27 Giugno 2023

Abbiamo ancora un volto?

Vera Fedorova

Arrivati sull’orlo della guerra civile i russi non abbozzano reazioni, perché? Troppo a lungo si è giocato con le menzogne, ora non resta che l’apatia. Ma la speranza è più forte anche di questa devastazione.

Una domenica d’estate come tante: a Pietroburgo come a Mosca la gente passeggia per le strade, nei parchi, si ferma a bere qualcosa ai tavolini dei bar. Un’atmosfera di relax in contrasto con la tensione che si misurava solo ventiquattro ore fa, quando – con la Wagner che si avvicinava di ora in ora alla capitale, lo scattare per l’intera regione del regime antiterroristico (sotto il controllo totale e arbitrario dell’FSB), gli allarmati appelli del sindaco a limitare gli spostamenti e a starsene in casa, la prospettiva di una guerra civile, di disordini e scontri per le strade – eravamo tutti incollati a telefonini e tablet a seguire le notizie in tempo reale, oppure nei supermercati a fare incetta di alimentari a lunga scadenza, mentre i voli per i paesi all’estero raggiungibili senza visto andavano esauriti in poche ore. Per non parlare del numero di decolli di jet privati degli oligarchi.

Ma c’è qualcosa che non torna, in tutto questo: la totale – almeno apparentemente – assenza di emozioni, le facce di pietra della gente, l’impassibilità, sordità di fronte al succedersi di notizie e scenari drammatici e contrastanti;

di fronte alle esternazioni di Prigožin che il venerdì ha spiattellato nell’arco di mezz’ora tutte le verità sulla guerra di aggressione russa che la propaganda putiniana aveva accuratamente nascosto e camuffato nell’arco di un anno e mezzo; di fronte al discorso alla nazione del presidente, che al mattino ha evocato lo spettro del 1917, così come di fronte alle rassicuranti dichiarazioni di Lukašenko e della sala stampa nel pomeriggio (non è successo niente, è rientrato tutto, in fondo nessuno ha fatto niente di male). È come se ormai la gente si fosse costruita una corazza, avesse alzato un muro di gomma contro cui qualsiasi colpo sembra rimbalzare senza lasciare il segno.

Certo, in realtà si sta in ansia, si ha paura, si tenta di fare dei piani per mettersi in salvo – ma tutto questo in sordina, in totale solitudine o al massimo insieme alla cerchia ristretta dei familiari, obbedendo all’istinto vitale ma senza che questo si trasformi in giudizio, in comunicazione e condivisione, senza lasciar trapelare niente all’esterno. Reazioni? I pochi corrispondenti delle tv estere che cercano di «far cantare» i russi vecchi e giovani in giro per Mosca non ne cavano molto: «Non voglio pensarci, è passata…», «Niente panico, per favore!», e via di questo passo.

Abbiamo volto

A Mosca vengono rafforzate le misure di sicurezza. (Vedomosti)

Tra la lettura della stampa occidentale che vede nei fatti del 24 giugno un colpo decisivo alla reputazione e al potere dello «zar», e le reazioni della gente in Russia c’è un abisso: qui tra le persone più attente e critiche c’è al massimo la convinzione che si sia trattato di uno spettacolo recitato secondo un copione concordato dall’inizio, ma che il potere non vacilli affatto; la maggioranza, poi, vede Putin rafforzato da questa «crisi» (ma è stata veramente una crisi?), con le mani più libere nei confronti del suo entourage.

Dunque le cose riprendono il corso di prima, in una crescente apatia di fronte alle mezze verità e patenti menzogne da cui siamo bersagliati: si tratti di Putin, di Prigožin, di Kadyrov, in fondo, che differenza fa?

