12 Gennaio 2021

Trump, Twitter e la lezione dell’URSS

Andrej Desnickij

Biblista, traduttore, pubblicista, scrittore, dottore in filologia. Dal 1994 lavora all’Istituto di Studi orientali presso l’Accademia russa delle Scienze.

Un paio di tesi su Twitter e Trump.

Una società privata ha il diritto di servire o non servire un cliente. L’imprenditore Sterligov ha il diritto di impedire l’ingresso nel suo negozio alle persone di orientamento omosessuale, della tal razza oppure, che ne so, coi piedi troppo grandi. Ma il resto della società, a questo punto, ha il diritto di chiudere tutte le porte davanti a Sterligov, e farebbe bene a chiuderle.
Questo comunque va regolamentato in base all’etica, non alla legge.

Anche Twitter o Facebook hanno il diritto di bandire chicchessia e di imporre a noi, per esempio, di non citare gli artropodi nei nostri post, o di dedicare un post su dieci alla colla epossidica. E noi potremmo anche adattarci: in URSS si è fatto così tutto il tempo.
Ma è bene una cosa del genere? No.

Trump, con ogni probabilità, ha commesso un crimine. Forse la sentenza di un tribunale lo manderà in prigione per il resto dei suoi giorni. Ma cacciarlo da Twitter è come se dalla panetteria di Sterligov cacciassero le persone omosessuali perché a lui danno fastidio. Sono solo le dimensioni ad essere diverse: le persone omosessuali non patiranno un gran danno se non potranno comprare le baguette al prezzo di 1000 rubli l’una, mentre i milioni di follower di Trump saranno danneggiati dal fatto di non avere più accesso ai loro tweet preferiti.

Notabene: è giusta l’osservazione che Twitter, Facebook e altri servizi del genere sono, di fatto, monopolisti. Questo è un ulteriore aspetto del problema: se cioè possiamo considerare «privata» una società che in determinati settori è più influente di qualsiasi Stato.
Io non ho una risposta.

Tirando le somme della discussione su Trump e Twitter, che non riguarda soltanto loro, direi che mi sono ormai seriamente convinto dell’importanza della libertà di parola. Questa libertà o c’è o non c’è.

Se c’è, allora dev’essere libera anche la parola malvagia, stupida, dannosa. L’unica eccezione che posso ammettere è il veto sugli appelli espliciti al crimine violento e sulle informazioni che possono rendere tale crimine più accessibile.

Gira l’opinione che bisognerebbe lasciare che le brave persone esprimano liberamente le loro giuste idee, mentre bisognerebbe chiudere la bocca agli ometti insignificanti, stupidi e abietti, per impedirgli di dire bestialità. Ma entro breve tempo l’assenza di un’onesta concorrenza farebbe sì che al posto delle brave persone e delle giuste idee subentrino gli ometti insignificanti, stupidi e abietti con le loro bestialità, a cui ormai non si potrà più nemmeno ribattere.
Io ho vissuto in un paese così, si chiamava Unione Sovietica, e vedo che la Russia attuale si muove nella stessa direzione.

Ma alcuni, con un entusiasmo degno dei giovani comunisti di allora, continuano a sostenere che se noi oggi impediamo qualsiasi cosa agli abietti e insignificanti, e lasciamo solo gli intelligenti e buoni, questa volta andrà diversamente.
Io però non ci credo.

Sì, lo spazio pubblico ha le sue regole, e quello privato ne ha altre. Per questo, quello stesso principio della libertà di parola mi lascia la libertà dalla parola altrui. Io non guardo i canali tivù federali e banno dal mio blog chi, in modo molesto continua a dire stupidaggini e bestialità.
Lascio loro piena libertà di dirle, ma riservo a me stesso la libertà di non ascoltarle.