20 Luglio 2020

Una fiducia possibile: il paradosso di Čechov

Adriano Dell’Asta

Il giustizialismo – che illude di restaurare il bene e la giustizia nella società – si afferma particolarmente nei periodi di crisi. Lo sapeva bene Čechov, che preferiva invece la follia del sentire di Cristo.

Abbiamo già ricordato più volte quanto sia diventata imponente (e deprimente) nella nostra società la ricerca del nemico, che viene accusato di ogni male e che dev’essere essere punito, se non addirittura distrutto.

Questa caccia al nemico non è certo un fenomeno nuovo e ha conosciuto anche episodi ben più gravi e diffusi: basti pensare alle vicende dei totalitarismi del XX secolo, con le storie del nemico oggettivo comunista e dell’untermensch nazista, che andavano ricercati, scoperti, denunciati ed eliminati per il bene della causa o della razza.

Oggi non conosciamo certo questi abissi; c’è però un’atmosfera che va espandendosi e va, pericolosamente, normalizzandosi, diventando quasi «banale» tanto è generalizzata e tanto pare naturale, quasi ovvia: qualsiasi evento insolito, incontrollato, imprevisto e capace di turbare la nostra quotidianità diventa occasione di questa ricerca spietata e irriducibile del colpevole e del complotto.

Lo abbiamo visto nel caso del Covid-19, ma lo vediamo ogni giorno anche in questioni meno gravi e talvolta francamente risibili. Non si vuole affermare che tutto avverrebbe per caso e che nessuno sarebbe mai responsabile di niente (né che non si debbano cercare e denunciare eventuali responsabili), ma è evidente che si esagera, ad esempio, quando ci si lamenta, non solo del fatto che un terremoto abbia distrutto degli edifici mal costruiti (lamentela sacrosanta), ma che quel terremoto non sia stato previsto.

Oggi abbiamo su molte cose uno sguardo che solo qualche anno fa era impensabile, su altre stiamo imparando a diventare lungimiranti e su altre ancora stiamo capendo cose che impareremo a considerare fondamentali; ma il problema non è questo: ciò che rischia di avvelenare la nostra vita non è la giusta ricerca di comportamenti corretti, ma l’idea che se qualcosa non va questo deve essere necessariamente per colpa di qualcuno che va punito. Così, ad esempio, si finisce col considerare normale che una casa produttrice di valigie non si limiti a richiedere la revoca di una norma (discutibile) come quella che vietava di imbarcare i trolley sugli aerei, ma arrivi a far causa all’Ente nazionale per l’aviazione civile perché ritiene di aver subito danni in conseguenza di questo divieto. La vicenda è ovviamente poca cosa rispetto a questioni ben più gravi, ma rivelatrice di un pericolo: rischiamo di dividere il mondo in una classe di eletti infallibili e in una massa di colpevoli dannati, costretti ad avere paura di qualsiasi iniziativa che potrebbe essere considerata frutto di un dolo.

L’angosciante sensazione che si sta diffondendo è quella di un’umanità che, a esclusione di qualche illuminato in tutto superiore alle masse, non merita più alcuna stima. Con un corollario che rende la situazione ancora più angosciante e senza via di uscita: le masse e gli illuminati sono interscambiabili, di volta in volta ciascuno si crede illuminato e relega gli altri fra le masse. Situazione deprimente per chi è emarginato nella massa dannata perché, qualsiasi cosa faccia, rischia d’essere accusato, e si trova dunque costretto all’immobilità, il che priva la sua vita di qualsiasi significato; ma non meno deleteria è la situazione per gli eletti, il cui delirio di onnipotenza rischia di avere esiti per loro stessi tragici (per tornare alla vicenda del virus, basti pensare a chi si riteneva al di sopra di ogni pericolo e ha finito per essere contagiato, portando il proprio paese sull’orlo del baratro).

Com’è lontano, sterile e ben distante dalle tradizioni dell’umanesimo di cui la civiltà occidentale va ancora orgogliosa, questo atteggiamento, rispetto a quello che vediamo testimoniato in un racconto di Anton Čechov del 1894, Il racconto del giardiniere capo. Vi si narra la storia di un assassino che viene rimesso in libertà perché, dicono i giudici, «l’uomo non è capace di cadere così in basso», non riescono infatti a credere che un uomo possa aver compiuto un delitto come quello (l’omicidio di un uomo da tutti amato per la sua purezza e per il bene che aveva compiuto disinteressatamente): giustificazione (di cui comunque non dobbiamo dimenticare la paradossalità) che sembra peccare di angelismo ingenuo assolutamente improponibile a noi, oggi, nell’atmosfera in cui viviamo, dove tutto può diventare una colpa e tutti siamo colpevoli sino a prova contraria.