Clan mafiosi in combutta o in lotta fra di loro, banditi con la mimetica o in giacca e cravatta, ma con le mani ugualmente lorde. Nessuno lo dice apertamente, nessuno vuole neppure pensarlo, ma lo proclamano fragorosamente il vuoto in cui cadono le dichiarazioni del presidente, la mancata acclamazione dello «zar», l’assenza di qualsiasi manifestazione pubblica di sollievo per lo scampato pericolo, quando sabato sera si è diffusa la notizia del ripiegamento della Wagner, così come non c’è stato nessuno che abbia alzato un dito per resistere alla sua avanzata, e nemmeno per sostenerla. Di quale coesione e compattezza della società di fronte alla rivolta parlasse il presidente lunedì sera, non ci è dato saperlo: la società è semplicemente polverizzata.

Proprio in queste ore di ansia mi è capitato tra le mani un coraggioso libro della giornalista Zoja Svetova (uscito anche in italiano nel 2019, Gli innocenti saranno colpevoli), che l’altrettanto coraggioso editore pietroburghese Ivan Limbach ha rieditato in questi ultimi mesi insieme al testo Esperimento di biografia di suo padre, lo scrittore dissidente Feliks Svetov. Zoja ha scelto il genere del romanzo documentario per narrare – fra tante – due storie reali di persone innocenti fatte condannare dai Servizi per i propri scopi negli anni 2000 (agli inizi dell’era Putin, quando ancora la corruzione del sistema non aveva raggiunto i livelli attuali), lo scienziato Igor’ Sutjagin con l’accusa di spionaggio, e una ragazza cecena, Zara Murtazalieva, con l’accusa di preparare un attentato terroristico. Seguendo al fianco degli avvocati difensori il loro iter giudiziario, l’autrice ci accompagna a scoprire come, facendo biecamente uso di corruzione, pressioni e ricatti, in questi ultimi vent’anni sia stato elaborato un meccanismo in grado di trasformare dei cittadini – giudici, avvocati, giurati – in complici di un ente criminale, e di asservire le istituzioni e la giustizia a uno Stato mafioso, criminale.

L’«assenza di volto» che all’interno della società russa pesa così tanto sulle sorti della guerra parte dunque da lontano,

è l’esito di un virus inoculato da anni nelle pieghe della società facendo leva sui peggiori istinti, complessi e paure, e che ha come sua prima conseguenza la paura di giudicare, di scegliere la verità e di assumersene la responsabilità e le conseguenze. Ma da questo virus – ed è questo che mi sto ripetendo in queste ore – è sempre possibile riprendersi, guarire, come paradossalmente ci mostra, nel testo della Svetova, chi si ritrova senza colpa in lager, spogliato di tutto, ma scopre l’umanità come sua unica, significativa ricchezza. Come dice a Zoja la ragazza cecena, durante il loro colloquio nel parlatorio del lager: «Non voglio loro male. Non sono ancora riuscita a capire se ci siamo incontrati per caso, oppure mi abbiano avvicinato su incarico di qualcuno. Li perdono… Sono disposta perfino a perdonare la giudice. Una cosa sola non riesco a capire: come abbia potuto emettere la condanna. Eppure sapeva, l’ho visto dai suoi occhi, sapeva che ero innocente».

Volto

Una fermata vuota del metro di Mosca lo scorso 24 giugno. (msk1.ru)

Nella sua introduzione al volume Filipp Dzjadko, figlio di Zoja anche lui giornalista, rievoca l’ultima parola di suo nonno Feliks Svetov al processo che nel gennaio 1986 lo condannò per i suoi libri «contenenti notizie deliberatamente distorte, infamanti l’Unione Sovietica»: «Ho vissuto una vita felice. Per tutta la mia vita cosciente, oltre trent’anni, mi sono occupato di ciò che amavo. Ho lavorato molto e sono stato felice. Nei miei romanzi, racconti, articoli ho scritto sempre la stessa cosa, anzi in tutti questi anni ho scritto sempre lo stesso libro – perché mi interessavano solo i problemi morali, la coscienza, la via che può percorrere l’uomo contemporaneo, gravato da tutto ciò che grava il suo mondo, il XX secolo».

