1 Marzo 2019

Non abbiamo combattuto per amore. La guerra civile russa in mostra

Tat'jana Avilova

All’Archivio di Stato Federale di Mosca sono in mostra i documenti della guerra civile russa. Documenti epocali che hanno cambiato il corso della storia. La potenza dei nudi fatti è ancora in grado di parlarci, richiamandoci inesorabilmente alla realtà.

Archivio di Stato della Federazione Russa. Entro e mi si avvicina un vecchietto sugli 80, che mi dice tutto agitato: le devo far vedere una cosa. Vado a vedere: a destra c’è l’Appello dell’imperatore al popolo, del primo agosto 1914 [l’entrata in guerra], accanto, datato pochi mesi più tardi, lo slogan di Lenin: «Trasformiamo la guerra imperialista in guerra civile!».
Il nonno prorompe: ma com’è possibile? Lenin voleva la pace!
Cerco di spiegargli gentilmente che non è affatto così.
E lui esclama: Ma allora era un nemico della Russia!
In effetti, accettare una scoperta di questa sorta non è facile, e lui, finché l’ho seguito, ha cercato di intavolare il discorso sull’argomento con tutti i visitatori che gli capitavano a tiro…

La mostra è ricchissima di documenti autentici, fotografie, manifesti, oggetti, e tutto questo ha un enorme impatto sulla mente e il cuore, così che si comincia a percepire l’epoca: l’Atto di abdicazione di Nicola II; le querimonie di Kerenskij contro Kornilov; la proclamazione del Terrore rosso; i volti bellissimi dei generali bianchi; il rapporto sul suicidio di un ufficiale; il telegramma da Ekaterinburg [dov’era prigioniera la famiglia imperiale] in cui si dice che i membri della famiglia hanno subito la stessa sorte del capo ma la versione ufficiale sarà che sono morti durante l’evacuazione; l’emigrazione forzata dell’Armata bianca; la spiegazione da chi e perché sono stati chiamati «bianchi». E molto, molto altro ancora.

E poi ci sono le amare parole del tenente generale Michail Diterichs:

«Noi non abbiamo combattuto mossi da un sentimento di amore gli uni per gli altri, né con la coscienza di portare su di noi la Croce del Signore, ma pieni di un profondo e spaventoso sentimento di odio, di un rancore implacabile verso il regime sovietico. I nostri combattenti non morivano con la coscienza di dare la vita per un infinito amore del vicino, dei confratelli, del prossimo, ma con la coscienza di un odio inestinguibile per il nemico; ed era da questo orrendo odio, non dall’amore, che traevano le forze per lottare, per immolarsi. Chi ha colpa della punizione divina che ci ha colto? Siamo tutti colpevoli, e ciechi».

Tat'jana Avilova

Nata a Vladivostok, vive a Mosca. Geofisico, candidata in scienze fisico-matematiche. Dal 1991 fa parte della Confraternita ortodossa della Trasfigurazione. In questo ambito è impegnata nel recupero della memoria del totalitarismo e delle sue vittime.
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