Čechov Sachalin

Ma il problema è che Čechov non era affatto un ingenuo e non si era mai tirato indietro là dove riteneva che ci fossero delle colpe da denunciare: il suo libro sull’Isola di Sachalin, luogo di deportazione per detenuti politici e comuni al tempo degli zar, è una denuncia inesorabile e dolorosa del sistema penitenziario del tempo ed è scritto poco prima del racconto di cui stiamo parlando. Quando si tratta di denunciare, dunque, Čechov non esita ma (e questa è la cosa sorprendente), di fronte all’abominio che rappresentava Sachalin, la sua stima per l’uomo non viene meno; ha visto e conosce molto: l’abiezione dei delinquenti (come l’aveva conosciuta Dostoevskij durante i lavori forzati in Siberia) e la mancanza di misericordia, la crudeltà, la disumanità del sistema penitenziario, eppure la sua stima per l’uomo non viene meno (come non era venuta meno a Dostoevskij); anzi, qualche critico sostiene addirittura che da quel momento sarebbe addirittura cresciuta, a dispetto di ogni altra considerazione. Non è un caso che sempre nello stesso racconto Čechov giustifichi un atteggiamento che va oltre le «considerazioni», cioè oltre le nostre idee, le nostre ideologie, le nostre rappresentazioni della realtà e, soprattutto, oltre tutti i piani e i progetti con i quali penseremmo di poterla cambiare:

«giudicate voi stessi, signori: se i giudici e i giurati credono più all’uomo che agli indizi, alle prove materiali e alle requisitorie, questa fede nell’uomo non è forse di per se stessa superiore a tutte le considerazioni del mondo? Questa fiducia è accessibile solo a quei pochi che comprendono e sentono il Cristo».

E qui si apre un’altra questione, che è più profonda e interessante della formulazione paradossale che porta a preferire il rischio che un assassino vada libero piuttosto che rinunciare alla fede nell’uomo: se Čechov non era un ingenuo idealista, non era neppure quello che oggi chiameremmo un uomo di Chiesa; anzi, il suo rapporto con la Chiesa ufficiale era molto complesso, caratterizzato da una distanza che motivi biografici e la compromissione della Chiesa con il sistema che tollerava e gestiva Sachalin avevano acuito.

Eppure Čechov stimava Cristo, lo stimava al punto che solo in Cristo trovava il fondamento di quella fede nell’uomo che, invece di essere contraddetta dalle tragedie che aveva visto, ne era risultata ingigantita, o, se vogliamo, era stata approfondita e confermata proprio dalle innumerevoli croci che aveva visto a Sachalin, croci che la Chiesa e molti cristiani del tempo tolleravano e addirittura giustificavano, compromettendo e delegittimando così il loro nome cristiano. Per lui, invece, quelle croci erano diventate l’occasione di una rinascita e della riscoperta di un mondo fatto non per la condanna, ma per una salvezza che non era meno umana e meno reale per il fatto di essere di Cristo, e anzi lo era di più perché era di Cristo e non dei potenti di questo mondo.

Non è questo il luogo per approfondire le ragioni ulteriori di questo modo di vedere Cristo, ma c’è un altro passo del nostro racconto che ci offre comunque una ragione più essenziale di ogni discorso e di ogni pur giustissima considerazione o dottrina:

«L’assassino fu messo in libertà e non un’anima tacciò i giudici di ingiustizia. E Dio, diceva mia nonna, per una tale fede nell’uomo perdonò i peccati a tutti gli abitanti della cittadina. Egli esulta quando si crede che l’uomo sia fatto a sua immagine e somiglianza e si affligge se, dimenticando la dignità umana, si giudica che gli uomini sian peggio dei cani. E sia pure che una sentenza di assoluzione abbia recato danno agli abitanti della piccola città, ma in cambio giudicate voi quale benefica influenza abbia avuto su di loro questa fede nell’uomo, fede che non può restare lettera morta; essa sviluppa in noi dei sentimenti generosi e ci incita sempre ad amare e a stimare ogni uomo. Ogni uomo! Questo è importante».

Dunque, il paradosso di Čechov, radicato nella tradizionale dottrina cristiana della dignità dell’uomo dovuta all’immagine di Dio secondo la quale viene creato, è un atteggiamento non solo non ingenuamente utopista o astrattamente umanista, ma anche efficace, o meglio, è un atteggiamento la cui efficacia è stata verificata e perciò vale: credi o meno che l’uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio (porti dentro di sé un’esigenza infinita di senso, di verità, di bene e di bellezza)? Credi o meno che nulla possa cancellare questa immagine e che l’uomo possa sempre appoggiarsi a essa per ritrovarsi e rinascere? Vedi o meno che, nonostante tutte le tue cadute, tu (prima di ogni altro) conservi questo desiderio di verità?

Per chi non sa cosa fare per cambiare questo mondo o non sa immaginare progetti condivisi per il bene comune è una bella sfida. E lo è ancor di più per chi crede che ci sia sempre qualcuno colpevole di qualcosa e qualcun altro che è in diritto di condannarlo in nome di virtù che crede di potersi dare da solo.

Nella realtà non ci sono complotti, con illuminati che li scoprono e schiavi che li subiscono; non ci sono né sogni che rimandano a un futuro utopisticamente perfetto ma irreale, né nostalgie che si perdono in un passato irrimediabilmente perduto: c’è semplicemente la verifica di quanto sia potente questa immagine che ciascuno, ogni uomo, porta in sé e che, ad ogni uomo, apre uno spazio di infinito che nessun male o limite può cancellare.

Adriano Dell’Asta

È docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.

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