16 Dicembre 2019

Dio agisce nella storia

Paolo Polesana

Concludiamo la serie di interventi sul 30° della caduta del Muro di Berlino con i ricordi personali di un sacerdote tedesco, allora seminarista, che legge gli eventi in una prospettiva provvidenziale.

Il nove novembre è una ricorrenza emozionante per i tedeschi. Recentemente ho avuto la fortuna di assistere ad una interessante lezione di teologia tenuta da un docente bavarese, il professor Hans Christian Schmidbaur, proprio a ridosso del trentesimo anniversario della caduta del muro. La lezione si è presto trasformata in una lezione di storia, e la storia della caduta del muro si è trasformata in una lezione di speranza.

Nel 1989 il professor Schmidbaur stava ancora frequentando il seminario a Monaco di Baviera: «Il nove novembre iniziò come un giorno di timore e tremore, ma si concluse nella sera della gloria. Durante l’omelia della messa mattutina il rettore ci aveva raccomandato di pregare, perché erano previste nuove dimostrazioni di piazza ancora più massicce di quelle avvenute nei giorni precedenti. Era chiaro che il regime socialista era alle strette e che non poteva sopportare altre manifestazioni come quella di Alexanderplatz del quattro novembre. Finita la celebrazione ci recammo a lezione in Università, ma tutti avevamo la testa altrove. Nel pomeriggio eravamo incollati al televisore per attendere notizie su quello che stava accadendo».

La televisione, in effetti, giocò un ruolo piuttosto decisivo quel giorno. Infatti l’esodo incontenibile dei tedeschi orientali iniziò fulmineamente quando la notizia dell’apertura delle frontiere venne annunciata in tivù, quasi per un disguido, alla conferenza stampa del nove novembre seguita alla riunione del Politburo. La vicenda dei cittadini tedesco-orientali rifugiati nell’ambasciata di Praga  aveva risvegliato l’attenzione mediatica occidentale, per cui nella sala erano presenti non pochi giornalisti. Il comunicato del portavoce del Politburo, Günter Schabowski, era iniziato nello stile noioso della cancelleria socialista, tanto che alcuni reporter rimasero a lungo sopiti. Non pareva, insomma, che da quella conferenza stampa potessero trapelare particolari novità.

La piccola folla di giornalisti ridestò la propria attenzione quando un reporter italiano, Riccardo Ehrman, chiese se vi fossero nuove disposizioni riguardo la libertà di espatrio dei cittadini della Germania dell’Est. Schabowski fu colto impreparato. Iniziò a rispondere nel modo oscuro e indiretto tipico della neolingua dei regimi socialisti, finché poi arrivò al dunque: «A quanto ne so, oggi una decisione è stata presa riguardo la pubblicazione di un regolamento che permetta ad ogni cittadino di emigrare». Schabowski guardò il plico di carte che gli era stato consegnato poche ore prima ed estrasse il documento giusto, che cominciò a leggere a grande velocità, quasi volesse evitare di essere compreso chiaramente.
A un tratto i giornalisti sentirono le fatidiche parole: «È possibile richiedere permessi per viaggi privati verso stati esteri senza presentare giustificazioni sulle ragioni del viaggio. Tali permessi verranno rilasciati in tempi brevi». A quel punto altre domande cominciarono ad accavallarsi freneticamente; il giornalista tedesco Peter Brinkmann chiese gridando: «E da quando sarà in vigore?». Schabowski diede di nuovo uno sguardo al testo per cercare risposta, finché trovò queste parole: «Da subito».

G. Schabowski (1929-2015) durante la conferenza stampa del 9 novembre 1989. A destra, i suoi appunti con i temi scottanti siglati «extra».

La conferenza stampa era stata trasmessa in diretta sulle reti televisive della Germania occidentale, ma in brevissimo tempo la notizia passò anche ad oriente: nel giro di mezz’ora migliaia di cittadini si riversarono nelle strade di Berlino Est. Le televisioni di tutto il mondo diffondevano le immagini dell’enorme folla di persone che si accalcava ai valichi per attraversare l’agognato confine e compiere un atto di libertà tanto semplice quanto rivoluzionario. Le guardie di confine erano completamente ignare della decisione del Politburo, poiché il comunicato era stato annunciato senza preavviso, e dovettero far fronte all’evento senza ordini dall’alto.

