17 Novembre 2020

Parliamo degli armeni, siamo solidali

Antonia Arslan

Se non ricordiamo sempre che la scelta fra bene e male è in noi, come possiamo capire perché popoli interi hanno seguito dei dittatori che hanno voluto sterminare le minoranze? Nostra intervista alla scrittrice.

Per noi tutti Antonia Arslan rappresenta la tragedia del popolo armeno che abbiamo conosciuto proprio attraverso i suoi romanzi, soprattutto La masseria delle allodole. Ma attraverso di lei, oltre alla tragedia, abbiamo conosciuto anche la bellezza stupenda di una cultura profondamente cristiana. Oggi le abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande, sapendo che per lei sono questioni molto sofferte.

Nella vicenda armena viene alla luce innanzitutto la testimonianza cristiana di un intero popolo, ma sicuramente nella regione caucasica si intrecciano anche questioni geopolitiche di grande portata. Secondo lei che peso hanno il primo e il secondo elemento, e come si intrecciano?
Grazie intanto di questa intervista, ne sono molto contenta, anche perché sulla tragedia che si va consumando nell’attuale Armenia e nel Nagorno Karabakh il silenzio della stampa è stato assordante, e ancor più assordante quello delle istituzioni, soprattutto delle istituzioni europee. Per venire alla domanda… La scelta cristiana degli armeni, ossia la loro conversione al cristianesimo come nazione, risale al 301 d.C.; prima di questa data, nel corso del primo e secondo secolo, l’Armenia, allora alleata di Roma, aveva visto oltre a singole conversioni, il passaggio nei suoi territori di apostoli come Taddeo. La data del 301 d. C, si dice, è leggendaria, ma non molto distante da quella reale. In sostanza, è comunque precedente all’editto di Costantino. L’Armenia è quindi la prima nazione che si converte con la sua totalità al cristianesimo, per volontà del suo re Tiridate.

Parliamo degli armeni, siamo solidali

Il monastero di Khor Virap. Sullo sfondo, l’Ararat (Taken, Pixabay).

A questo proposito, una leggenda narra che il re Tiridate aveva cacciato in un pozzo profondo san Gregorio Illuminatore (c’è ancora, poco distante da Erevan, il monastero di Khor Virap, chiamato «pozzo profondo»), perché il santo aveva tentato di convertirlo e di convincerlo a rinunciare alle molte mogli che aveva per tenerne una sola. Gregorio era vissuto nel pozzo per diverso tempo, e la sorella del re lo aveva fatto sopravvivere. Quando poi il re si ammalò, la sorella gli consigliò di ricorrere al santo. Così fu fatto uscire dal pozzo, salvò il re, che si convertì con tutto il suo popolo. A questo fatto leggendario, ma comunque autentico nella sua essenza, è seguita l’identificazione del popolo armeno col cristianesimo, che ha costituito a una sorta di identità religiosa. Com’è stato detto molto bene da un grande condottiero armeno sconfitto, ma rispettato nella sua sconfitta, che si chiamava Vahan Mamikonian nel 450 d. C.:

il cristianesimo per noi è come una pelle, se ci togliete questa pelle moriamo. E il re che lo aveva sconfitto rispettò questa dichiarazione, e lo lasciò continuare a professare la sua religione con il suo popolo.

Quindi di per sé per tutto il Medioevo c’è stata questa forte identificazione, questa quasi orgogliosa identificazione del popolo armeno con la sua versione del cristianesimo che, bisogna ricordarlo, non è l’ortodossia russa o greca, è una via di mezzo. I vescovi armeni, infatti, non raggiunsero in tempo la sede del concilio di Calcedonia e furono poi dichiarati eretici, ma è un’eresia che è stata sanata dalla famosa dichiarazione di papa Giovanni Paolo II insieme al Catholicos di tutti gli armeni, alla fine degli anni ’90. Questa dichiarazione molto solenne proclamava che fra il cristianesimo armeno (chiamato anche apostolico o gregoriano, da san Gregorio Illuminatore) e il cattolicesimo, non c’è differenza di dogma ma solo di rito. È da allora che, negli ultimi vent’anni, i cattolici armeni di rito orientale (come ad esempio la mia famiglia) e gli armeni apostolici si sono man mano riavvicinati. Questo è bellissimo. I due capi, il papa Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin I, siglarono poi l’accordo con la bella mostra su Roma e l’Armenia, allestita nella Biblioteca Vaticana nel ‘99. Questo dato è importante proprio per definire il cristianesimo armeno.

