8 Giugno 2016

È pronta l’ortodossia al concilio?

Artemii Safyan

Il Concilio panortodosso spaventa molti, tanto che è a rischio. Le discussioni preconciliari, il ritiro di alcuni hanno messo in luce i disordini che travagliano l’ortodossia. Dunque il Concilio è necessario ma può causare sconvolgimenti.

L’imminente «Santo e grande Concilio della Chiesa ortodossa» previsto per la metà di giugno a Creta, resta in sostanza un evento incomprensibile e ambiguo per un gran numero di cristiani russi. Questo dipende in primo luogo dalle enormi differenze che esistono in seno all’ortodossia mondiale. Per lunghi anni i cristiani d’Oriente sono andati orgogliosi del fatto che la tradizione ortodossa è straordinariamente duttile e può realizzare una sintesi con la cultura greca, slava settentrionale e meridionale, araba, americana eccetera. Vladimir Losskij1, che forse meglio di chiunque altro ha propugnato e delineato la linea dello scisma tra Oriente e Occidente, scrive in proposito: «Il termine “orientale” esprime troppe cose insieme: l’Oriente in senso culturale è più multiforme dell’Occidente. Cos’hanno in comune l’ellenismo e la cultura russa? L’ortodossia è stata il lievito di troppe culture, e troppo diverse perché la si possa considerare come la “forma di cultura” della cristianità orientale: le forme sono diversificate ma la fede è una sola. L’ortodossia non ha mai contrapposto alle culture nazionali una cultura che si potesse definire specificamente ortodossa
(…), le differenze antropologiche e culturali – dalla Grecia all’Estremo Oriente, dall’Egitto al Mar glaciale artico – non cancellano l’omogeneità di questa familiarità spirituale, che è molto diversa dalla famiglia spirituale dell’Occidente cristiano»2 .

E tuttavia, questo punto di vista si può applicare alla Chiesa così come gli ortodossi la vorrebbero vedere. Ma la realtà è molto più contraddittoria. La situazione attuale è complicata da tre fattori principali: in primo luogo un folto numero di Chiese locali (russa, romena, georgiana, serba, polacca, albanese) ha acquisito solo di recente la possibilità di avere un’esistenza a pieno titolo nell’ambito delle rispettive giurisdizioni, dopo la caduta del comunismo nell’Europa orientale. In secondo luogo nell’ortodossia odierna è presente un forte nazionalismo, ossia l’idea della Chiesa come unità soprattutto su base nazionale. In terzo luogo, una fetta cospicua dei fedeli degli antichi patriarcati orientali (di Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme, Alessandria) non vive nelle giurisdizioni d’origine, dove subisce persecuzioni inaudite, ma nei paesi dell’Europa occidentale e in America del Nord.
In questa situazione esprimere l’universalità dell’ortodossia diventa sempre più difficile. E nonostante il mistero della comunione ecclesiale che si esprime nella divina Liturgia, la solidarietà tra ortodossi si manifesta molto di rado. Viceversa, si assiste regolarmente a rotture tra le Chiese locali.

Questa situazione rende non solo auspicabile ma necessario convocare il Concilio. E quindi sembra ancora più strana, a prima vista, la reazione negativa di un gran numero di ortodossi russi, ucraini e bielorussi.
In Russia, come nella maggioranza dei paesi post-sovietici, ancora oggi non sono state create delle vere scuole teologiche che siano in grado di esprimere giudizi chiari sulle varie decisioni prese a livello panortodosso o intercristiano. La teologia, semplicemente, ha smesso di essere la motivazione delle azioni concrete. Questo lo si osserva in modo particolare se prendiamo il dialogo cattolico-ortodosso: benché negli ultimi tempi, in seguito al tenace lavoro delle commissioni miste, sia stato sottoscritto un gran numero di documenti in cui si spiegano dettagliatamente quelle dottrine che in passato risultavano oscure agli ortodossi, questi ultimi non si sono risolti a cambiare atteggiamento verso il cattolicesimo. La maggioranza, purtroppo, guarda la Chiesa di Roma attraverso il prisma di pregiudizi d’origine quanto mai spuria. Ad esempio, si dice che il dogma dell’infallibilità papale stabilito dal Concilio Vaticano I non sarebbe altro che l’affermazione dell’impeccabilità del papa.
Ma lo stesso atteggiamento negativo si riscontra anche nei confronti del Patriarcato di Costantinopoli, che negli ultimi decenni ha intrapreso degli sforzi veramente immani per cercare di ricomprendere i concetti di universalità e primato nella Chiesa. Sarebbe più corretto parlare di recupero nella coscienza ecclesiale delle categorie con cui ragionavano i Padri della Chiesa, nel periodo dei primi Concili Ecumenici. Ma qui la discussione sana e assolutamente indispensabile sovente si trasforma in un mare di accuse puramente ideologiche e politiche, che non hanno alcun rapporto con la teologia. Ad esempio, alcuni teologi accusano il patriarca Bartolomeo di fare gli interessi politici degli Stati Uniti, e di sminuire l’importanza della Russia indebolendo la purezza della sua fede. Quanto al prossimo Concilio, è visto come un esplicito tentativo di colpire il ruolo leader della Chiesa russa nell’ortodossia mondiale. Il fatto che una posizione così marginale trovi un’eco nella comunità ecclesiale non è un puro caso.

