9 Settembre 2021

Nel mondo, senza tagliare i ponti. In ricordo di padre Men’

Yves Hamant

Il ritorno dell’anniversario tragico della morte di padre Men’ (1935-1990) riporta ogni volta la memoria di una paternità e ricchezza inesauribili. Yves Hamant, suo amico e biografo ce lo tratteggia vivo e profetico.

Quella domenica 9 settembre 1990, verso mezzogiorno, ricevetti la telefonata da Mosca di un’amica francese d’origine russa, ortodossa. Era andata alla parrocchia di padre Aleksandr Men’ a Novaja Derevnja, 30 km da Mosca. I fedeli aspettavano ma lui non era venuto a celebrare. Poi si era sparsa la voce che avesse avuto una crisi cardiaca. In serata si era saputo che era stato assassinato. Assassinato. Pareva, con un colpo d’ascia.

Il giorno dopo tentai di allertare i media francesi. Ero in contatto indiretto con un giornalista del «Figaro». Ma era in vacanza e rispose un collega. Cercai di spiegargli chi era stato padre Men’, che aveva un’autorità morale pari a quella di Sacharov. Tagliò corto: lei sa chi è l’assassino? Naturalmente non lo sapevo, né più né meno di oggi. Riappese. Sorprendente facilità con cui molti media riescono subito a fiutare tra gli eventi quelli importanti e quelli no.

Il giorno del suo funerale, il patriarca, Gorbačev, El’cin mandarono un messaggio.
Trent’anni dopo la memoria di padre Aleksandr s’impone sempre più come portatrice di una pastorale profetica. L’ostilità che il suo spirito novatore suscitò all’interno della Chiesa comincia a scemare.
Una pastorale per il nostro tempo, non senza consonanze con quella di papa Francesco. Una visione maturata a partire da un’esperienza diversa, in un contesto diverso – sempre però un contesto di secolarizzazione – con uno stile diverso: padre Men’ era un uomo europeo.

Nel mondo, senza tagliare i ponti. In ricordo di padre Men’

(www.alexandrmen.ru)

Al cuore del pensiero e della vita di padre Aleksandr c’era la divinoumanità, per riprendere il neologismo creato da Vladimir Solov’ëv (nelle Lezioni sulla divinoumanità, 1881), che lui spiegava così: « Se per l’ennesima volta dovessimo chiederci in che cosa consiste l’essenza del cristianesimo – disse durante l’ultima conferenza, il giorno prima di essere assassinato –, dovremmo rispondere che è la divinoumanità, l’unione dello spirito umano, limitato e finito, con l’infinità di Dio.
È la santificazione della carne, perché dal momento in cui il Figlio dell’Uomo ha assunto le nostre gioie e i nostri dolori, il nostro edificare, il nostro amore e le nostre fatiche, la natura, il mondo e tutto ciò in cui Lui è venuto a trovarsi, in cui Lui è nato, come Uomo e come Diouomo,
non va più perduto, non è più umiliato, ma è innalzato a un nuovo livello, è santificato».

L’uomo è un essere anfibio, diceva, è chiamato a vivere in due dimensioni; non siamo solamente degli spiriti ma neanche solamente degli esseri biologici.

I sovietici convertiti si sentivano particolarmente divisi tra la loro nuova fede e una società le cui regole escludevano che si potesse essere credenti e buoni cittadini. Spesso erano spinti a nascondere il proprio battesimo anche ai parenti stretti, ai genitori, non solo per precauzione, per paura, ma perché quelli non avrebbero capito.

Padre Aleksandr offriva l’esempio dei primi cristiani. Vivendo in un mondo pagano dovevano affrontare un dilemma: o diventare degli outsider assoluti, o dissolversi nella folla. Invece erano riusciti a conservare il proprio volto senza trasformarsi in una setta, senza tagliare i ponti con gli altri.

Quando ci ritroviamo tra amici cristiani come noi, raccomandava, non dobbiamo immaginarci di essere isolati dal mondo, sotto una cappa di vetro. Quando siamo in chiesa non dimentichiamo che siamo gente del nostro tempo, che vive nel mondo. Viceversa, quando siamo fuori, nei rapporti di lavoro, non occorre ostentare in modo provocatorio che siamo cristiani, però non dobbiamo dimenticare neppure per un solo minuto che siamo dei testimoni. Bisogna che la gente si renda conto che non siamo come tutti gli altri.

Il cristiano deve mantenere sempre l’equilibrio tra i due piatti della bilancia. Ma è un equilibrio che rischia continuamente di rompersi. Tutta la storia del cristianesimo lo testimonia.

