17 Aprile 2018

La Siria vista dalla Svizzera (con cuore russo)

Svetlana Panič

Dirò una cosa impopolare. Sì, la situazione è tremenda. Davvero tremenda.
Stando qui in Svizzera, accanto a una cascatella canora, tra alberi in fiore, gatti e agnellini, dove ogni giorno si osserva la vita che cresce, dove tutte le cose viventi si inchinano bonariamente l’una all’altra, e la scrofa, cugina dell’Imperatrice di Wodehouse, ti punta col suo grugno rosato, è ancora più tremendo. Perché ti immagini vividamente come i «ragazzini che giocano alla guerra» possono tranquillamente annientare tutta questa vita.
Sembra quasi che qualcuno ci stia rammentando: «Il tempo dei giochi con la sabbia è finito, smettetela di buttarvi addosso secchielli e palette, convinti di discutere in merito a ideali e posizioni». Le nostre «guerre interne», le nostre ipocrite intransigenze e «piccole cattiverie» costano troppo care al mondo.

Si può dare la colpa fin che si vuole ai governanti impazziti – e queste accuse hanno una buona dose di verità – ma i pazzi sono saliti in alto sull’onda dell’imbarbarimento totale, sono stati gettati a riva dalle tempeste dell’allegro malanimo che va tanto di moda. La moda politica del populismo aggressivo e cinico è stata creata, fra l’altro, anche da quelli che, rabbiosamente o in modo raffinato, disprezzavano il populus.
Nei giorni scorsi ci siamo trovati al confine della storia, dopodiché non si poteva più chiedere neppure grazia ma solo pietà, quella che gli ebrei chiamano rachmones [compassione], che è mossa non da motivazioni ma da un sentimento viscerale, ancestrale.

Poi, verso sera, si è fatto spazio in me un sentimento limpido, indiscutibile: ci è stato dato dell’altro tempo.
Forse perché impariamo, finalmente, ad apprezzare i doni più semplici come il cielo, la cascata canora, il buon pane, i discorsi degli uccelli al mattino sotto la finestra. Perché impariamo a custodirci e ad ascoltarci gli uni gli altri, almeno un poco; perché impariamo a correre in soccorso, e a chiedere aiuto quando siamo impotenti, non «con intelligenza psicologica» ma con sincerità umana.
Perché riusciamo a riconoscere le porcherie che abbiamo compiuto e chiediamo perdono, perdoniamo e ci riconciliamo lealmente.
Perché la smettiamo di confondere le calunnie e le dicerie con la verità, perché restituiamo il loro significato alle parole e impariamo ad usarle con responsabilità.

E infine perché la smettiamo, finalmente, di andare in collera con supponenza, di ballare sulle ossa degli avversari, e diventiamo «un po’ più umani».
Dio voglia che non lo sperperiamo, questo tempo…

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

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