22 Febbraio 2024

Ucraina: abbiamo sofferto troppo per mollare

Kristina Ursuljak

Due anni di guerra, all’inizio speravamo di non arrivare a tanto. Cosa ne pensano gli ucraini, ad esempio Kristina, che sin dal 2022 ci racconta il suo dramma? Intervista di Marta Dell’Asta.

Siamo già alla fine del secondo anno di guerra. Ricordo la prima volta che ti ho intervistato, quando hai detto apertamente che non bisogna odiare. Ventiquattro mesi dopo, i tuoi sentimenti sono cambiati?
Sì, i miei sentimenti sono cambiati, perché abbiamo vissuto innumerevoli tragedie: non solo c’è stata la guerra in sé, ma sono stati commessi molti atti di disumanità, assolutamente incomprensibili e gratuiti, come quando hanno fatto esplodere la diga della centrale idroelettrica di Kachovka, distruggendo di fatto un numero enorme di villaggi, allagando le città. Sono atti ingiustificabili. Anche sulla linea del fronte si sono verificati bombardamenti martellanti, come nel terribile mese di maggio, quando ci bombardavano tutte le notti e non riuscivamo quasi mai a dormire. È stato il mese più brutto della mia vita, perché di giorno lavoravamo e di notte dovevamo stare nei rifugi.

Quindi è naturale che i sentimenti siano cambiati, perché siamo molto stanchi e forse proviamo anche molto disprezzo. Io non provo odio ma, direi, disprezzo, e non voglio avere niente a che fare con gente che agisce così. Spesso sento dire che bisogna iniziare un cammino di riconciliazione.

Quando sento parlare di riconciliazione e anche di perdono, mi viene da pensare che sì, è assolutamente necessario, ma che potrò iniziare questo cammino quando ci sarà qualcuno che la smetterà di distruggermi.

Per perdonare, dev’esserci prima qualcuno che chieda perdono, o che almeno la smetta di lanciarmi addosso dei missili. Perciò sono moltissimi i sentimenti e le emozioni che sto provando. Ho partecipato ai funerali di alcuni miei amici, ho subìto profonde ferite personali che hanno suscitato in me vergogna e dolore.

Quest’anno è stato ucciso un mio amico, un compositore e musicista geniale, di grande talento, e io mi sono vergognata molto che lui sia morto e io continui a vivere, perché lui ha scritto della musica eccezionale, e sento che mi hanno portato via un amico straordinario, una persona molto profonda, e non so come fare senza di lui. E guardo ciò che sta accadendo attraverso il prisma di queste morti assolutamente incomprensibili…

Quindi all’inizio della guerra pensavi che perdonare fosse più facile, ma poi hai scoperto che tanto facile non è…
Per perdonare ci vuole una seconda persona. È molto facile perdonare in teoria, quando non ci sei dentro. Ma quando ti trovi addosso questi sentimenti…
Grazie a Dio oggi non vivo sulla linea del fronte, non vedo la morte ogni giorno, non mi tocca direttamente. Piuttosto provo paura, impotenza, stanchezza e altri sentimenti, ma in questo caso non c’è niente da perdonare, non devo perdonare qualcuno perché ho paura. Forse il problema del perdono diventa più urgente per chi ha perso i figli o il marito in guerra. In queste persone vedo moltissimo dolore e odio. Ma mi consola il fatto che non vedo tanto la voglia di vendicarsi, quanto piuttosto il desiderio che la guerra finisca e che i russi se ne vadano. Almeno, personalmente mi viene da dire: ma lasciateci in pace! Lasciateci vivere come vogliamo, nel nostro paese, secondo quello che sentiamo e desideriamo.

Noi non capiamo cosa volete, per cosa continuate a combattere, per quali valori. Il primo anno sentivamo ripetere spesso lo slogan ideologico che qui c’erano i nazisti, che noi eravamo persone orribili. Ora che siete venuti qui, avete visto che non è così. Allora perché continuate a combattere? Che senso ha? Più a lungo dura la guerra, più la questione dei valori passa in secondo piano… Noi capiamo bene per cosa stiamo combattendo: lo facciamo gli uni per gli altri, per la nostra terra, la nostra casa. Ma per cosa combattete voi, non si sa.

Per quanto riguarda il perdono, penso che sia cambiato molto: dopo la morte del mio amico Sereža capisco che vedo certe cose attraverso il prisma di questa ferita. Perché dopo questa morte è cambiata la percezione della vita, adesso sento che la vita ha un’altra consistenza, e quindi in questo senso c’è stato un grande cambiamento.

