22 Gennaio 2019

Andrej Bitov: niente preconcetti, solo stupore

Giovanna Parravicini

Un grande scrittore russo ci ha lasciati, senza grandi celebrazioni ufficiali. Andrej Bitov ha cantato il passato senza mistificarlo, ha difeso il presente senza risentimenti. Ha ammirato sconfinatamente Dio e la sua creazione, compresa la letteratura.

«… In letteratura non c’è vero progresso se non facciamo i conti col passato. Che ragione avrei avuto di scrivere La casa di Puškin se non quella di scriverla, appunto: che è un modo come un altro per fare i conti con se stessi? Io non sapevo dove sarei andato a finire, quando cominciai il romanzo. Sapevo però che era un’esperienza: l’esperienza di frugare in me stesso e scoprire cosa mi portavo dentro. Da una parte, quindi, è stato estrarre la statua dal blocco di marmo, come fa lo scultore; dall’altra, un modo per venire a patti con quelli che oggi chiamiamo i classici, Puškin e Gogol’ per esempio, che naturalmente da vivi non erano affatto classici».
Così Andrej Bitov, il grande scrittore russo scomparso a Mosca il 3 dicembre scorso, commentava l’opera che gli era valsa l’ostracismo letterario nel suo paese, in un’intervista rilasciata in occasione della sua edizione italiana («La stampa», 12 aprile 1988). Un’opera scritta tra il 1964 (iniziata sotto l’influsso della caduta di Chruščev e del processo contro il poeta Iosif Brodskij) e il 1972, e che avrebbe visto la luce in Russia solo nel 1987.
È inutile cercare negli scritti di Bitov elementi «politici» che spieghino i motivi della messa al bando del suo autore: come nel caso di tutti i grandi scrittori del Novecento russo, il vero motivo è la vastità di un pensiero e di un’espressività che non si lasciano rinchiudere nelle maglie del pensiero ideologicamente corretto. Continua, nel nuovo contesto del totalitarismo, la tradizione della contrapposizione «tra Stato e individuo, in cui l’individuo – sottolineava nella medesima intervista Bitov – anche al tempo dello zar ha raramente potuto dire la sua. Allora cosa gli è rimasto? L’immaginazione. La cultura occidentale, per esempio, l’abbiamo sempre immaginata; l’Irlanda stessa l’abbiamo vista grazie a Joyce, come la Francia attraverso Stendhal. Il mondo di Remarque, il mondo di Hemingway: è tutto frutto della nostra immaginazione. Bere un Calvados in un bar spagnolo… Ah, che festa, nella fantasia! Poi lo bevvi davvero, il Calvados, e fu terribile: la realtà distrugge tutto. Puškin, il primo russo a cui non fu permesso di andare all’estero (era stato lo zar a dire di no), descrisse il Guadalquivir in maniera stupenda. Nel 1977 lo vidi, quel fiume: è tutta un’altra cosa. È più bello (e più spagnolo) quello di Puškin…».

In favore dell’«immaginazione» Andrej Bitov aveva fatto la sua scelta di campo fin dagli anni sovietici: membro dell’Unione degli scrittori dal 1965, con una decina di volumi pubblicati e una fama ormai consolidata di letterato, ben presto viene emarginato dagli ambienti ufficiali, scrive La casa di Puškin per il «cassetto» e nel 1979 figura tra gli autori dell’almanacco samizdat «Metropol’».
Insignito dopo la perestrojka di numerosi premi e onorificenze, nel 1988 è tra i fondatori del Pen Club russo di cui nel 1991 assume la presidenza; uno dei suoi ultimi interventi pubblici è stata, nel marzo 2014, la firma apposta insieme a oltre 200 noti intellettuali in calce all’appello «Contro la guerra, contro l’autoisolamento della Russia, contro la restaurazione del totalitarismo». Rilette a quattro anni di distanza, nel clima di esasperazione scatenato dal conflitto nel mar d’Azov, che rischia di trasformarsi in uno scontro di dimensioni mondiali, le parole di questo appello suonano profetiche: «Il nostro paese si è trovato coinvolto in un’avventura pericolosissima. Sotto lo slogan “Difendiamo i russi in Crimea, e tutti gli ucraini dal nuovo potere fascista illegittimo in Ucraina!”, è avvenuta di fatto l’annessione della Crimea. È stato violato brutalmente il diritto internazionale, sono stati minati alla base i principi della sicurezza e stabilità europee. La Russia sta precipitando verso una nuova guerra fredda con l’Occidente, di cui è impossibile prevedere le pesantissime conseguenze…».