«Noi seminaristi – ha commentato il professor Schmidbaur – eravamo completamente stupefatti. La situazione correva sul filo del rasoio: se un poliziotto avesse sparato un solo colpo, sarebbe esplosa come una polveriera. Ma quell’enorme folla rimaneva pacifica e gridava sorridendo: “Aprite i varchi! Aprite i varchi! Torneremo! Torneremo!”. Alla fine vedemmo i cancelli aprirsi e la gente correre libera oltre la frontiera. A un tratto anche noi ci alzammo e uscimmo per strada: quella notte folle enormi si radunarono a festeggiare in tutte le città della Germania.

Fu il riscatto di una intera nazione: per tre volte il nove novembre era stato un giorno maledetto, un giorno di caos, di tragedie, di crimini e di vergogna per le nostre più gravi colpe: dopo il nove novembre 1918, quando la nazione cadde nel caos con la disfatta della Prima Guerra Mondiale; dopo il nove novembre 1923, data del tentato colpo di stato di Hitler; dopo il nove novembre 1938, la notte dei cristalli, venne finalmente il nove novembre ’89: nessuno lo organizzò, non fu la conseguenza di un piano, ma venne come il giorno del riscatto e della gloria».

Il ponte Böse lungo la Bornholmer Straße fu il primo passaggio di confine tra le due Berlino ad essere aperto.

Le premesse

C’è da chiedersi chi e cosa abbia provocato questo evento. Due anni prima il presidente Ronald Regan in visita a Berlino aveva pronunciato davanti alla porta di Brandeburgo le famose parole: «Mr. Gorbačev, open this gate. Mr. Gorbačev, tear down this wall!». Queste parole diedero voce al desiderio di molti: con esse si invocava un intervento dall’alto per cambiare la situazione, ma la caduta del muro fu davvero un evento guidato dai potenti di questo mondo? Per rispondere occorre guardare agli eventi più da vicino.

La crisi del confine più odiato in Europa era iniziata nell’estate dell’89. L’Ungheria aveva parzialmente aperto i propri confini con l’Austria e molti cittadini dell’Est ne avevano approfittato per fuggire. In Cecoslovacchia si sviluppò una situazione ancor più delicata: centinaia di tedeschi dell’Est si recarono a Praga per cercare rifugio nell’ambasciata della Repubblica Federale tedesca, scavalcando le recinzioni. Una notevole folla di rifugiati si era accumulata nel perimetro dell’ambasciata e da qui chiedeva rifugio nella Germania dell’Ovest. Dopo estenuanti trattative si trovò un accordo: a partire da ottobre i rifugiati avrebbero potuto espatriare su treni che da Praga portavano ad Ovest, passando però ancora per la Germania Est. La notizia spinse migliaia di cittadini tedesco-orientali a recarsi a Praga; il tre novembre, inoltre, si diede la possibilità ai rifugiati di viaggiare direttamente ad Ovest senza nemmeno passare in territorio tedesco-orientale. Ciò incoraggiò ulteriormente l’espatrio attraverso l’ambasciata di Praga.

Tende per i profughi tedesco-orientali allestite nei giardini di palazzo Lobkowitz a Praga, sede dell’ambasciata tedesco-occidentale. Furono circa 4000 le persone ospitate nell’estate dell’89 (foto dpa).

La Cecoslovacchia stava per trasformarsi in un enorme centro di smistamento per l’espatrio dalla Repubblica Democratica Tedesca, sicché, su pressione del governo di Praga, il Consiglio di Stato tedesco-orientale emise il sei novembre un primo regolamento per permettere l’emigrazione direttamente attraverso i propri confini.

Il documento del sei novembre doveva rappresentare una svolta: il governo tedesco-orientale sembrava aver capito che l’unico modo per sopravvivere era aprire i propri confini uscendo da decenni di isolamento. Tuttavia le nuove regole non cambiavano abbastanza le cose: il rilascio dei permessi d’emigrazione era molto macchinoso e poteva essere rifiutato per qualsiasi motivo. In pratica il regime persisteva nella vecchia idea di mantenere ben chiusi i propri confini. La farsa della finta legge per l’espatrio provocò subito le reazioni negative di Praga, che minacciò di chiudere le proprie frontiere con la Germania orientale.

Si procedette perciò a una revisione del documento. L’incarico fu dato a Gerhard Lauter e ad altri tre funzionari di medio rango giusto la mattina del nove novembre. Non appena iniziarono a lavoraci, si resero subito conto dell’impossibilità del compito loro assegnato: si dovevano concedere facilmente permessi per uscire definitivamente dalla Germania Est ma non si permettevano i viaggi temporanei; nel contempo occorreva evitare che la maggior facilità di emigrazione provocasse un esodo in massa di cittadini dall’Est. Decisero dunque di infrangere la lettera del mandato: aggiunsero un paragrafo che permetteva di varcare il confine con la Germania Ovest anche per viaggi brevi senza bisogno di dichiarare i motivi del viaggio. Grazie a questa modifica chi voleva visitare l’Ovest non era costretto ad emigrare definitivamente.