«Il mistero stesso della divino-umanità sarà una pietra d’inciampo, come mostra la storia delle principali eresie cristiane. Alcune considerano Cristo come una semplice creatura, altre solo come Dio. Il successo dell’islam conferma una volta di più quanto sia forte la tentazione di tornare a una religione più semplice, dove Dio è tutto e l’uomo niente».

Aleksandr Men'

Alla festa del settimanale «Moskovskij Komsomolec», giugno 1990. (R. Маtkazin)

Metteva in guardia specialmente contro quella che chiamava la tentazione degli Esseni, che forse era stata particolarmente forte nell’Oriente cristiano, ma che oggi si sviluppa anche nell’Occidente cristiano, dove una parte dei cristiani, scoprendosi minoritaria in una società completamente secolarizzata, tende a respingere in blocco il mondo contemporaneo.

Sottolineando la distanza che separa il Vangelo da Qumran, dove si attendeva con gioia maligna la caduta del mondo, sottolineava che gli eremiti del Mar Morto non sono stati solamente i precursori del manicheismo, che malediceva la creazione divina, ma hanno avuto dei seguaci anche tra i cristiani.

In particolare aveva ripreso un articolo di Nikolaj Berdjaev [Due concezioni del cristianesimo, 1932] sulle due concezioni del cristianesimo: quella creativa e quella conservatrice, che si considera straniera nel mondo. E osservava che tra i Padri del deserto, quelli che mettevano l’accento sul perfezionamento interiore erano solo alcuni, mentre nella Chiesa ortodossa erano stati praticamente eclissati tutti gli altri, imponendo così all’insieme dei fedeli un modello proprio del monachesimo.

Quanto ai canoni e ai riti religiosi, riteneva che avessero lo stesso ruolo dell’ereditarietà nella vita degli organismi, e che nessuna innovazione fosse produttiva se si staccava totalmente dalla tradizione. Allo stesso tempo metteva però in guardia dal rischio di fare della tradizione un feticcio.

Un giorno aveva confessato – sorprendendo chi lo conosceva – che anche lui aveva subito la tentazione di un cristianesimo chiuso e soddisfatto di sé, «della cella d’eremita ai piedi di un abete», e di aver dovuto più volte combattere contro se stesso per vincere questa tentazione. Tuttavia, non aveva mai scosso da sé la «polvere» di tutte le cose profane, come capitava spesso ai neoconvertiti che andavano da lui. La differenza tra «profano» e «religioso» non aveva alcun senso per lui.

«È ormai impensabile vivere come se la “religione” fosse un settore isolato. Per questo, ad esempio, dico spesso che non esiste una letteratura profana. Tutti i buoni libri – letterari, filosofici, scientifici – che parlano della natura, della società, della conoscenza, delle passioni umane, parlano di una sola cosa, dell’“unico necessario”. Non esiste una “vita in sé”, indipendente dalla fede.

Da quando ero bambino, tutto gira attorno a un Centro principale. Togliere qualcosa (a parte il peccato) mi sembra un’ingratitudine verso Dio, un’amputazione ingiustificata, un impoverimento del cristianesimo che, al contrario, è chiamato ad impregnare la vita, a donare “la vita in abbondanza”».

I cristiani dovevano parlare ai loro contemporanei agnostici nella loro stessa lingua. Questo voleva dire porre di nuovo, come se si scoprissero per la prima volta, le domande che sgorgano dal Vangelo. Per un vero cristiano un non credente lontano dalla Chiesa può rivelarsi più prossimo dei confratelli affondati nel fariseismo.

Nel mondo, senza tagliare i ponti. In ricordo di padre Men’

(www.alexandrmen.ru)

Bisognava dunque inculturare il Vangelo nella cultura contemporanea in senso ampio. Lui stesso aveva una capacità straordinaria di trovare una lingua comune con ogni contemporaneo.

Se ha avuto un impatto così forte sull’intelligencija sovietica dell’URSS in declino, è perché questa, mentre si distaccava gradualmente dall’ideologia ufficiale, restava comunque segnata da una formazione scientista, e padre Aleksandr sapeva parlarle nel linguaggio della scienza. Ma grazie alla sua immensa cultura, sapeva raggiungerla anche attraverso la letteratura e l’arte.

Yves Hamant

Ordinario di lingua russa e dottore in scienze politiche, ha insegnato presso l’Università di Parigi-Nanterre. È stato attaché culturale dell’ambasciata francese in URSS tra il 1974 e il 1979. È autore fra l’altro di una biografia di padre Aleksandr Men’ pubblicata dalla RC Edizioni.

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