Ricordando la figura di Bitov, Ol’ga Sedakova ha rievocato una sua osservazione «sull’intelligenza che è pari a uno zero. Mentre una persona poco intelligente ricorda e tira fuori di fronte a qualcosa di nuovo delle cose che già gli sono note, chi è intelligente si pone davanti alla realtà senza niente, senza partire da niente, cominciando da zero. In un certo senso è un’eco dello stupore aristotelico, da cui inizia la sapienza… E qual è – si chiede la Sedakova – il segno di questo dono o costume di porsi davanti al reale senza niente, come un niente? Che in risposta si manifesta il Totalmente Altro: quello che Joyce chiama “epifania”, e che in Marcel Proust Mamardašvili definiva come tendresse. Una sorta di illuminazione, il manifestarsi della realtà in una luce prodigiosa».
La letteratura diviene così il punto con cui confrontare la profondità misteriosa e instabile della vita, che l’autore sperimenta come destino personale. È interessante che, accomunati da questo profilo – «sempre, nella trama sussultante della sua narrazione, possiamo attenderci questi lampi luminosi di senso», come dice la Sedakova – in Bitov convivano lo scrittore «postmoderno» (come alcuni critici l’hanno definito per le contraddizioni e fragilità dei suoi personaggi, e per i complessi giochi di rimandi e citazioni interne che si rinvengono nelle sue opere), il pubblicista, il docente universitario, il conferenziere, e anche il difensore dei diritti umani e l’uomo profondamente cristiano.

Amberd (Armenia), monumento all’alfabeto.

Le sue Lezioni d’Armenia contengono passi di straordinaria tendresse, ad esempio quando vi si descrive l’alfabeto: «… Mi figuro distintamente queste lettere forgiate nella bottega di un fabbro: il molle curvarsi del metallo sotto i colpi di martello, mentre volano le scaglie e si forma quell’iridescenza azzurrina che mi sembra ora di intravvedere in ogni lettera armena. Con queste lettere si possono ferrare i cavalli… Oppure queste lettere andrebbero scolpite nella pietra, perché la pietra in Armenia è altrettanto naturale dell’alfabeto, e l’agilità e la solidità delle lettere armene non sono in contraddizione con la pietra… E altrettanto da vicino, con il suo incurvarsi alla sommità, la lettera armena ricorda le coperture, le volte delle antiche chiese armene, questa linea è presente nei contorni delle sue montagne, e come sono simili questi ultimi, a loro volta, alle linee del seno femminile, com’è universale per l’Armenia questo stupefacente accostamento di solidità e tenerezza, rigidità e morbidezza, virilità e femminilità, sia nel paesaggio che nell’aria, sia negli edifici che nella gente, sia nell’alfabeto che nel linguaggio. La lettera armena ha la grandiosità di un monumento e la delicatezza della vita, l’antichità biblica dei contorni delle focacce e l’asprezza della virgola verde del peperone, la trasparente ridondanza dei grappoli d’uva e l’austera snellezza delle anfore, il morbido ricciolo della lana ovina e la solidità della verga del pastore, e la linea della sua spalla… e la linea della sua nuca… E tutto questo corrisponde esattamente al suono che essa raffigura… Questo alfabeto venne creato da un uomo geniale con uno straordinario senso della patria, e venne creato una volta per tutte – è perfetto. Quest’uomo somigliava a Dio nei giorni della Creazione…».