Ucraina: abbiamo sofferto troppo per mollare

Evacuazione a Cherson dopo la distruzione della diga di Kachovka. (S. Kravajnyj, Astra)

Pensi che tutti i tuoi amici, parenti e conoscenti siano cambiati come te?
Sì certo, almeno tutti quelli che come me hanno smarrito la percezione del mondo come un luogo sicuro. Prima ho sempre vissuto in un mondo in cui potevo prendere il pullman e andare in qualsiasi parte dell’Ucraina, viaggiare, andare in vacanza. Adesso, quando vado a fare una passeggiata nel bosco, pur sapendo che qui non ci sono stati i russi, ho paura che il terreno sia minato, è una paura irrazionale, esiste solo perché sappiamo con sicurezza che una parte enorme dell’Ucraina è stata minata e lo sarà ancora a lungo; togliere una così grande quantità di mine non sarà questione di anni ma di decenni, quaranta o cinquant’anni, e questo dà un totale senso di insicurezza. Tutti abbiamo perso il senso del mondo come luogo sicuro, della casa come luogo sicuro.

Nel mio ambiente, nella mia cerchia ristretta di amici tutti hanno cominciato a trattarsi con maggior attenzione, valorizzando al massimo l’un l’altro, la vita, i momenti di gioia, perché si ha la sensazione che in qualsiasi istante può arrivare un missile…

E la stanchezza?
È più una stanchezza fisica.

Fisica, non morale?
Io non sono stanca moralmente, perché vivo lontano dalla guerra. Certo, quelli che abitano vicino al fronte o stanno combattendo sono stanchissimi. Per noi che viviamo nelle retrovie la situazione è certamente più semplice, ci stanchiamo solo fisicamente per gli allarmi, i bombardamenti, la sensazione di paura.

Ma ci stiamo interrogando molto sul ritorno a casa dei soldati, come accoglierli, come favorire la loro reintegrazione nella società, come riorganizzare il paese in base al fatto che c’è un gran numero di invalidi e l’Ucraina non è mai stata attrezzata per rispondere ai loro problemi.

Noi che viviamo nelle retrovie oggi siamo posti di fronte a una sfida personale: cosa si può fare per riorganizzare questa società in modo inclusivo? Perché di invalidi ce ne sono già molti e noi dobbiamo prenderci cura di loro; un grande compito per chi sta nelle retrovie è imparare a prendersi cura delle persone che sono rimaste menomate in guerra.

Quindi c’è già il presentimento di un nuovo inizio? State già pensando come continuare a vivere?
Certo, penso che tutti noi interiormente siamo già entrati nell’ottica che questa guerra durerà a lungo, non un anno o due ma anche cinque o sette anni, perché non abbiamo le forze, le risorse e le armi necessarie per farla finire.

Si è osservato molto giustamente che questa è la guerra dei droni e delle tecnologie. Certo, le persone sono più importanti delle risorse, ma quella che è in corso è una guerra tecnologica. Sono molto contenta che in Ucraina si sia formato un imponente movimento di volontariato che continua a raccogliere fondi per acquistare droni, attrezzature tecniche e tutto quello che serve all’esercito.

Le donazioni hanno sempre fatto parte della mia quotidianità: vedo che la gente dona quello che può, magari un euro o dieci euro, e così si raccolgono migliaia di milioni di grivne, con cui si possono acquistare dei droni, e tutto quello di cui c’è bisogno al fronte, perché il nostro paese non ha abbastanza risorse per rifornire il fronte di tutto. Gli ucraini hanno cominciato a fare donazioni per sostenere l’esercito, per aiutare chi ha perso qualcuno in guerra e per sostenersi reciprocamente, e questo mi riempie di gioia, perché per me è la prova che la coscienza della nostra società sta cambiando,

finalmente abbiamo imparato a prenderci cura gli uni degli altri come società, senza pensare solo a noi stessi come singoli e alla nostra sicurezza personale, perché qui di fatto è impossibile salvarsi da soli.

Abbiamo capito che la guerra durerà a lungo… Un mio amico che finora non è andato a combattere, ha detto che adesso si sta preparando a farlo, perché alla fine ci andremo tutti. Quelli che sono andati al fronte in febbraio [del 2022], all’inizio della guerra, e che stanno combattendo da due anni, sono esausti, hanno bisogno di essere rimpiazzati, di stare al sicuro, devono riprendersi, e bisogna che qualcuno dia loro il cambio. Quindi prima o poi finiremo tutti al fronte, bisogna stare pronti.

Odessa

Odessa, dicembre 2023. (Astra)

Da noi sui giornali scrivono che moltissimi giovani se ne vanno dall’Ucraina per non andare in guerra, scappano in modo più o meno legale.
Non lo so, qualcuno certamente lascia il paese in modo illegale, e ci sono persone che vendono visti, i certificati di esenzione dalla leva, ecc. Non posso giudicare nessuno, perché nemmeno io sto in trincea e capisco benissimo che tutti vogliamo vivere e abbiamo paura della guerra. Perciò se qualcuno sceglie di andarsene, è una sua scelta, ma non tutti lo fanno.

Cosa significa moltissimi su un paese di quaranta milioni di abitanti? Nel mio ambiente tutti capiscono che prima o poi finiranno al fronte, almeno gli uomini: è solo questione di tempo. Penso alla possibilità che anche le donne possano partecipare. Io non mi ci vedo in guerra, non solo perché ho paura, ma un bravissimo comico ucraino che combatte al fronte e quando è in licenza si esibisce in teatro a Kiev, ha detto che in realtà far parte dell’esercito non significa solo stare in trincea e sparare, l’esercito è un immenso sistema che ha bisogno di persone che svolgano tante altre funzioni. Io a queste cose ci penso, ma ringrazio Dio che per ora mi sta risparmiando la guerra vera e propria. Vediamo cosa succederà in seguito.

