20 Marzo 2020

La strana serietà di ciò che accade. Roma in tempi di pandemia

Ol'ga Sedakova

Cronaca della quarantena romana vista con gli occhi della poetessa russa, che ama l’Urbe come una seconda patria.

A Roma la vita normale è andata cadendo come cadono una dopo l’altra le tessere del domino.
Le linee si facevano chiare: tutti i luoghi pubblici, ma i tempi rimanevano imprevedibili. La Città si svuotava, ma non si è trasformata subito in un deserto irreale.

Io e Tat’jana ancora riuscivamo a vagabondare, facendo il giro dei luoghi più famosi che di solito sono sommersi dalla folla dei visitatori. La fontana di Trevi, in tutto il suo splendore, brillava e mormorava per noi sole. Era una strana bellezza quella della città senza le persone. C’era qualcosa di minaccioso o di condannato. Mai stata così! Ma ciò che non era mai stato è accaduto, è arrivato con passo forte e fatale, separando una regione dall’altra, un paese dall’altro, un rione dall’altro (anche a Roma ormai non ci si poteva più allontanare troppo da casa), i nipoti dai nonni, quasi tutti da tutti gli altri, alla fine.

E tutto questo è avvenuto non dico senza preavviso. I preavvisi c’erano stati. Dicevano, ad esempio, che dal 15 marzo in città ci sarebbe stata la quarantena stretta. Ma questa è cominciata già l’11. Si parlava del blocco dei voli, ma non si riusciva a sapere la data.

Roma in tempi di pandemia

Premura e speranza

Cerco di ricostruire la cronaca della quarantena romana perché,

una volta tornata a Mosca, mi sono sentita un ospite venuto dal futuro. Perché qui la gente sta così vicina? – mi stupivo. Perché si affolla, perché stanno seduti ai tavoli a bere il caffè? A quanto pare ci si abitua presto a un mondo rigoroso e vuoto.

L’obbedienza degli italiani alle regole annunciate (di solito li consideriamo degli anarchici come noi russi) mi ha sorpreso. Ma anch’io in queste circostanze straordinarie sono diventata molto obbediente. Non posso dire che dietro a una così rapida chiusura di tutto ci fosse una grande paura. A Roma non la si sentiva. I casi di infezione e di morte non erano tanti. Al nord era molto diverso. Adesso, leggendo le notizie da Bergamo, i racconti dei medici, i post degli abitanti, si sente la forza di un’autentica grande sciagura.
A Roma invece, quand’ero lì, c’era come l’enorme attesa di non si sa cosa. La forza di questo non si sa cosa che ancora non era arrivato si poteva misurare dal fatto che nell’attesa si fermava il corso delle cose normali, come il succedersi del giorno e la notte.

Roma in tempi di pandemia

Non è adesso il momento di valutare che significato abbiano questi cambiamenti e cosa succederà poi.
Mi pare fin troppo evidente parlare di cose come la fragilità dell’essere, manifestatasi all’improvviso su scala planetaria, fragilità personale e collettiva di cui il mondo si era praticamente scordato.

Mi paiono fin troppo evidenti le riflessioni sul fatto che mai prima il pianeta ha visto così da vicino la propria interconnessione. Ed è interessante che nel resistere alla sciagura questa civiltà interconnessa scelga una strategia di isolamento sempre più stretto e di chiusura di alcune zone.

«Abbiamo vinto spazio e tempo», e attraverso lo spazio che noi abbiamo vinto si muovono a passo di carica il morbo, la sciagura e la morte. Su questo passo di carica ebbe già a riflettere Orazio, quando lamentava l’invenzione della navigazione marittima. Ma non ho assolutamente intenzione di parlare contro la civiltà.

È proprio la nostra civiltà moderna che spezza la solitudine in cui venivano a trovarsi le persone chiuse in quarantena, nel passato.
A noi resta aperto il rapporto virtuale, che può occupare il nostro tempo non meno dei concerti, conferenze, fiere «reali» di prima. Non avremo l’isolamento. Anche se, certo, non avremo nemmeno le processioni comuni, come nei famosi anni di peste. Né ormai avremo più una simbologia comune.

Per questo ho voluto parlare della strana serietà di quanto accade: strana perché non abbiamo sottomano un’interpretazione pronta.

Roma in tempi di pandemia

Nessuno prima in Europa avrebbe avuto dubbi nel leggere questa sciagura come una punizione divina e un’esortazione al pentimento. Adesso non parlerebbe così neanche il papa. Lui parlerebbe – e parla – d’altro. Parla di attenzione per le persone, soprattutto per i più deboli tra noi. Parla di riconoscenza per la condizione che noi siamo abituati a considerare «normale». Parla di premura e speranza. Di speranza alla vigilia di qualcosa di estremamente insolito.

Mi permetto di terminare questo mio breve racconto con le parole che l’arcivescovo Paolo Pezzi ha appena scritto nel suo messaggio: «Chesterton ha detto:

“Gli uomini contrassegnati dal segno della croce di Cristo, senza perdersi d’animo, camminano nelle tenebre”.

Mi sembra che queste parole si adattino a noi tutti. Noi non possiamo sapere cosa siano queste tenebre, né quanto dureranno, ma possiamo entrarvi senza timore perché ci accompagna la luce di Cristo, di cui rifulge la Croce».

 

Ol'ga Sedakova

Poetessa, scrittrice e traduttrice moscovita, è docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Statale Lomonosov. Erede della tradizione della grande cultura russa, la sua opera è tradotta in numerose lingue e ha ottenuto riconoscimenti, quali il premio Solov’ëv e il premio Solženicyn.

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