Oppure, l’«epifania» del mondo, nella sua bellezza e imponenza primigenie: «L’arco di Čarents – mi dissero e mi fecero passare avanti in silenzio. Sentivo che erano in combutta, che si aspettavano qualcosa da me, qualche reazione. Pur con tutto il desiderio di non offendere gli amici io non trovavo niente di bello in quest’arco. Mi spinsero avanti, addirittura con una certa rudezza. Sempre più sconcertato e un po’ ritroso, passai sotto l’arco e rimasi senza fiato. Dio, che vastità si spalancava! Era un’esplosione. Qualcosa si sollevò dentro di me e non si placava. Qualcosa frullò via da me senza ritorno.
Era il primo bozzetto della Creazione… Era una linea tracciata con mano sicura e per l’eternità. Non si ammettevano correzioni. E neppure un’altra linea era ammissibile. Era l’unica, e proprio essa era stata tracciata. Tutto il rimanente, mi sembra, Dio l’ha creato con mano stanca, sofisticata oppure satolla. “Eccolo qui, il mondo”, avrei detto, se ne fossi stato in grado.
… “È la musica delle sfere”, avrei potuto ricordare, se ne fossi stato in grado. Davanti a me si stendeva un effetto spaziale mai visto, in cui era andato perso ogni senso delle proporzioni, dove non sussisteva più alcune distinzione tra vicinanza, piccolezza e immensità. Non esistevano più neppure le mie dimensioni reali. Mi sembrava di poter toccare con la mano e carezzare queste collinette vicine, e di poter rivoltare questa coppa tra le mani, e di sentire come una cosa facile e naturale modellare questo mondo in un sol giorno sul tornio del vasaio… Ed ad un tratto questa prossimità scomparve, e il mondo sotto di me divenne così sconfinato, profondo e immenso, che io scomparivo sopra di esso e in me si faceva strada la sensazione di volare, di librarmi sopra le sue vastità illimitate».

Ne La casa di Puškin queste stesse «epifanie» sono messe a confronto non semplicemente con l’individuo di cui è narrata la storia di degrado e di sconfitta, ma con un’intera epoca che si chiude ingloriosamente, senza però mai smarrire il nesso con le gloriose epoche che l’hanno preceduta e a cui essa non cessa di aspirare. Come dice ancora Bitov: «Bisogna sempre analizzare il passato, se si vuole capire il presente, e forse il futuro. Come posso sapere dove va il mio paese, se non mi spiego perché ci sono stati Stalin, Chruščev, Brežnev, e prima di loro lo zar, Puškin, Pietro il Grande, Dostoevskij? La casa di Puškin è tutta qui».
Il dono dell’uomo di sapersi «annichilire» di fronte al reale per fargli spazio potrebbe anche tradursi come « libertà interiore», un altro termine che per Bitov resta il caposaldo della vocazione intellettuale e artistica e della civiltà europea nella sua globalità. La libertà diviene l’anello di congiunzione tra fede e persona, come asseriva in una sorprendente intervista del 2003 (Ol’ga Mitrenina, Portal-credo.ru): «La libertà interiore, a mio avviso, si acquisisce solo attraverso la fede». «Fede in che cosa?», si chiede ancora, e immediatamente risponde: «Io per me non trovo una storia più autentica della storia di Cristo. L’uomo ha bisogno di poggiare su qualcosa, per avere l’ardire di creare un quadro del mondo. Deve poggiare su una roccia. Io credo che la storia del cristianesimo sia questa roccia, almeno per la letteratura e, in senso più lato, per l’arte e la cultura». In questa visione la persona, secondo la tradizione cristiana e secondo la tradizione degli scritti del samizdat russo, è alla base di tutto: «Come diceva un mio amico, il diavolo vuol perdere tutti, mentre il Signore vuol salvare ciascuno. A me questa formula piace molto».

Ne scaturisce un criterio oggi più che mai vitale – offertoci ancora una volta dalla Russia, com’è stato per molti suoi autori del XIX e XX secolo – per rileggere anche la nostra storia, la storia della civiltà europea: «Tutta la civiltà europea si fonda sulla cultura cristiana, senza questo influsso sarebbe ridicolo parlarne. È come l’aria, l’acqua, è fuori discussione… La civiltà europea l’hanno costruita gli eroi della letteratura: senza Amleto, don Chisciotte, Gulliver non potremmo immaginarcela. Non è del tutto corretto considerare il Vangelo un testo letterario. Eppure non esiste un testo letterario migliore. In un certo senso Cristo è stato il primo eroe letterario per l’Europa, e in seguito per il mondo».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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