Quindi non vedi gente divisa, stanca, che chiede di arrendersi?
Non ho ancora sentito nessuno che inviti ad arrendersi. La stanchezza c’è, c’è chi emotivamente fa più fatica a sopportare questa situazione, ad esempio ho degli amici per i quali è molto difficile sopportare i bombardamenti, hanno attacchi di panico e fanno fatica a riaversi, ma comunque alla fine riescono a riprendersi facendo yoga, meditazione.

C’è qualcuno che dice: «Lasciamole ai russi queste regioni, purché finisca la guerra!»?  
No, penso si tratti di una piccola minoranza di persone che molto probabilmente amavano la Russia già da prima e sono rimaste della loro idea, ma per mia fortuna non ne ho mai incontrate. Neanche quando sono andata al funerale a Dnepropetrovsk, una città vicina al fronte, che per questo è sede di un grande ospedale militare dove vengono portati i feriti, e dove fanno capo i militari quando arrivano, neanche lì, dove pochissimi sono passati a parlare ucraino – Dnepropetrovsk era e rimane per la maggior parte una città russofona, – la tendenza non è quella di volersi arrendere, ma al contrario di resistere fino all’ultimo.

Non accadrà che un giorno ci sveglieremo dicendo: «Va bene, prendetevi tutto». Ormai abbiamo pagato un prezzo troppo alto, è stata uccisa troppa gente, ne abbiamo passate troppe per arrenderci.

Dopo aver sopportato tutti questi bombardamenti, queste cose orribili, questi funerali, non puoi portare dentro di te i bombardamenti, gli orrori, i funerali e arrivare ad accettare che bisogna arrendersi. E poi, arrendersi a chi? Per cosa? Cosa vuol dire arrendersi? In sostanza, significa smettere di vivere, perché poi che ne sarà di noi?

Ucraina: abbiamo sofferto troppo per mollare

Marjupol’. (Astra)

Chi sono i russi oggi per te personalmente?
Penso che si debba distinguere: da una parte ho degli amici e delle persone care che sono russe e che a suo tempo se ne sono andate, pronunciandosi contro la guerra, e io sono loro grata per questa presa di posizione. Sono ancora in contatto con loro, sentiamo molto la loro vicinanza umana. Sono persone coi piedi per terra, che capisco e con cui c’è un rapporto.

Però, se parliamo della Russia e dei russi in generale, non vorrei definirli degli schiavi, perché «schiavo» è una parola stupida, ma ho la sensazione che siano gente assolutamente senza volontà e senza carattere. Non li capisco, non capisco come possano sprecare miliardi di dollari per bombardare Kiev coi missili un giorno o due, e allo stesso tempo fare una vita di miseria ed esserne contenti.

In Russia ci sono stata, e non solo a Mosca e Pietroburgo, sono andata anche nelle cittadine e nei villaggi. Se la Russia fosse un paese con un alto tenore di vita, passi, ma non capisco chi vive in queste condizioni disumane di povertà ed è contento solo perché altre persone vengono uccise spendendo miliardi, per di più di tasca sua. E non ho neanche voglia di avere a che fare con loro.

Mi fanno molta pena, perché è un popolo davvero infelice, mi pare.  Neanche l’Ucraina è un paese ideale: ci sono povertà, alcolismo e moltissimi altri problemi, ma per lo meno non siamo stati noi a bombardare [i russi] per tanti giorni e sprecando tanti soldi. Non ci è mai venuto in mente di attaccare qualcuno e di distruggerlo perché non avevamo niente di meglio da fare.

Forse sono disgustata perché non è onesto parlare di grandi valori, di moralità, di cristianesimo e compiere atti simili. Mi pare che ci sia una discrepanza fra ciò che dicono e ciò che vivono. Io vorrei che nella mia vita questa discrepanza non ci fosse.

A un certo punto ho capito che posso parlare e pregare solo per il sentimento che ho dentro di me, cioè non posso odiare i russi come, ad esempio, può fare una donna che ha dovuto seppellire i suoi figli, perché abbiamo esperienze diverse. Posso provare compassione per lei vedendo il suo dolore, ma non posso odiare io, posso solo dire quello che sento personalmente. E quello che sento è un enorme disprezzo. Questo non esclude comunque che io possa incontrare una persona russa, e che questa sia splendida a prescindere dalla sua nazionalità, etnia, religione o altro. Per me una persona è una persona.


(foto d’apertura: Džodžaev, Hromadske)

Kristina Ursuljak

Nata a Dnipropetrovsk nel 1993. Vive a Kiev, dove insegna teatro alle medie. Frequenta un corso di regia teatrale e recita in una piccola compagnia.

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