Ma la domanda verteva anche sull’importante questione delle etnie del Caucaso. Qui entriamo in una realtà, quella caucasica, che vede una struttura enorme di montagne, altissima, però peculiare, composta da piccoli altipiani (l’acrocoro armeno) che si situano anche a 1000 metri, ma sono abbastanza pianeggianti e coltivabili. In pratica, le successive invasioni hanno costituito nel Caucaso una miriade di diverse etnie che si sono annidate, ciascuna in una valle, e che sono sempre state abbastanza in lotta fra loro, tanto è vero che a un certo punto la Russia zarista le ha pian piano sottomesse, ma con grande fatica.

Oggi nel Caucaso troviamo tre nazioni, costituite dopo il crollo della Russia zarista, e che negli anni ’20, prima di far parte dell’URSS, hanno goduto di un’effimera indipendenza, e cioè la Georgia, l’Armenia e L’Azerbaijan, costituitosi proprio allora. Le prime due sono cristiane, e la terza è musulmana. Fra loro ci sono sempre stati rapporti tesi. Ma, ed è questa un’origine dei mali attuali, nel 1920 Stalin (che non dimentichiamolo era georgiano), plenipotenziario di Lenin per la Transcaucasia, nel momento in cui sottomise le tre repubbliche e tutte e tre le inserì nell’URSS, divise la parte armena, togliendo due territori all’Armenia: il Nakhichevan che è separato territorialmente dall’Azerbaijan, ma è parte dell’Azerbaijan, e il Nagorno Karabakh, che è all’origine dell’attuale conflitto. Questi due territori erano abitati prevalentemente da armeni, ma sono stati dati all’Azerbaijan come territori autonomi. Dei due il primo, il Nakhichevan, è stato completamente privato della sua identità armena. Gli armeni sono fuggiti, le loro chiese e le testimonianze della loro lunga presenza lì sono state distrutte, perfino i cimiteri, come quello medievale di Djulfa. L’altro, il Nagorno Karabakh, è alla base dell’attuale conflitto…

Davidank

Il monastero di Dadivank (IX-XIII sec.) (J. Nyča, wiki).

Per il suo popolo rimane il grande nodo del genocidio. Per definizione il genocidio è il tentativo di annientare fisicamente un popolo, però penso che nel vostro caso abbia anche altre manifestazioni… è vero?
Beh sì perché, vede, il genocidio è una realtà che non finisce mai se non c’è un atto di riconoscimento da parte del popolo che l’ha commesso, o del governo che l’ha commesso. Nella definizione di genocidio, per come venne stilata nel 1944, la componente del sangue – ossia quella che privò circa un milione e mezzo di armeni della vita nei deserti dell’Anatolia nel 1915-16 e poi in modi diversi ma sempre cruenti fino al 1922 alla tragedia di Smirne, e alla pace di Losanna –, non è l’unica da considerare. Poi quello che segue, il negazionismo, è ciò che continua il genocidio con mezzi diversi, mantenendo aperta nell’animo, nel cuore, nella sensibilità dei sopravvissuti quella ferita che vorrebbero dimenticare e superare. Ci sono molti libri su questo, ma io suggerisco sempre un libro di una studiosa americana che ho fatto pubblicare l’anno scorso I peccati dei padri di Siobhan Nash Marshall che racconta e analizza come la realtà di un genocidio continua nei sopravvissuti e continua finché lo si nega.
Ora la Turchia, erede dei perpetratori, continua a negarlo, e lo fa con ogni mezzo.

