia, dove viene associato al
Campo dei credenti (p. 330), un settore del lager così chiamato per l’alto numero di detenuti appartenenti al clero, e poi trasferito a Sosnovka, un campo situato nei pressi, dove l’indomito metropolita dà vita a un seminario clandestino.

Il 23 gennaio 1963, al tramonto dell’epoca chruščeviana, grazie all’intervento della Santa Sede, ma non di quello, come comunemente ritenuto, del presidente Kennedy, Slipyj viene liberato, dopo aver consacrato clandestinamente il vescovo Vasyl Velyčkovs’kyj, che sarà arrestato nel 1969 ed espulso dopo tre anni di carcere. Un profondo dolore viene arrecato al metropolita dal rifiuto della sua richiesta di poter sostare brevemente, nel viaggio verso Vienna e Roma, nell’amata sede di Leopoli.

Nel dicembre 1963 viene confermato arcivescovo maggiore e nel febbraio 1965 riceve la porpora cardinalizia, ma la sua aspirazione a ottenere il riconoscimento del Patriarcato ucraino non viene accolta da papa Paolo VI, il quale ritiene che questo sia un ostacolo alla Ostpolitik, in quanto inaccettabile da parte del Patriarcato di Mosca. Superando questa amarezza e le incomprensioni sorte con alcuni alti esponenti della curia romana menzionati nelle Memorie, Slipyj dedica tutte le sue forze al rafforzamento della cultura religiosa ucraina, realizzando l’Università cattolica, edificando la basilica di Santa Sofia, ravvivando la tradizione monastica con la realizzazione di un monastero studita, denominato Studion, nei pressi di Roma, portando avanti i suoi studi, mai interrotti anche negli anni dell’esilio, e tenendo saldi i contatti con le comunità ucraine sparse nei cinque continenti, che visiterà negli anni 1968, 1973 e 1976.

Sua Beatitudine ha sempre voluto tenere distinta la sfera religiosa da quella politica per evitare ogni possibile sorta di strumentalizzazione della sua vicenda umana. Per questo non è stato facile convincerlo, quel mattino di fine novembre 1977, a intervenire alle udienze Sacharov che si tenevano a Roma: dopo un’esitazione iniziale ha tuttavia accettato di essere presente per denunciare la repressione religiosa in atto nel suo paese. Pronunciando parole assai chiare che meritano di essere ricordate: «Sono presente qui per due ragioni. La prima è che oggi si testimonia qui sulla persecuzione religiosa in Unione Sovietica e nella mia patria, l’Ucraina. Vittima di questa persecuzione è anche la mia Chiesa, di cui sono il Capo e il Padre, e dove si parla della mia Chiesa ci devo essere anche io per difenderla, per tutelarla. La seconda ragione è che sono un ex galeotto, sono un testimone di questo ben noto Arcipelago, come l’ha chiamato un altro galeotto, Aleksandr Solženicyn. E porto le cicatrici di questo terrore sul mio corpo. Nella mia patria, l’Ucraina, da quasi sessant’anni il popolo soffre una dura repressione religiosa e nazionale. Rinnovata nell’anno 1920, la Chiesa autocefala ortodossa ucraina è stata liquidata dal governo sovietico negli anni 1929-1930.
Mentre negli anni 1946-1949 la stessa sorte ha toccato la Chiesa cattolica ucraina, distrutta dal governo sovietico, che si servì del terrore poliziesco, delle torture, dell’esilio e delle prigioni. Tutti i nostri vescovi sono morti o in prigione o in esilio, eccetto chi Vi sta davanti e Vi parla. Il numero dei nostri sacerdoti morti e fucilati non è noto, in genere si accetta la cifra di un migliaio e mezzo, centinaia di migliaia di fedeli ucraini sono stati deportati nei lager, dove molti di loro si trovano ancora senza il diritto di tornare in patria. Nell’Unione Sovietica (sui territori occupati durante la seconda guerra mondiale) c’erano 3.040 nostre parrocchie con 4.595 tra chiese e cappelle. Oggi non esiste nemmeno una parrocchia cattolica ucraina, né un monastero, né una casa ecclesiastica, né una scuola cattolica, né un seminario, e ogni cura pastorale è vietata. Tutti gli edifici ecclesiastici sono confiscati, chiusi, distrutti o parzialmente consegnati alla Chiesa ortodossa russa».

Arrivando quel mattino alla sede delle udienze ho presentato a Sua Beatitudine un mio conoscente incontrato sul piazzale antistante, il giornalista della Tass Vladimir Malyšev, il quale per la professione svolta era costretto ad avere legami con il KGB. Ricordo il tono affabile con cui il metropolita, assai spesso burbero e severo, si è rivolto a lui per informarsi del suo lavoro in Italia e per augurare a lui e alla sua famiglia ogni bene, senza fare un minimo cenno alle angherie inflitte a una moltitudine di esseri umani dal sistema sovietico e alla catastrofe antropologica generata dal regime comunista, al cui servizio era costretto a operare il rappresentante dell’agenzia di stampa del Cremlino.

Dalle pagine delle Memorie non traspare acrimonia o rancore nei confronti della Chiesa ortodossa, costretta dal regime sovietico a collaborare per l’eliminazione della Chiesa greco-cattolica, come appare senza ombra di dubbio dai documenti di archivio resi oggi disponibili agli studiosi.

Questo volume, corredato oltre che dall’indice dei nomi anche da quello dei toponimi, che permette di seguire le tante e travagliate peregrinazioni dell’Autore, costituisce uno strumento indispensabile per la conoscenza non solo della vicenda umana di Slipyj, ma anche per la ricostruzione della storia di questa stessa Chiesa che è rinata grazie all’esempio dato a tutti da questo colosso della fede e da altri coraggiosi testimoni menzionati nelle Memorie, come il sacerdoti Illia Blavatsky, Mykola Revt’ , Stepan Javors’ky , Volodymir Ternopils’ky e tanti altri.

Le condanne del 1946 e del 1959 sono state annullate dai decreti di riabilitazione emessi il 3 giugno e il 19 settembre 1991, dopo l’implosione del sistema sovietico.

In appendice al volume i curatori hanno opportunamente inserito, oltre ai documenti relativi alla liberazione di Slipyj, il suo Rapporto sulla Chiesa cattolica ucraina dopo 35 anni di persecuzione e il suo lungo Testamento spirituale, steso negli 1970-1981, indirizzato Ai vescovi, ai sacerdoti, ai monaci, alle monache e a tutti i fedeli della Chiesa cattolica ucraina, in calce al quale appone la firma umile Josyf, Patriarca e Cardinale.

Giovanni Codevilla

Professore di Diritto Ecclesiastico comparato e incaricato di Diritto dei Paesi dell’Europa Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Le sue sfere di interesse: diritto russo, dell’URSS e della Federazione Russa, storia delle relazioni tra Stato e Chiesa in Russia, legislazione sulla libertà religiosa, storia della Chiesa ortodossa russa. Autore di lavori fondamentali come Stato e Chiesa nella Federazione Russa; Lo zar e il patriarca. I rapporti tra trono e altare in Russia dalle origini ai giorni nostri (La Casa Matriona).

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