Bisogna dire che la Chiesa ortodossa va avanti da molto tempo senza una precisa concezione ecclesiologica. Già all’epoca dei primi Concili Ecumenici si svolgevano feroci dispute sul ruolo delle cattedre principali del mondo cristiano: si opponevano uno all’altro i sostenitori della pentarchia (che rappresentava il primato delle Chiese più antiche: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme), e coloro che attribuivano a una sola cattedra la voce decisiva (e qui si intendeva soprattutto Roma). Se la Chiesa cattolica, a partire da san Leone Magno, ha elaborato un’ecclesiologia basata sull’idea della continuità del ministero petrino nella persona del papa, la Chiesa ortodossa non è arrivata a nessuna conclusione precisa. Per lungo tempo, in base a un tacito accordo, Costantinopoli ebbe il ruolo guida in quanto capitale dell’Impero; in seguito Mosca ha cercato di appropriarsene. Tuttavia si ha l’impressione che in questo caso a fondamento dell’ecclesiologia ci siano più che altro motivazioni politiche: assume il primato la Chiesa che ha la propria cattedra nella capitale della nazione cristiana più influente. Naturalmente non vogliamo dire che la concezione ortodossa della Chiesa sia basata sulla politica e non sull’Eucaristia e la teologia. Tuttavia, un problema cruciale come il primato, e quello dell’espressione dell’universalità ecclesiale che ne discende, sono stati affrontati per molto tempo all’interno di una logica politica.

Con la decadenza e poi la creazione degli Stati ortodossi nel XX secolo si è affermata un’altra posizione: il mondo ortodosso dev’essere costituito da una confederazione di Chiese locali, che di solito coincidono con i confini degli Stati nazionali. Le Chiese più antiche hanno soltanto un primato d’onore e niente più.
Tuttavia la teologia e le scienze religiose nel XX e XXI secolo hanno fatto passi da gigante. L’idea del primato si è purificata dalle forme caricaturali e cerca un nuovo fondamento. E nonostante che la Chiesa ortodossa russa guardi tutto questo con grande cautela (soprattutto a causa dello scisma in Ucraina), è partecipe a pieno diritto del dibattito. Ma questo fa infuriare molti ideologi di tendenza nazionalista, i quali vedono in tutto questo soltanto il desiderio delle Chiese greche di istituire una dittatura «papista», innanzitutto in Russia.
La mancanza di un’ecclesiologia sistematica permette loro di sostituire la teologia con svariati schemi istoriosofici, il più noto dei quali è «Mosca terza Roma». Al posto della Sacra Scrittura, dei Padri, dei maggiori pensatori ecclesiali contemporanei questi ideologi preferiscono citare le profezie di certi starcy, possibilmente espunte dal contesto, oppure semplicemente attribuite loro. Il fatto poi che la maggioranza dei fedeli russi non sa l’abbicì della teologia, induce turbamento nelle menti e nei cuori.
Proprio per questo l’imminente Concilio produce una grande ansia tra i suoi fautori, cui appartiene l’Autore. Che sia indispensabile è cosa evidente, ma è evidente altresì che potrebbe causare vari sconvolgimenti dentro l’ortodossia. Perciò la domanda principale è se siamo pronti al Concilio. Io penso che, se non fosse così, un intellettuale e teologo di vaglio come il patriarca Bartolomeo non avrebbe preso la decisione di convocarlo così presto, dato che lo si sta preparando da decenni. E tuttavia il rischio di scismi resta estremamente grande, a tutt’oggi.

Artemii Safyan

Moscovita, storico, filosofo, pubblicista. Dottorando in filosofia presso l’Università Lomonosov di Mosca. È specialista in filosofia moderna e patristica.

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