Ma nonostante la negazione ottusa e prezzolata di qualche studioso, ormai la quasi totalità degli storici – di moltissime nazionalità, non solo armeni, anche turchi – non ha alcun dubbio sul fatto che si sia trattato di genocidio.

La quantità di testimonianze, prove esterne e documenti è ormai sovrabbondante.
Esce fra poco in Italia il libro importantissimo dello storico turco Taner Akçam che si intitola Killing orders (ho tenuto il titolo in inglese, ma il sottotitolo è I telegrammi di Talat Pasha). Questo storico turco di grandissimo talento e coraggio (è stato anche in prigione ed è poi fuggito), che oggi insegna alla Clark University negli Stati Uniti, che conosce l’ottomano antico, e che conosce bene il suo Paese, è riuscito a verificare e a dimostrare l’autenticità dei telegrammi di Talat Pasha che ordinavano lo sterminio. Quindi parliamo di un portato storico di grandissimo valore perché in pratica sono 90 anni che la Turchia cerca di sostenere che erano falsi, inventati da un intellettuale armeno. Invece Akçam è riuscito a trovare la persona che li aveva venduti, a capire chi fosse, a reperire i documenti, e a verificare la cifratura dei telegrammi e delle trascrizioni, insomma a fare tutto quello che poteva essere utile. Lui stesso a New York due anni fa mi ha detto: questa è la pistola fumante, dopo la quale non si può più dire che non ci fosse premeditazione e volontà di sterminio. Quindi io direi che, in questo senso, quando parliamo di genocidio dobbiamo distinguere fra quelli che sono stati riconosciuti, come il genocidio del Ruanda per esempio o la Shoah, e quelli i cui responsabili ancora si ostinano a negare, perché questo negazionismo incide in modo terribile anche sulla percezione della realtà dei discendenti, sul senso di persecuzione che si prova, sull’impressione di essere comunque sempre un possibile bersaglio.  Credo proprio di poterlo dire anche per esperienza personale.

Parliamo degli armeni, siamo solidali

Dadivank (vahemart, wiki).

Di fronte a questa voluta dimenticanza quello che lei personalmente ha fatto è importantissimo, ma il lavoro sulla memoria continua; noi occidentali come possiamo prendervi parte?
Io credo che da questo lato, proprio l’Italia sia un esempio perché, vede, la realtà del popolo armeno è quella di essere solo per una piccola parte (circa 2 milioni e mezzo di persone) collocato ancora in una zona della sua sede storica. Non bisogna mai dimenticare che ciò che noi oggi chiamiamo Armenia è, rispetto all’Armenia del 1915, una parte corrispondente a una regione di montagna; come se dell’Italia sopravvivessero solo il Bellunese, il Trentino e la Lombardia del Nord. Una regione di montagna, quindi ovviamente con le caratteristiche di una regione di montagna: un dialetto particolare, una lingua particolare e un certo tipo di mentalità. Tutto il resto della grande Armenia storica oggi è la Turchia orientale, dove c’erano 2000 chiese che sono state distrutte, e dove sono stati cancellati anche i nomi: 150.000 nomi di luoghi, villaggi, città, fiumi, montagne, tutto è stato cancellato. Ecco il tema della memoria.

La città da cui proviene la mia famiglia che si chiamava Kharpert o Kharput è diventata Elazig per esempio, e tutto è stato cambiato, perfino il nome del monte Ararat, che è il monte simbolo dell’identità armena. Questo va sempre ricordato. Ora, la piccola parte di armeni di montagna che è rimasta sotto la Russia, e che ha ricevuto parecchi profughi sopravvissuti, è l’Armenia attuale. Ma il resto degli armeni fuggiti, il mezzo milione di sopravvissuti, si è sparso per il mondo e ha costituito la diaspora. Oggi la caratteristica del popolo armeno è che la diaspora è più numerosa della popolazione dell’Armenia indipendente. In diaspora, fra armeni al 100% e mezzosangue come me, saremo circa 6 milioni, diffusi naturalmente in modo irregolare nel mondo, ma soprattutto in Francia dove gli armeni sono più di mezzo milione, in Russia e negli Stati Uniti dove invece sono più di un milione.

