29 Luglio 2016

Tra profughi e martiri, la felicità

DI Redazione

«Siamo in guerra». Papa Francesco lo ha ribadito ancora una volta nel suo viaggio verso Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù. E, tornando sull’affermazione perché nessuno potesse fraintendere, ha […]

«Siamo in guerra». Papa Francesco lo ha ribadito ancora una volta nel suo viaggio verso Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù. E, tornando sull’affermazione perché nessuno potesse fraintendere, ha precisato: «È una guerra, ma non è una guerra di religione».
Non è la guerra di una religione contro l’altra, di una civiltà contro l’altra, ma la guerra dell’uomo contro se stesso; è la guerra di un uomo che ha dimenticato se stesso, di un’Europa che ha dimenticato se stessa e le sue origini. E ha paura.
La situazione è in effetti terribile; quando si parla di guerra e lo si fa in maniera così autorevole e insistita dovrebbe essere chiaro che la tragedia ci attende a ogni istante e non si parla per cercare un effetto giornalistico, ma per invitare gli uomini a fermarsi e a ritrovare la loro umanità.
Come succede sempre quando si avverte qualcuno di un pericolo, il papa non parla per farci paura, per farci scappare (dove poi?), ma per metterci in guardia, perché siamo capaci di affrontare la situazione ponendoci al livello che compete alla nostra natura di esseri ragionevoli. E noi invece, fuori di ogni ragione, rispondiamo con la paura, con la chiusura. E i profughi che premono ai nostri confini sono doppiamente emarginati: dalla loro terra e dalla nostra paura. E il pericolo cresce, le tensioni aumentano.

Dobbiamo allora abbassare la guardia? Non è neppure questo ciò che si attende chi avverte l’altro di un pericolo.
Semplicemente dobbiamo riprenderci, dobbiamo ritrovare la dimensione umana che ci ha fatto vivere sin qui, che ha reso i nostri paesi interessanti e appetibili per chi fugge dalla propria terra e per noi. Ma per noi è davvero ancora così? Davvero la nostra terra è ancora un posto dove si può vivere, cioè crescere, incontrare gli altri, trovare ogni giorno un nuovo motivo per essere felici? O abbiamo solo paura di perdere le briciole di una ricchezza ormai così impoverita che non è più possibile condividerne niente?
La Nuova Europa diventa un nome impegnativo e un programma, perché è l’invito a ritrovare la ragione di vivere, come venne trovata, questa ragione, alle origini della sua storia, quando l’Europa che nasceva dalle ceneri dell’impero romano seppe far fronte alle invasioni e seppe aver ragione della barbarie, non fuggendo, ma trasformandola.
E questa storia si è poi ripetuta mille volte, fino all’altro ieri.

«Russia Cristiana», prima, e «La Nuova Europa» dopo, hanno più volte raccontato la storia dei profughi russi che vennero a milioni in Occidente dopo la tragedia della rivoluzione e della guerra civile; e furono una ricchezza per noi come raccontammo in una mostra presentata al Meeting di Rimini del 2005: scatenarono una solidarietà incredibile in un continente devastato da quella catastrofe che fu la prima guerra mondiale, ci portarono una cultura di cui a lungo potemmo godere i frutti (cosa sarebbe stato il personalismo cristiano senza Berdjaev, la teologia senza Bulgakov, il Vaticano II senza l’ecclesiologia di comunione della tradizione russa?).
Certo, molti diranno che non venivano da nemici ed erano comunque cristiani.
In parte è vero, ma la storia non è semplice e non si ripete mai uguale. Ancora una volta il problema è se noi di fronte alle novità della vita rispondiamo con la paura o con la ragione.
Certo, non venivano da nemici, ma i nemici se li portavano dietro: gli attentati, gli omicidi politici, i rapimenti di rappresentanti del vecchio regime ad opera degli agenti dei servizi segreti sovietici andarono avanti sino all’inizio della nuova guerra. Nulla di paragonabile a quanto avviene oggi ad opera del fondamentalismo, certo, ma la gente di allora non lo sapeva e aveva paura. Eppure non chiuse le porte in faccia ai profughi di allora.
Certo, erano comunque cristiani, ma questo lo diciamo noi, adesso, dopo che abbiamo visto cosa ci hanno portato e dopo decenni di ecumenismo; allora non si parlava neppure di fratelli separati ed erano semplicemente degli scismatici, se non degli eretici. E tutto si sarebbe potuto fermare, muro contro muro, come adesso. Per grazia di Dio, invece, allora ci fu chi seppe superare ogni muro e vedere in Cristo la possibilità della salvezza per tutto il mondo e non il pretesto per accusare il nemico, e il motivo di un orgoglio del tutto ingiustificato.
Bisognerebbe riprendere questa storia ad ogni istante per ritrovare la ragione e il senso di un coraggio che non è nostro ma che ci potrebbe ridare respiro.

E allora, in un mondo che usa dio contro la ragione e contro la libertà, ritroveremmo, come allora, la forza di un Dio che vuole dall’uomo ragione e libertà, perché, come diceva Berdjaev, «Dio è la carta delle libertà dell’uomo». E ritroveremmo l’origine dalla quale è nata quella bellezza che tanti vorrebbero condividere con noi. E vedremmo che questa bellezza non ha nulla di sentimentale e di sdolcinato, ma è buona per i tempi difficili.
Quei profughi, infatti, furono testimoni di questa bellezza, fino al martirio. Tante volte abbiamo parlato della storia di madre Maria, la monaca ortodossa che prima di diventare tale era stata una rivoluzionaria e poi era finita martire a Ravensbruck perché non se ne era stata tranquilla in un monastero e non aveva rifiutato di accogliere il grido di aiuto che veniva dagli ebrei. Se riprendessimo davvero questa testimonianza, in un tempo in cui ogni novità ci terrorizza e ci paralizza, ritroveremmo, come allora, un Dio che non ci offre una storia semplice, ma ci rende capaci di camminare sulle acque più tempestose; perché, come diceva proprio madre Maria, «bisogna camminare sulle acque. San Pietro lo fece e non annegò. Naturalmente tenersi a riva è più sicuro, ma si può anche non arrivare mai a destinazione».

E allora in un mondo che non ha più la forza di affrontare nessuna responsabilità, di portare nessun peso, ritroveremmo un Dio che, non alla fine (in un paradiso pagato con le sofferenze altrui), ma nel corso di quel cammino ci fa sperimentare una forza di accoglienza e di assunzione che rende capaci di portare tutto il peso del mondo, perché, come diceva ancora madre Maria, «il mondo crede che se si dà il proprio amore si resta depauperati di ciò che si è dato. È vero il contrario: tutta la ricchezza spirituale donata agli altri non solo ritorna al donatore, ma cresce e si rinvigorisce».
E questo vale per tutti, può essere capito, ammirato e fatto fruttificare da tutti, credenti e non credenti: oggi madre Maria non è soltanto santa ma, come abbiamo già raccontato, qualche mese fa anche la laica Parigi le ha intitolato una via.

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