Il documento fu trasmesso alla riunione del Politburo per essere emendato. Il punto più criticabile del testo era, evidentemente, l’apertura dei confini della Germania Est per viaggi brevi: con poche parole il documento trasformava un confine sino a quel momento blindato in una normalissima frontiera europea. Il testo arrivò alla riunione del Politburo durante un momento di pausa, sicché fu letto in un’aula distratta e semivuota. A questo punto accadde l’impensabile: nessuno si accorse del nuovo paragrafo aggiunto da Lauter e dai suoi collaboratori sul permesso di oltrepassare la frontiera per viaggi brevi. Quando la riunione del Politburo riprese dopo la pausa si votò l’approvazione del documento. Nessuno chiese modifiche sostanziali: tutti infatti si immaginavano che il regolamento riguardasse solo l’emigrazione permanente. La seduta fu tolta senza che alcuno si accorgesse di aver approvato una risoluzione epocale. Il muro, dunque, cadde così: per l’azzardo di quattro funzionari di medio rango, per la distrazione del Politburo e per la domanda di un giornalista italiano. Un miracolo!

 

«“I miracoli accadono, io l’ho visto, ero lì!” Sono le parole di una canzone della cantante tedesca Nena – ricorda il prof. Schmidbaur –. “Novantanove palloncini colorati trasportati dal vento”: il vento del cambiamento, come nella canzone “The wind of change” degli Scorpions, la band di Hannover. Erano questi i canti di quella sera. Nessuno si immaginava che quel regime terribile potesse cadere senza spargimento di sangue. Eppure l’enorme macchina della menzogna si arrestò in un giorno di festa. Il male si rivelò inconsistente. Persone prima temutissime persero in un istante il loro potere».

A chi dobbiamo tutto ciò? Secondo il professor Schmidbaur lo si deve prima di tutto al coraggio di tanti uomini buona volontà: Giovanni Paolo II, con il suo viaggio in Polonia, Lech Wałęsa ed i membri di Solidarność, Vaclav Havel e tanti altri intellettuali. Dietro alla rivoluzione pacifica, combattuta senza un solo colpo di pistola, ci sono anche i cristiani, che hanno cominciato questo movimento pregando nelle chiese. Durante la dittatura comunista i dissidenti e i credenti potevano esprimersi pubblicamente quasi soltanto nelle riunioni di preghiera e nelle celebrazioni liturgiche. In questo modo la speranza che infonde la fede cristiana è pian piano maturata come coscienza comune e questo ha ispirato lo svolgimento pacifico delle grandissime dimostrazioni di piazza di quei giorni.

È importante, dunque, conservare uno spirito ottimista. Nessuno può sapere quando accadono i miracoli, ma i cristiani hanno il dovere di sperare in essi. La sbalorditiva coincidenza dei fattori che portarono alla caduta del muro spinge davvero a credere che, in un modo o nell’altro Dio interviene con la sua mano nella storia. Non si tratta di un miracolismo meccanico: dove, come e quando Dio entra nella storia nessuno lo può sapere; gli uomini devono solo avere il coraggio di sperare e di agire secondo speranza, affinché Dio abbia la possibilità di intervenire. Il Dio vero si rivela e penetra passo passo nella storia proprio in questi paradossi.

Il Mistero di Dio si contrappone sempre alla comprensibilità e alla razionalità degli idoli. La Sua trascendenza incommensurabile, che supera ogni immaginazione umana, è al tempo stesso immanente. Non si può prevedere come Dio agirà nella storia fino al giorno in cui il suo intervento accade. Il cristianesimo è la religione della speranza: è la religione del Dio che ha le mani dentro la storia degli uomini, la religione del Dio vicino. Dio interviene e compie ciò che conduce alla meta che la divina Provvidenza conosce. Questo mondo è perciò destinato a divenire regno di Dio, e Dio realizza il suo regno nel dramma della storia. È un mistero permanente, che rimane fino all’ultimo giorno. Come diceva san Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia», ma sarà l’ultimo giorno.

Paolo Polesana

Dopo la laurea all’università statale di Milano, ha conseguito il dottorato in fisica a Como e ha lavorato nei laboratori laser dell’università di Vilnius (Lituania). Ora è sacerdote diocesano a Bergamo e insegna religione alle scuole superiori. Da diversi anni collabora con l’Associazione Russia Cristiana.

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