Curiosamente, l’Italia è un paese dove gli armeni sono pochissimi, poche migliaia, nonostante abbiano a Venezia, nell’isola degli armeni a San Lazzaro, una delle loro sedi storiche più importanti, anche da un punto di vista culturale. Lì c’era anche un bellissimo collegio armeno, un liceo dove ha studiato anche mio nonno, oltre al poeta Daniel Varujan che io ho tradotto. Ma sostanzialmente la maggior parte degli armeni che sono approdati in Italia sono poi ulteriormente emigrati verso la Francia. Ora, la caratteristica dell’Italia è che nonostante abbia così pochi armeni, li conosce abbastanza, tant’è vero che non solo ha riconosciuto due volte il genocidio armeno in parlamento nel 2001 e nel 2019 – che è già una grande cosa, – ma ha anche dato il maggior numero di turisti che hanno scelto l’Armenia come meta di viaggio. Sono andati, hanno conosciuto, hanno visto, hanno trasmesso il loro entusiasmo.

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Dadivank (sedrakGr, wiki).

Poi c’è stato il mio libro: La masseria delle allodole, che si è diffuso moltissimo, è arrivato oggi alla 41esima edizione, una cosa incredibile per un libro così. I fratelli Taviani se ne sono innamorati e hanno fatto un bellissimo film, superando mille ostacoli e io sarò loro eternamente grata per questo. Infatti, come tutti sappiamo, i film (e in genere la televisione, le serie tivù, ecc.) sono un grande mezzo di diffusione della conoscenza, ma in Armenia queste attività non sono molto usuali, perché lì l’ostilità e il negazionismo si esercitano molto fortemente. Tutto questo fa sì che in Italia ci sia una diffusa conoscenza che gli armeni esistono e che hanno subito questo terribile genocidio. Attivare la memoria in Italia non è quindi difficile.

Ma per esempio adesso, con la tragedia del Karabakh, i giornali hanno reagito pochissimo e questo perché ci sono altri motivi concomitanti che suggeriscono il silenzio, il silenzio assordante, come dico sempre, dell’Unione Europea e del nostro governo. Ma paradossalmente molti comuni hanno di nuovo affermato il diritto del Karabakh a sopravvivere.

Molti gruppi e molti singoli hanno scritto lettere di solidarietà. Questo è bello secondo me, è molto interessante, tant’è vero che tutta la diaspora sta studiando il caso italiano. Qui molta gente è al corrente, solo che il lavoro della memoria non è semplicemente sapere che quella volta è successa una tragedia, la memoria deve farci ricordare che può succedere di nuovo.

Non solo noi come armeni (certo, come armeni portiamo sulle spalle un senso di precarietà continuo, una sottile angoscia che ci consuma), ma tutti dobbiamo tenere presente che è una cosa che purtroppo può succedere, che bisogna essere vigili, attenti, bisogna scegliere il bene. Se non sappiamo e non ricordiamo sempre che la scelta fra il bene e il male è in noi, come possiamo capire il perché popoli interi hanno seguito dei dittatori che hanno voluto sterminare le minoranze? Come risulta dal libro di Taner Akçam, una cosa interessantissima è che il popolo turco, il popolino turco, inizialmente non era affatto favorevole a sterminare gli armeni, ci convivevano abbastanza pacificamente, magari litigavano fra loro, magari ogni tanto li accoppavano pure, ma non c’era la volontà di sterminio totale, tanto è vero che alcuni dei telegrammi di Talat Pasha lo dicono chiaramente e questo, secondo me, è importante. Perché? Perché nel momento in cui tu vuoi coinvolgere un popolo devi far intervenire altri sentimenti, sentimenti a cui la gente cede facilmente come l’avidità, la voglia di possesso, di appropriarsi dei beni altrui. Quando hanno fatto capire al popolo turco che poteva prendere i beni degli armeni, allora è stata fatta. Perché sennò continuiamo a domandarci come mai i tedeschi avevano Dachau a 20 km da Monaco e facevano finta di non saperlo. C’erano anche tutti i beni degli ebrei di mezzo.