Zoja e il marito Viktor, seduti nell’aula, in quegli istanti cercavano di imprimersi nella memoria ognuna delle sue parole, perché non scomparissero per sempre. Zoja, poi, collaborando nella sua attività giornalistica alla difesa dei diritti umani e lavorando per otto anni nella Commissione pubblica di sorveglianza di Mosca avrebbe avuto modo di raccogliere numerosi materiali sui sistematici abusi della magistratura e sulla reale situazione esistente nelle carceri:

vicende umane che le hanno cambiato la vita – non solo aprendole gli occhi sul male agghiacciante che a volte nella lettura ti prende alla gola, ma comunicandole una speranza che nasce proprio dal loro interno.

Leggiamo, infatti, nella postfazione che Zoja Svetova ha scritto per la nuova edizione del volume, datata 30 settembre 2022: «Dieci anni fa scrivevo: “Non sono d’accordo con chi dice che la Russia non ha futuro. Perché, per quanto possa suonare enfatico, il futuro dipende da ciascuno di noi. E senza speranza non si ha la forza di restare nel nostro paese. Come non aveva senso viverci negli anni ’30, ’70 e ‘80”. Oggi, nel momento in cui decine di migliaia di miei connazionali lasciano la Russia, queste parole suonano ancora più idealiste di dieci anni fa. Ma la mia speranza resta».

volto

Zona vicino a piazza Lubjanka il 24 giugno scorso. (msk1.ru)

Anche la famiglia di Zoja ha vissuto negli ultimi mesi il dramma della separazione che ha segnato moltissimi in Russia, Filipp si è trasferito nel febbraio 2022 in Germania. Ma anche per lui la sfida resta aperta, come leggiamo nelle parole finali della sua introduzione: «In questo buio anno 2022 sono due libri che si leggono come se fossero scritti oggi. Anzi come un unico libro. La fucilazione del padre di Feliks Svetov e il lager di sua madre, le persone ingiustamente condannate, i destini spezzati, l’ingiustizia che urla attraverso tutti i pertugi. Il “mondo russo” folle e implacabile, che sotto Stalin, oppure sotto Putin cerca di annientare l’umano nell’uomo, di rubare alla gente e al paese il futuro.

Ma questi due libri hanno anche un altro elemento in comune. E io penso che sia il più importante… Quale? La speranza, probabilmente. Nonostante tutto. Entrambi parlano della vita, che trionfa secondo vie che la scienza non conosce. Libri scritti da persone di una tale forza da consentire loro di dire, in un’aula processuale: “Ho vissuto una vita felice”.

Questa esperienza di biografie libere e di misteriosi sapere ci è necessaria oggi come non mai.

Infatti, sia Zoja Svetova, mia madre, sia Feliks Svetov, mio nonno, non fanno né possono fare qualcosa che sia privo di speranza. C’è sempre una luce in quello che narrano.

Feliks Svetov trascorse al confino meno della condanna inflittagli dall’attuale presidente della Corte suprema per attività antisovietica. Nel giorno della condanna, quando tutto intorno era buio, chi avrebbe potuto prevedere che di lì a un anno e mezzo tutta la famiglia e gli amici avrebbero accolto all’aeroporto con i fiori Feliks Svetov e sua moglie Zoja Krachmal’nikova di ritorno dalla deportazione?… Chi avrebbe potuto sapere quel giorno che sua figlia, che tra le lacrime cercava di mandare a memoria “l’ultima parola” del padre, avrebbe scritto un libro che avrebbe proseguito la sua opera, l’opera di un uomo che sapeva essere felice nonostante tutto? E avrebbe continuato a discorrere con lui del paese da loro amato nonostante tutto, della possibilità di scegliere e di essere liberi. Della via che può percorrere l’uomo, pur gravato da tutte le sciagure del mondo moderno, e della sua speranza.

Chi avrebbe potuto prevederlo? Questo è un appello a tutti».


Foto di apertura: msk1.ru

Vera Fedorova

Vera Fëdorova, pietroburghese, pubblicista e storica dell’arte.

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