14 Novembre 2018

Tolstoj non è un cocomero…

Giovanna Parravicini

Poco prima della rivoluzione la società russa si spaccò a causa di Tolstoj, polo d’attrazione e repulsione, idolo ed eretico. Un cuore inquieto che rifiutava le forme costituite e si stupiva dell’essere, ci indica oggi l’instancabile ricerca della verità.

«Peccato che con Tolstoj non si possa fare come con un cocomero e tagliarlo a metà, per tenere solo quello che ci piace e buttare il resto dalla finestra»: cioè tenere la «metà sana», quello che ci fa comodo – l’artista e il romanziere, e buttar via invece il «marcio» – lo scomodo pubblicista e filosofo religioso. Queste parole, scritte dal corrispondente del giornale «Kazanskij telegraf» nel 1908, alla vigilia dell’ottantesimo compleanno dello scrittore, sono ancor oggi attuali in Russia nella recezione della figura e dell’eredità di Lev Tolstoj: la personalità di Tolstoj continua a essere un polo di attrazione e repulsione, un idolo e un eretico, insomma un forte segno di contraddizione.

Nel 1908 in Russia divampò una rovente polemica sul fatto di celebrare o meno gli ottant’anni di un personaggio che per alcuni rappresentava una sorta di profeta della verità evangelica – di contro al formalismo dell’istituzione ecclesiastica – mentre per altri era un «tizzone d’inferno», come ebbe a dire padre Ioann di Kronštadt, una vera e propria incarnazione diabolica. 

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Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca collabora con la Nunziatura Apostolica e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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