Hovhannes Hovhannisyan

Padre Hovhannes Hovhannisyan (facebook).

Noi siamo abituati a identificare il popolo armeno con la sua fede cristiana, ma quello che sta avvenendo adesso a Erevan in questi giorni ci pone un interrogativo: questo legame non è andato smarrito? Questa crepa nell’identità, questa crisi interna non è alla base della sconfitta odierna?
E questa è una buona domanda, ma è una domanda a cui non so assolutamente rispondere. Io sono andata molto spesso in Armenia, sono andata in Karabakh tre-quattro volte, è un paese stupendo, e posso dire questo: l’identità cristiana armena è stata certamente violentata da settant’anni di regime sovietico, perché in quel periodo la religione ha subito gravi limitazioni. Devo però dire che in Armenia l’atteggiamento dei sovietici è stato meno feroce rispetto ad altre parti, hanno lasciato le chiese intatte, hanno lasciato che esistesse il Catholicos, ma naturalmente i bambini non venivano battezzati, la gente non doveva andare in Chiesa, e così via. C’era ancora un senso sotterraneo di rispetto per la religione, ma naturalmente non era consentita la frequenza.

Quando il regime sovietico è caduto evidentemente si sono accorti di questo patrimonio architettonico, di queste chiese fantastiche che però erano da restaurare, moltissime erano abbandonate, dunque c’è stata la ricostruzione.

Può essere che questa ricostruzione sia stata, come dappertutto nel mondo cristiano, basata più su apparenze esteriori che sull’educazione interiore, e anche che la modernizzazione occidentale abbia fatto breccia, in parte; credo però che nel profondo gli armeni siano ancora legati al loro cristianesimo, e credo che naturalmente sentano queste radici nel momento del bisogno.

Mi è arrivato un testo in cui si parla delle chiese che saranno abbandonate perché gli azeri hanno riconquistato i sette distretti che avevano perso nella guerra del ’92-’94 e lì ci sono alcuni dei più bei monumenti armeni medievali. C’è una chiesa stupenda a Dadivank, un posto che mi ha trasmesso un’energia spirituale incredibile, dove l’architetto Arà Zarian e la sua collaboratrice hanno ritrovato dei bellissimi affreschi sotto uno spesso strato di calce.  Gli affreschi medievali armeni sono quasi tutti scomparsi proprio perché sono stati oggetto di molte invasioni, e questi affreschi straordinari finiranno in mano azera: forse si dirà che non sono cristiani, o forse si distruggeranno, …chi lo sa. Questo è quello che succederà. Mi è arrivato il messaggio che il prete armeno, padre Hovhannes che ho conosciuto 2 o 3 anni fa, non si è ancora mosso dalla sua chiesa, e assieme a lui i suoi parrocchiani. Faranno un’ultima funzione religiosa, e fra qualche giorno la dovranno abbandonare. È una cosa che strazia il cuore, però dobbiamo comunque avere la fiducia che il Signore è lì presente, e ci porta Lui dove vuole.

Il servizio di RIA Novosti dedicato al monastero di Dadivank: «Gli armeni dicono addio all’antico monastero»:

Antonia Arslan

Scrittrice, traduttrice e accademica di origini armene. Laureata in archeologia, è stata per molti anni professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Tra le sue pubblicazioni e traduzioni ha un posto particolare la storia delle persecuzioni e del genocidio subìti dalla popolazione armena, come Metz Yeghèrn, Il genocidio degli Armeni di C. Mutafian, o il suo romanzo La masseria delle allodole (Premio Stresa,  finalista del Premio Campiello).

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